Il ballo

Odio, rabbia, rancore, arrivismo, ipocrisia, vendetta, rivalità. Non credevo che in circa ottanta pagine si potessero racchiudere così tanti elementi. Dopo aver letto Il ballo” di Irène Némirovsky, edito da Adelphi, riesco a immaginare realmente cosa si intende per “risentimento”. Credo infatti che ci troviamo davanti a una perfetta descrizione di questo sentmento. E pensare che tutto nasce dall’organizzazione di un ballo nella Parigi degli anni Venti.

Madre-figlia: storia di un’antica rivalità

Non è un mistero che Irène Némirovsky abbia spesso fatto riferimento a questo tema (lo aveva già raccontato in una delle sue prime opere: “La nemica” e anche nel suo primo romanzo “David Golder“, di cui vi avevo parlato qui, spicca la mancanza d’amore tra genitore e figli). La rivalità madre-figlia, l’amore non corrisposto, il continuo e martellante giudizio a cui è sottoposta la quattordicenne Antoinette, protagonista de “Il ballo”, sono, in effetti, il fulcro del romanzo. E, come spesso accade, è proprio dall’esasperazione e dalla frustrazione che si scatena un terribile effetto a catena che porterà alla disperazione dei genitori.

La brama di essere ciò che non si è

Se qualcuno non viene, lo inviterai di nuovo la prossima volta, e poi ancora la volta dopo… Sai che ti dico? In fondo, per farsi strada bisogna solo seguire alla lettera la morale del Vangelo…
Cosa?
Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia… Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana.

p. 23

Incredibile la maestria con cui l’autrice descrive i genitori di Antoinette, i Signori Kampf. L’emblema degli arricchiti, di quelli che inseguono la “gente che conta”, che vivono nell’ansia di sbandierare tutti gli acquisti e i viaggi e gli investimenti che hanno fatto, tutti i nobili che hanno incontrato e con cui avrebbero instaurato fantomatici rapporti di solida (solidissima!) amicizia. Certo, alla fine, scappa sempre un sorriso. A proposito di umiltà cristiana…

Adolescenza: non ci sono istruzioni per l’uso

Ancora un’ora perduta, sprofondata nel nulla, che è scorsa fra le dita come acqua e che non tornerà mai più…

p. 46

Crescendo, tendiamo a dimenticare quei piccoli drammi che ci sembravano insormontabili da adolescenti. Tutte le lacrime versate per chissà quale evento a cui non ci era permesso partecipare perché “sei troppo piccolo/a”, o perché “non è opportuno”. Tutta la delusione, persino la depressione provata perché non eravamo al centro dell’attenzione di qualcuno che ci piaceva, in famiglia o fuori. O l’ansia di essere finalmente adulti “per poter fare tutto quello che voglio”. Poi vabbè, presto scopriamo che non è esattamente così, ma questa è un’altra storia.

Eppure, anche avvicinandoci in età adulta a questo piccolo classico di Irène Némirovsky, è difficile non solidarizzare con Antoinette, e lo è persino condannare del tutto il suo scatto d’ira, la sua vendetta non premeditata. La seguiamo con occhio complice, quasi benevolo, come a dire “ti capisco”.

p. 81

Aggiungo, infine, che le ultime pagine del romanzo sono di una crudeltà così perfetta da far rabbrividire. Voltando l’ultima pagina mi sono sorpresa a commentare: “Atroce!”.

Lettura incredibilmente interessante. Super consigliato!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Storie di gente felice

Forse dietro l’angolo esistono mille possibilità ancora intentate. Forse siamo solo noi che siamo stanchi, che ci siamo abituati a rassegnarci e a chiamare verità la rassegnazione e realtà tutto ciò che ci è di ostacolo, e a definire irreale tutto ciò che speriamo.

p. 21

La felicità è tutta uguale?

Ammetto che quando ho iniziato a leggere “Storie di gente felice” di Lars Gustafsson, edito da Iperborea (casa editrice che amo) avevo in mente tutto un altro genere di storie. Anzi, in realtà, avevo in mente tutto un altro genere di felicità.

