Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere – vol. 4

Torna la rubrica “Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere”, con consigli di lettura prêt-à-porter (con tanto di voti) e recensioni “telegrafiche”.

Partiamo con Hanif Kureishi e il suo Il declino dell’Occidente“, edito da Bompiani.

Se ti piacciono i racconti, qui ne troverai otto. Feroci e privi di orpelli, pronti a sgretolare le nostre inossidabili certezze occidentali.
VOTO: 7.5

  • Consigli per gli acquisti e per regali di un certo spessore: il capolavoro di Kureishi è sicuramenteIl Budda delle periferie. Immenso.

… E ARRIVIAMO A ESHKOL NEVO E IL SUO “LE VIE DELL’EDEN”, edito da Neri Pozza

Partendo dal presupposto che qualunque cosa scriva Nevo è meravigliosa (sì, non ne sbaglia una e vi sfido a trovare un’opera al di sotto delle aspettative), se vi piacciono le storie intrecciate (simili, per intenderci, alla struttura di “Tre Piani”), questo romanzo fa per voi. Amore, senso di colpa, perdono, confessioni sono indagati magistralmente dall’autore israeliano.
VOTO: 8.5

  • Consigli per gli acquisti: ho amato praticamente tutto ciò che ho letto di Nevo ma tra i preferiti c’è sicuramente “L’ultima intervista“. Solo un aggettivo: pazzesco!

Mille lune

Per mia madre il tempo era una specie di anello o di cerchio, non una lunga linea. A camminare abbastanza, diceva, potevi trovare ancora vive le persone che avevano vissuto tanto tempo prima.

p. 28

Oggi vi racconto di Mille lune, scritto da Sebastian Barry ed edito da Einaudi.

La trama

Siamo in Tennessee, nel 1870.
Winona, che un tempo si chiamava Ojinjintka, che in lingua lakota significa rosa, è una giovanissima indiana rimasta orfana e cresciuta da due ex soldati dell’Unione: Thomas McNulty e John Cole. Nella fattoria vicino a Paris, circondata dall’amore dei suoi salvatori e di alcuni ex schiavi liberati, Winona prova a buttarsi il passato alle spalle, ma il ricordo dello sterminio della sua famiglia, del suo villaggio e della sua gente torna spesso a tormentarla.

Per noi tutti i vivi avevano un grande valore. Ma il valore che i bianchi davano a noi aveva una misura diversa. Noi non eravamo niente, perciò ammazzarci era ammazzare niente. Ammazzare un indiano non era reato perché un indiano non era niente di particolare.

p. 45

Gli anni passano e, diventata adolescente, la protagonista inizia a lavorare in città per l’integerrimo avvocato Briscoe. Una volta uscita dalla porta del suo studio, però, quello che Winona sperimenta è l’essere considerata una selvaggia, priva di qualsiasi diritto. E così, subita l’ennesima violenza, sarà costretta a cercare giustizia e a ritrovare la forza e la dignità del suo popolo.

video p. 28

p. 28

La nascita degli Stati Uniti

(…) Nell’America degli occhi bianchi non succedeva mai niente di benevolo o diabolico senza che di mezzo ci fosse un pezzo di carta. (…) Tutto il mio popolo era stato sterminato seguendo fedelmente la legge, non ne dubitavo. Ma non la nostra legge, che era fatta solo di parole nel vento.

p. 80

L’autore del romanzo, Sebastian Barry, ci mette davanti agli orrori della formazione degli USA, ai crimini commessi dai bianchi in nome di una legge arbitraria e al disprezzo verso altri popoli, reputati inferiori. Ci ricorda cosa significasse essere nero, indiano o nativo americano negli anni successivi alla guerra civile. Cosa significasse essere schiavo ma anche essere un soldato obbligato a eseguire ordini spietati, senza opporre resistenza.

Gli ingredienti dell’America di oggi

L’esperimento interessante svolto da Barry è raccontare le atrocità di quei tempi (che poi sono anche questi tempi, se ci fermiamo un secondo a riflettere) dalla prospettiva di un’adolescente che non conosce benissimo neanche la lingua di chi ha ucciso i suoi fratelli. Ai fan sfegatati della grammatica e della consecutio verbale dico subito: il linguaggio è spesso volutamente sporcato dagli errori grammaticali di Winona e potrebbe inizialmente suonare un po’ strano. Bisogna superare l’iniziale spaesamento per entrare nella mente della protagonista (o di chi, oggi, vive più o meno la sua stessa situazione).

p. 78

Ho trovato poi molto tenero e originale il modo in cui viene trattato il tema dell’amore. Probabilmente perché viene affrontato da punti di vista diversi, liberi da schemi narrativi ormai vetusti. Si parla di amore tossico, di omosessualità, travestimento, di amore per la terra, per la famiglia – qualunque essa sia – e per gli amici. Nei personaggi tratteggiati dall’autore e nei momenti dedicati al rapporto tra di loro, c’è tutta l’America attuale. Con i suoi colori e le sue contraddizioni.