E mi sono chiesta: com’è fatta la felicità? È uguale per tutti? Di che colore è? Ha una forma particolare? E, andando avanti nella lettura, immergendomi nel ritmo lento, nelle atmosfere sognanti dei dieci racconti di Gustafsson, ho capito che ho sempre avuto in mente un certo tipo di felicità. Quella dei film americani, quella del finale perfetto e del “e vissero per sempre felici e contenti“. Questo ha causato un iniziale corto circuito che mi ha portato a sentenziare: “Ma questi personaggi, anzi, queste storie non sono per niente felici!”

«Non è importante che tutto debba essere importante»

p. 97

Poi ho capito. La chiave per comprendere questi racconti è accettare l’esistenza di una felicità diversa. Che ha un altro tempo. Persino un altro spazio.

Una ferrovia del tutto priva di rischi, senza sorprese e pericoli, per così dire del tutto esente da sfide e incontri, non sarebbe diventata alla lunga monotona e noiosa?

p. 44

Crescere con un’idea univoca di cosa debba essere importante, felice, bello o giusto limita enormente le nostre vite e soprattutto le nostre possibilità. Ed è proprio abbracciando la vastità del campo del possibile che riusciamo a capire “Storie di gente felice”. I suoi tratti filosofici, poetici, meditativi e di colpo reali, crudelmente autentici.

L’essere umano era qualcosa di simile ai riflessi del sole su un’acqua in rapido movimento? Qualcosa che diventa visibile sotto un certo angolo, e invisibile sotto un altro?

p. 76

Vedi alla voce: illuminazione

Mentre pensi di rimanere intrappolato dalla bellezza delle descrizioni della natura, ecco che si inserisce un momento incredibilmente intimo di “epifania” che sorprende il lettore e gli stessi personaggi dei racconti. Ognuno riesce improvvisamente a scorgere una nuova prospettiva da cui osservare il proprio cammino, aprendo un varco nella propria realtà e cogliendo l’occasione di intuire il possibile. Di intuire la felicità.

E così, si alternano le vite di un ricercatore inviato in Cina che risolve un problema ingegneristico meditando sui pensieri di Mao, quella di un fisico che durante una notte insonne scopre sull’elenco telefonico che forse la sua prima fidanzata data per morta da tempo è viva e vegeta, e ancora, due innamorati che si incontrano dopo anni in un bar di Atene, un bambino che cresce in manicomio, una donna ammalata. Compaiono addirittura Pascal e Nietzsche, in una ricerca spasmodica di un senso, di un equilibrio tra realtà e immaginazione.

p. 195-196

Alla prossima puntata, amici lettori!

Guida per salvarsi la vita viaggiando

Sì, lo so che non ho mai recensito una guida. Ma questa della Lonely Planet è un’altra cosa.

Alzi la mano chi, fissando il monitor in ufficio o a casa, specialmente da due anni a questa parte, non ha sognato a occhi aperti di teletrasportarsi in un luogo sconosciuto, esotico. O magari, in una località italiana mai esplorata prima.

E soprattutto, alzi la mano chi, in ufficio o a casa, specialmente da due anni a questa parte, non si è ritrovato a ragionare sul proprio stato d’animo.

Semplici e un po’ banali? Non credo

Non è un caso se, negli ultimi tempi, tanti di noi hanno cambiato ruolo, lavoro, azienda, stile di vita. Probabilmente, la pandemia ci ha costretto a fermarci e a chiederci: “Come mi sento davvero?”, “Sono soddisfatto della mia vita?”, “Voglio davvero vivere in questa città?”. Tutte domande che nella frenesia dei ritmi pre-Covid era difficile porsi, o su cui era difficile avere il tempo di riflettere.

Salvarsi la vita

È a questo punto che entra in scena la bellissima Guida della Lonely Planet, di Remo Carulli e Luigi Farrauto, edita da EDT. Bellissima da tanti punti di vista: a partire dalle oltre 100 fotografie mozzafiato, passando per i box di approfondimento e le 500 destinazioni proposte. Ma la particolarità di “Guida per salvarsi la vita viaggiando” è che sono proposte delle mete adatte per ogni stato d’animo.

25 Capitoli per 25 condizioni psicologiche

Hai il cuore spezzato? Parti.

Ecco che visitare nuove terre offre la possibilità di contemplare la sofferenza da una prospettiva diversa, di attribuirle un senso, di cogliere in sconosciuti paesaggi i presagi di opportunità che la vita proporrà, inevitabilmente, quando saremo di nuovo pronti.

p. 13

Sei stressato? Parti.

Un viaggio antistress è fatto di ritmi lenti, gesti che si avvicinano alla semplicità dell’esistenza, ricerca del contatto con la natura e con gli impulsi che la vita frenetica spesso comprime, e poi ancora di bellezza, tanta, tanta, tanta bellezza.

p. 43

Hai problemi di autostima? Parti.

Viaggiare è un’esperienza proficua non solo per l’inconfondibile sensazione di orgoglio che infonde, la stessa che da sempre inseguono esploratori e missionari, marinai e cavalieri di ventura. (…) Allontanandoci da casa ci distanziamo al contempo da fantasie grandiose e da timori di nullità.

p. 53

E ancora, ci sono mete per crisi esistenziali, fobie, per il senso di colpa, per la solitudine… Insomma, un vastissimo spettro di stati d’animo. C’è da divertirsi!

p. 4

Infine, sappiate che è anche un ottimo regalo! Come sa bene il mio amico Corrado, che saluto e ringrazio!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Fatti il letto

Oops, questo è imbarazzante!

Avete presente questo messaggio che appare ogni tanto mentre si naviga in rete? Ecco, per me, trovare “Fatti il letto” sulla mia scrivania è stato proprio da “Oops, questo è imbarazzante!”.

Ma da dove spunta questo libro?

Lo osservo bene e noto che l’autore è UN AMMIRAGLIO. Il pensiero sorge immediato e spontaneo: “Ma chi è quel fesso che non sa che io e le forze dell’ordine siamo come Beep Beep e il Coyote? Come Titti e il Gatto Silvestro?”.
Un po’ seccata dal ritrovamento, passo in rassegna la mia famiglia… “Me l’ha regalato qualcuno di voi?”. Mio padre (ex anarchico) mi guarda addirittura indignato, ma questa è un’altra storia…

Quando sto per rassegnarmi al fatto che non scoprirò mai l’origine del romanzo (che poi è un breve saggio), arriva l’illuminazione: l’ho comprato io stessa qualche Natale fa per regalarlo a un amico. Peccato che poi debba aver cambiato idea. “No, non gli piacerebbe”, avrò pensato all’epoca. E da vera snob, l’ho abbandonato in camera e addirittura dimenticato.

Lo guardo un’altra volta e mi dico: “Provaci, al massimo lo abbandoni”.

Parola di ammiraglio

Se la mattina vi fate il letto, avrete portato a termine il primo compito della giornata.

Questa frase è tratta da un discorso che William McRaven, ammiraglio americano e autore di Fatti il Letto (edizioni Piemme), ha tenuto ai laureandi dell’università del Texas nel 2014, durante la cerimonia di consegna dei diplomi.

Penso che ciascuno di quei ragazzi si sia chiesto perché mai il primo consiglio di un ammiraglio a quattro stelle della marina americana fosse quello di rifarsi il letto la mattina. O almeno io me lo sarei chiesto.

…Questo vi darà una sensazione di orgoglio e vi incoraggerà a concluderne un altro, e poi un altro ancora. Farsi il letto, inoltre, rimarca la consapevolezza che nella vita le piccole cose contano. Se non sapete fare bene le piccole cose, non ne farete mai di grandi.

Ok, ammiraglio. Adesso mi hai incuriosita.

Ebbene, McRaven condivide con i laureandi i dieci insegnamenti che ha acquisito durante il suo (durissimo, ragazzi) addestramento da NAVY SEAL. Ammetto che, leggendoli, ho capito che anche i militari hanno da insegnare.

Ispirare coraggio e spingersi oltre

Tutti noi ci ritroveremo immersi nel fango fino al collo, prima o poi. Quello è il momento di cantare a voce alta, di fare un gran sorriso, di tirare su quelli che ci circondano e dar loro la speranza che domani sarà un giorno migliore.

p. 104

Penserete: “Facile a dirsi”. Eppure, questo insegnamento deriva dall’aver vissuto in prima persona una nottata gelida immerso nel fango e dall’aver deciso di non mollare, di resistere alla fatica, al freddo, grazie alla voce sgraziata di un commilitone che aveva avuto il potere di infondere coraggio in tutto il team, cantando una canzone, banalmente.