Lottare per la libertà

Cominciavo a sentirmi una specie di mostro di coraggio. Com’era potuto succedere? Il gelido mantello del dubbio e dello spavento mi era caduto alle spalle. E mi domandavo se si sarebbe mai rialzato da quella terra fredda per tornare ad avvolgermi.

p. 60

Quella di Winona è una storia difficile che porta a ragionare su quanto sia cruciale trovare il coraggio di essere se stessi e provare a darsi valore, anche, e soprattutto, quando tutto il resto ci dice che non contiamo nulla.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Il senso di una fine

L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.

p. 5

Ho iniziato a leggere Julian Barnes qualche anno fa, grazie al consiglio di un amico. Dopo aver letto “Livelli di vita” mi ero detta: “Ok, questo è uno che scrive davvero”. Subito dopo era seguita la solita crisi dei 30 minuti in cui ripeto ossessivamente “Perché non scrivo come lui? Oh me tapina!” (dopo 30 minuti, mi passa, tranquilli. Perché penso: ehi, io scrivo meglio! Scherzo, ovviamente 😇).

Questa volta, vi parlo de “Il Senso di una fine“, edito da Einaudi e scritto nel 2011. Sembra sia anche abbastanza autobiografico…

Prima parte

La storia parte con la vita di tre amici nel corso del loro ultimo anno di scuola. Tre ragazzi molto diversi che fanno amicizia con un nuovo compagno di classe: Adrian Finn. Saggio, misterioso, profondo, incredibilmente intelligente, Adrian si distingue subito dai coetanei, lasciando a bocca aperta anche i suoi professori.

p. 11

Tra confidenze, paure, filosofia e la promessa di una nuova vita all’Università – fatta anche della scoperta dell’universo femminile – i ragazzi entrano in connessione, pur avvertendo quel senso di euforisco smarrimento tipico di chi sta per terminare un ciclo e per aprirne un altro.

Seconda parte

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La seconda parte del romanzo è costruita come un giallo. Un bel giallo.
Tony Webster, uno dei tre amici con cui si apre il racconto, che è anche colui che racconta la storia, riceve una lettera da un avvocato: è il beneficiario di un lascito di cinquecento sterline e, in più, ha ereditato un diario del suo vecchio amico Adrian Finn.

Ecco che il passato bussa alla porta di un Tony ormai sessantenne, padre, divorziato, pensionato e lo costringe a immergersi nella memoria della sua esistenza di giovane matricola. Perché Adrian gli ha lasciato un diario? Ed ecco che tornano in mente le delusioni amorose, le rivalità, la sua prima fidanzata, Veronica. Che fine hanno fatto i vecchi amici? E Veronica? Cosa c’entra con questa storia?

E comunque, il dolore è passato. Come ho detto, ho una certa attitudine all’autoconservazione.

p. 66

Tra tempo e memoria, sembra che la vita a un certo punto ti chieda il conto e ti metta davanti a un grande specchio con una spietata luce al neon puntata davanti che evidenzia tutte le tue fattezze. In un’alternza di ricordi e confronti con la mediocrità del presente, Tony arriverà a scoprire verità che avrebbe preferito non conoscere mai. Probabilmente, grazie al Tony del passato.

All’improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.

p. 82

Posso solo dirvi che con questo romanzo Barnes ha vinto il Man Booker Prize nel 2011. E aggiungo solo che, come accennavo prima: è un signore che scrive davvero.
Estremamente consigliato.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Cormac McCarthy on my mind

Da oggi, mi trovate su Jefferson – Lettere sull’America, il primo portale in italiano interamente dedicato agli USA.

La mia rubrica si chiama Jefferson Bookplane (sì, sono cresciuta ascoltando buona musica) e proverò a parlarvi di letteratura americana.

Cormac McCarthy on my mind” è il mio primo articolo. Ve ne riporto uno stralcio:

Il Bianco e il Nero

Due uomini, chiamati solo “Bianco” e “Nero”, per il colore della loro pelle, seduti a un tavolo sul quale è poggiata una vecchia Bibbia, che discutono dei massimi sistemi. Nella fattispecie, un professore universitario (Bianco) che ha tentato di suicidarsi, buttandosi sui binari del Sunset Limited e un ex carcerato cristiano evangelico (Nero) che prima l’ha salvato e poi lo ha invitato nel suo modesto appartamento newyorkese. Due universi contrapposti destinati a non incontrarsi mai?
Beh, a questa domanda non risponderò. Innanzitutto perché lo spoiler è da sempre nemico del bene e, in secondo luogo, perché non è poi così importante. 