Non c’è bisogno di essere un NAVY SEAL, comunque. Se ci pensate bene, anche nelle nostre vite c’è quella persona capace di infondere coraggio e speranza, anche con una battuta, anche con un occhiolino. E se non l’avete, state tranquilli… Magari siete proprio voi!

Se passate le giornate a commiserarvi, a lamentarvi per come siete stati trattati, a maledire il destino, dando la colpa a qualcun altro o a qualcos’altro, allora la vita sarà lunga e difficile. Ma se vi rifiutate di rinunciare ai vostri sogni e affrontate le avversità a testa alta… Allora la vita sarà ciò che voi ne fate… E potrete renderla eccezionale.

p. 113

Questo passaggio mi ha molto colpito perché ho passato diversi anni a stretto contatto con una persona convinta di avere addosso tutte le sciagure del mondo e, soprattutto, smaniosa di raccontarle. È molto sottovalutato quanto sia nocivo circondarsi di persone di questa risma. Sottopone a uno stress incredibile. Fidatevi. Ma la citazione mi ha colpito soprattutto perché mi ha fatto capire che anche non arrendersi alla negatività del prossimo è una forma di resistenza e di coraggio. E la possiamo esercitare ogni giorno. Possiamo renderci eccezionali in ogni momento, scegliendo di andare avanti e di non mollare, di trovare la versione migliore di noi stessi.

È vero, sono tempi difficili e l’ammiraglio pronunciava queste bellissime parole quando ancora non c’era il Covid a inchiodarci a casa e a rubarci due anni delle nostre vite, ma il principio di fondo, quello di non mollare mai, per me è valido. Anzi, forse è valido oggi più che mai.

Vi voglio salutare con un passaggio del celebre discorso di McRaven che, dopo aver ottenuto oltre cento milioni di visualizzazioni in rete, è diventato un bestseller pubblicato in 24 lingue.

p. 134

La versione integrale la trovate cliccando qui.

P.S. Dopotutto, ripensandoci…Al mio amico sarebbe piaciuto.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Madonna col cappotto di pelliccia

“Raif Bey, cerchi di capirmi! Io sto per intraprendere una strada che lei ha percorso fino alla fine. Voglio imparare a capire le persone e, soprattutto, voglio sapere quello che la gente le ha fatto…”, dissi.

p. 55

All’inizio non avevo afferrato il significato di questa frase. A quale “percorso” fa riferimento la voce narrante di “Madonna col cappotto di pelliccia“, di Sabahattin Ali, edito da Fazi Editore?
Mi era però familiare quella voglia di conoscere le persone, di provare a capirle. Forse perché spesso mi capita di “intuire” soltanto, di sfiorare certe persone e di non riuscire a comprenderle davvero. E quindi sono andata avanti, dicendomi “più avanti capirò”. (Ammetto che riferendomi alle persone, è più facile che mi ritrovi a mormorare: “Non capirò mai” 😂).

Il potere della casualità

C’è chi crede che tutto accada per una ragione. Di conseguenza, se incrociamo qualcuno sul nostro cammino, c’è un perché.

Non so in cosa credesse l’autore, ma il suo romanzo parla di incontri casuali che cambiano l’esistenza, sconvolgendola del tutto.

Gli incontri sono due: quello tra il narratore e Raif Bey e quello tra Raif e Maria Puder. Due storie collegate: quella di un’amicizia e quella di un grande amore.

p. 45

Anni Trenta, Turchia, Ankara. Un ragazzo un po’ demotivato si imbatte in Raif Effendi, restando subito colpito dalla sua apparente mediocrità. Tutti considerano Raif come uno scansafatiche, è maltrattato sia al lavoro che in famiglia. Per qualche strano motivo, però, i due entrano in confidenza. Cosa si nasconde dietro lo sguardo assente e l’indifferenza di quest’uomo vessato da tutti? Sarà un taccuino a svelare la verità: dieci anni prima, Raif Effendi lasciava la provincia turca per imparare un mestiere a Berlino. Ed è proprio in un museo berlinese che si era innamorato del dipinto di una donna con indosso un cappotto di pelliccia. Era talmente affascinato dal quadro che tornava a contemplarlo tutti i giorni, fino a quando una notte aveva riconosciuto la misteriosa donna del dipinto. Si chiamava Maria ed era un’artista.

This is not (only) a love novel

Starete pensando “Oh, no. La solita storia d’amore”. Non è proprio così.
Innanzitutto, questo romanzo parla della solitudine che tanti di noi, specialmente in alcune fasi della propria esistenza, provano anche in mezzo alla folla. Della solitudine che ci ritroviamo a sperimentare in città grandi e nuove e di quell’irrequietezza che sperimentiamo quando non abbiamo chiari davanti a noi degli obiettivi. Ma parla anche di culture diverse (Turchia e Germania tra le due guerre mondiali), di pregiudizio e della paura folle di restare delusi, intrappolati nell’altro, “di sottomettersi”, come direbbe Maria Puder. E soprattutto, racconta della rassegnazione davanti alle incomprensibili trame del destino.

p. 208

Una straordinaria storia ordinaria

Una trama semplice ma coinvolgente (ti tiene incollato!), uno stile pulito, fluido, senza fronzoli, in grado di indagare la passione e i sentimenti, alternando sapientemente profondità e leggerezza. Capace di raccontare la “normalità” dei personaggi e la “straordinarietà” dei loro destini. Un’atmosfera sospesa, quasi magica, quasi onirica.

Il romanzo osteggiato dalle dittature

Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1942, poi è scomparso, censurato dalle autorità turche.

Nel 2016, dopo il colpo di stato fallito, il regime di Erdoğan ha perseguitato duramente giornalisti, intellettuali, scrittori, attivisti e soppresso ogni mezzo di informazione che osasse contrastarlo. Eppure, solo un romanzo dissidente continua a essere venduto: Madonna col cappotto di pelliccia. Simbolo della resistenza dei giovani turchi, ispirati probabilmente dalla libertà del racconto di Sabahattin Ali, dal viaggio in Europa, dalla storia d’amore fuori dagli schemi, dall’emancipazione di Maria Puder, e probabilmente dall’idea che si possa, in qualche modo, scegliere il proprio stile di vita, scegliere chi amare.

Ci sono poche notizie sulla biografia dell’autore, Sabahattin Ali. Quello che si sa per certo è che, per un periodo, soggiornò a Berlino e che poi fece ritorno in Turchia.

Se potessi parlarci oggi, gli chiederei come prima cosa se ha davvero conosciuto la Madonna col cappotto di pelliccia, se ha realmente vissuto quell’amore straordinario.

Mi piace pensare che sia una storia autobiografica.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Dicembre 2021: Finché tutto resta nascosto in un cassetto

Lo sradicamento degli esseri umani è una frustrazione che in un modo o nell’altro offusca la chiarezza dell’anima.

Pablo Neruda

È con questa citazione che si apre “Finché tutto resta nascosto in un cassetto”, il romanzo d’esordio di Olivia Ruiz, edito da Garzanti.

Siamo in Francia e la protagonista di questa storia si appresta ad aprire il misterioso comò della nonna Rita. Un mobile ingombrante, pieno di cassetti di colori diversi ma soprattutto chiusi a chiave.

Cosa ci può essere di più affascinante di un cassetto che non possiamo aprire?

Siamo in Francia, dicevo. Eppure questa storia parla di Spagna. Di una Spagna ferita dall’ascesa del Franchismo, dalla guerra civile. Parla di militanti e di chi decide di regalare una nuova vita a chi non può ancora lottare per la libertà. Parla di varcare confini, di essere innocenti e colpevoli allo stesso tempo. Parla di chi insegue una vita migliore ma viene bollato come “straniero indesiderato”.

Parla della vergogna di essere quel che si è, tanto da provare a essere qualcun altro. Parla del rifiuto, di riscatto e di amore. Che tutti questi ingredienti compongono la storia delle nostre famiglie.

Ti affido la mia medaglietta del battesimo, cariño, è stata la mia unica compagna di viaggio «di valore».

p. 17

Chi ha avuto la fortuna di conoscere o di crescere con i nonni, avrà magari sentito una frase del genere e poi, subito dopo, avrà ascoltato il racconto di un viaggio. Di una vita…

È così facile partire quando si ignora che forse sarà per sempre.

p. 22

E così, nel racconto di Rita, l’«Abuela» protagonista del romanzo, vengono finalmente a galla tutti i segreti grandi e piccoli di tre generazioni che, a cavallo tra Spagna e Francia, si sono accumulati e che qualcuno ha tenuto nascosti in un cassetto.

C’è chi sceglie di raccogliere l’eredità, di custodire il segreto, c’è chi invece lo rifugge per paura di non saperlo mantenere o, peggio, di conoscere la verità.

Cosa scegliereste tra il rassicurante non detto e il rumore della verità?

Per scoprire le scelte di Rita e della sua famiglia non vi resta che immergervi nella lettura. Probabilmente sarà facile riconoscere nelle pieghe del loro destino, qualcosa delle vostre famiglie, dei vostri piccoli e grandi segreti.

p. 162

Alla prossima puntata, amici lettori!

Le intermittenze della morte

p. 139

“Cosa leggi?”
“Le intermittenze della morte”
“Le tue solite letture pesanti”
“Non è per niente pesante! Fa anche ridere!”
Silenzio.

Che pensereste se un bel giorno, di punto in bianco e senza nessun motivo apparente, la gente smettesse di morire? Sareste felici?

Chissà se José Saramago, Premio Nobel per la letteratura nel 1998 e autore che ogni lettore dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, è partito da queste domande per iniziare la stesura di questo romanzo sorprendente.

Se non vi siete mai imbattuti nello stile di Saramago, qualche piccola avvertenza, amici lettori: dimenticate la punteggiatura, in particolare nella forma del punto. Vedete, potrete leggere pagine intere di questo scrittore portoghese, unico nel suo genere, senza trovare il punto. Non solo, dimenticate le virgolette nel discorso diretto e dimenticate anche la regola (patrimonio dell’umanità) della frase semplice “soggetto-verbo-complemento oggetto”.
Ebbene sì, Saramago è il trionfo, anzi no, è la vendetta delle subordinate, in cui all’inizio vi sembrerà di perdervi, come in un labirinto. Ma non preoccupatevi perché basterà prendere il ritmo e sarete un tutt’uno con il pensiero dell’autore.

A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo.

p. 101

La trama è molto semplice: in un Paese X, la morte (badate bene, morte scritto minuscolo, non sbagliatevi) decide che dalla mezzanotte del 31 dicembre, nessuno morirà più. Sconcerto ed entusiasmo si mescolano insieme in un cocktail esplosivo in cui Governo, Chiesa, Assicurazioni, Onoranze Funebri, Ospedali, Case di Riposo, Famiglie, Criminalità dovranno, per forza di cose, cercare un nuovo equilibrio.

Purtroppo, quando si avanza alla cieca nei pantanosi terreni della realpolitk, quando il pragmatismo s’impossessa della bacchetta e dirige il concerto senza badare a cosa c’è scritto nello spartito, è più che sicuro che la logica imperativa del degrado finisca per dimostrare che, in definitiva, c’era ancora qualche gradino da scendere.

p. 52

E ancora, qualcosa che suona incredibilmente familiare (specie in questi giorni):

Non capisco che cosa le dice il cervello a quella gente, disse, il paese sprofonda nella più terribile crisi della sua storia e loro lì a parlare del cambiamento del regime, Io non mi preoccuperei, signore, quello che stanno facendo è approfittare della situazione per diffondere quelle che definiscono le loro proposte di governo, in fondo non sono altro che dei poveri pescatori di acque torbide, (…).

p. 79

Giunti a questo punto, penserete “Sì ma poi non succede nient’altro?”.
Succede dell’altro, amici.

Se, dopo una tregua di circa sette mesi, la morte (sempre in minuscolo) decidesse di tornare a compiere il suo dovere, in una diversa modalità, diciamo più attenta alle esigenze dell’uomo, avvisandolo prima dell’evento luttuoso imminente, a mezzo lettera, cosa pensereste? Sareste felici?
Ma c’è ancora dell’altro: se a un certo punto, una di queste lettere tornasse indietro al mittente? La morte che farebbe?

È impossibile, disse la morte alla falce silenziosa, nessuno al mondo o fuori dal mondo ha mai avuto più potere di me, io sono la morte, il resto è nulla.

p. 135

Amici lettori, secondo me, dovreste andare a fondo in questa faccenda.

Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere – vol. 3

Torna l’appuntamento con la rubrica “Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere”, con consigli di lettura prêt-à-porter (con tanto di voti) e recensioni “telegrafiche”.

Il best seller (sì, non bisogna essere snob): voto 7

Uomini che odiano le donne
Stieg Larsson
Marsilio

Se sei a ciaccia di un giallo da cui non vorresti staccarti mai, Larsson è l’uomo giusto per te. E quando lo avrai finito, non disperare: questo romanzo è solo il primo di una trilogia 😉

La biografia illustrata: voto 8

Quello che ci muove
Una storia di Pina Bausch

Beatrice Masini
rueBallu

Se ami la danza, e in particolare il teatro-danza, non puoi non conoscere Pina Bausch. E anche se la conosci già, questa biografia ti stupirà. Non soltanto per le meravigliose illustrazioni di Pia Valentinis, ma perché, in punta di piedi, riesce a trasportarti con leggerezza nel mondo di Pina.

Il saggio che dovremmo leggere. E poi rileggere: voto 8

Gli inganni di Pandora
Eva Cantarella
Feltrinelli

Se ti piacciono la storia antica (greca, in particolare), la filosofia, il diritto e se ti capita di chiederti dove nasce la discriminazione di genere, in questo saggio, Eva Cantarella fa un sublime lavoro di sintesi, mettendo in luce degli aspetti su cui è facile (per uomini e donne) non soffermarsi.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Per consigli, dubbi o commenti, scrivetemi.

Gennaio 2021: partiamo disobbedienti e anticonformisti!

Come ogni 1 Gennaio, anche quest’anno mi sono alzata, ho messo su il caffè e ho iniziato la lettura appassionata di tutti gli oroscopi realizzati sulla faccia della Terra. Non so perché ma è una mia piccola mania che è diventata tradizione nel corso degli anni. E, probabilmente, quest’anno più che mai vorremmo tutti sapere che andrà meglio. E, incredibilmente, per il segno della Bilancia sembra proprio che sia previsto un anno super! Incrociamo le dita! Voi direte “Ma che c’entra con i libri e con il titolo di questo articolo?”. Giusto. Beh, c’entra perché sapere che praticamente per tutti gli oroscopi che ho letto il 2021 sarà un anno di riscossa e di grande creatività mi ha dato la carica, spingendomi a scegliere come prima lettura dell’anno un saggio molto simpatico…E disobbediente: “Morale per disobbedienti” di Michel Serres.

Trascorsa la stagione dello scompiglio (…) oggi rivolgo ai capelli bianchi che mi restano una domanda malinconica: perché mai ho amato tanto questa pratica, intesa ovviamente come condotta morale? Perché chi crea scompiglio mal sopporta la gerarchia, il dogma o il pensiero unico.

p. 23

Il saggio che tutti vorremmo ci raccontassero a scuola, o di cui ci parlasse un parente simpatico e un po’ pecora nera (sì, i parenti simpatici esistono, da qualche parte!) sulla lotta alla gerarchia che schiaccia il pensiero.

Un saggio sulla difesa della conoscenza.

Essa richiede che si difenda ferocemente la libertà di pensare.

p. 25

Attraverso i ricordi d’infanzia prima e dell’adolescenza dopo, l’autore – Michel Serres – dipinge l’umanità come dovrebbe essere: curiosa, colta, modesta.

In guerra, nella caccia, in amore, chi gioca a fare il duro è solo un molle. Scoperta: il dolce è il rapporto segreto, che questo libro cerca, tra la birichinata e la morale.

p. 50

Un’umanità che si libera dal sapere accumulato e, leggera, può inventare, creare.

Il capitolo 5, sui temi di “dono” e “perdono”, è un capolavoro laico di grazia ed eleganza che fa riflettere ma sorridendo, con dolcezza.
Mi sono innamorata del concetto di transitività che sostituisce quello di reciprocità. E non dico di più perché quel passaggio è meraviglioso e dovete leggerlo 😉

Iniziare l’anno nuovo con questa infusione di fiducia riempie di speranza nel potenziale, nel futuro. Perché:

(…) Homo sapiens può sopravvivere nei deserti tropicali, nella tundra polare, nella foresta pluviale, alle latitudini temperate.

p. 61

E utilizzare la burla, lo scherzo come stratagemma per parlare di morale è un vero regalo che Serres fa ai suoi lettori. Attraverso l’impertinenza, possiamo sperimentare l’anticonformismo che mette in discussione noi stessi e gli altri.

L’umano non è, può.

p. 61

Sapere che possiamo (migliorare, per esempio). Ecco qualcosa da ricordare.

Buon anno a tutti!

Autore: Michel Serres

Editore: Bollati Boringheri

31 Dicembre 2020: Exit West di Mohsin Hamid

Sono così felice di chiudere l’anno (e che anno, ragazzi!) con questo romanzo di Mohsin Hamid. L’ho amato così tanto che non vedevo l’ora di raccontarvelo.

Avrei dovuto leggerlo tempo fa, ma nella fretta dell’era pre-Covid, quando ogni cosa aveva un altro peso e un’altra urgenza, lo avevo dimenticato sul comodino della mia cameretta di Lecce. E così, per un intero anno e forse un po’ di più, è stato coperto da altri libri e oggetti vari. Lì su quel comodino, in attesa.

E forse è stato un segno averlo ritrovato in questi ultimi giorni di dicembre di questa nuova era che stiamo vivendo (e) maledicendo, ma alla quale io sarò sempre grata perché mi ha fatto ritrovare un equilibrio che avevo scordato di poter raggiungere. Un equilibrio che non è stasi ma sintesi di tutti i colori e i volti, le attese, le conquiste e le sconfitte che hanno costellato questo 2020. E chiudere questo pazzo anno con in mente le parole di Exit West mi rende incredibilmente felice.

È la storia di tutti noi. Naviganti coraggiosi. Viandanti alla ricerca della felicità.

È la storia dell’umanità, da sempre caratterizzata da una parola che oggi impaurisce tante persone: la migrazione.

Posizione, posizione, posizione, ripetono gli agenti immobiliari. La geografia è destino, replicano gli storici.

p. 8

Nasciamo in un posto ma sentiamo la necessità di spostarci, di scoprire nuovi orizzonti, nuove opportunità, nuovi noi. Migriamo per sfuggire alla guerra, alla povertà, al cambiamento climatico. Migriamo per conquistare un destino migliore. E spesso affrontiamo viaggi interminabili, terre inospitali, vicini che sembrano nemici ma che poi li guardi in faccia e sono come noi. Ma loro non lo sanno ancora.

In quel periodo, a leggere le notizie, veniva da pensare che le nazioni fossero come persone con personalità multiple, alcune che sostenevano l’unione e altre la disgregazione, e che quelle personalità multiple fossero anche persone la cui pelle si stava dissolvendo mentre nuotavano in un brodo pieno di altre persone la cui pelle anche si stava dissolvendo.

p. 104

L’autore, Mohsin Hamid, sceglie di zoomare sulle vite di Nadia e Saeed, due sopravvissuti. A tante cose: al viaggio, all’ostilità, alla povertà, al loro stesso rapporto.

Ogni volta che si spostano, due partner, se la loro attenzione è ancora rivolta l’uno verso l’altra, cominciano a vedersi in modo diverso, perché le personalità non hanno un unico immutabile colore, come il bianco o il blu, ma sono come schermi illuminati, e le sfumature che proiettiamo dipendono da ciò che ci circonda. Così era stato per Saeed e Nadia, che in quel nuovo posto erano cambiati l’uno agli occhi dell’altra.

p. 123

E tramite questi due ragazzi, Hamid apre delle porte, all’interno delle quali, leggendo, possiamo solo sbirciare. Ma in fondo sappiamo di averne già varcata qualcuna. Qualcun’altra, invece, dobbiamo ancora avere il coraggio di aprirla.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

p. 139

Su cosa danno queste porte e che forma hanno dovrete scoprirlo leggendo questo romanzo che vi rapirà per la sua semplicità disarmante e la sua commovente eleganza.

Consigliato con tutta me stessa.

Autore: Mohsin Hamid

Editore: Einaudi