Per scoprire di più, non vi resta che cliccare qui.

A presto, amici lettori!

Cambiare l’acqua ai fiori

Incipit carini e dove trovarli

p. 9

Guardiane speciali

Ebbene sì. La protagonista del romanzo di Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, si chiama Violette Toussaint ed è la guardiana di un cimitero di un paesino della Borgogna. Questa è la storia della sua vita. La storia di una donna alla ricerca di se stessa e della sua felicità.

Ammetto che prima di decidermi a leggere questo libro ci ho messo un bel po’. Il mio solito snobismo mi impediva di arrendermi a “quello che dicono tutti” e cioé che “è un libro bellissimo”. Poi, parlando con un’amica, mi sono resa conto che sono una scema (beh, non posso essere perfetta, vi pare?!): forse, se un romanzo diventa un caso letterario e piace così tanto, un motivo c’è. Magari non sempre. Non per forza. Ma qualcosa ci deve essere. E così, mi sono fidata della mia amica ed eccomi con la prima confessione: l’ho divorato. E non è solo perché è scritto in maniera incredibilmente onesta e scorrevole, è per la costruzione della storia, per le storie nella storia, per le atmosfere che riesce a evocare. Per i continui colpi di scena, per la disinvoltura e l’eleganza con cui l’autrice riesce a farti ridere e piangere in pochi passaggi. E quindi, grazie Chiara per avermi convinta a leggerlo.

Le spectacle doit continuer o… L’arte di non arrendersi

Ma siccome l’infelicità non mi è mai piaciuta ho deciso che non sarebbe durata. La sfortuna deve pur finire, prima o poi.

p. 11

Quello che fa innamorare di Violette, secondo me, è la caparbietà con cui riesce ad andare avanti, a dispetto di tutte le prove che la vita o il destino (per chi ci crede) le mettono davanti. Insieme al suo umorismo che, più che francese, a volte, sembra essere inglese (francesi, non me ne vogliate! Avete sicuramente molte altre qualità 😝).

Insomma, trovo una vecchia targa con scritto Alle mie care scomparse e la tiro nel camion. Poi vedo una signora molto perbene, non vi dico il nome per rispetto e perché è una persona gentile e coraggiosa… Recupera la targa Alle mie care scomparse dal cassone e la mette in un sacchetto di plastica. “Che ci fai con quella?” le chiedo. E lei, serissima: “Mio marito è senza palle, la regalo a lui!”

p. 122-123

Se a salvarti devi essere tu

Una volta chiuso il cancello il tempo è mio, ne sono l’unica proprietaria. È un lusso essere proprietari del proprio tempo, lo ritengo uno dei più grandi lussi che l’essere umano possa concedersi.

p. 47

Struggente l’esigenza di Violette, un’orfana cresciuta troppo in fretta, di essere amata e forse salvata dalla sua mancanza di autostima, dalla sua convinzione di non avere nessun valore. Eppure, ciò che resta ancora più impresso è il riscatto di questa donna, il momento (o forse i diversi momenti) in cui realizza che l’unica che può salvarla è proprio lei.

“Se la vita è solo un passaggio, almeno su questo passaggio seminiamo fiori”

Ci sono tantissimi elementi in questo romanzo indimenticabile: l’amore tossico, il lutto, la famiglia, il rapporto con la morte e con i morti, la solitudine, la speranza, l’amicizia, il perdono, la sopravvivenza, la rabbia, la poesia.

p. 247

L’ingrediente più interessante per me (strano a dirsi per una 32enne imbruttita) è sicuramente l’inno alla luce. Voi direte “che”? Eh, lo so. Ma è questo quello che ci ho visto io. In ogni pagina, anche quelle che per forza di cose ti strappano una lacrima, c’è la promessa della luce. Di un futuro migliore. Di un nuovo amore. Di una nuova avventura. Una specie di preghiera che probabilmente andrebbe recitata più spesso.

Perché, alla fine, sono d’accordo con quello che dice Françoise Pellettier, un personaggio del romanzo (non vi dico altro perché su questo blog lo spoiler è bandito):

Sa, ci sono varie vite in una vita.

p. 283

E quindi, cari miei, dovete assolutamente leggere “Cambiare l’acqua ai fiori” in questa vita.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Tomás Nevinson

Va bene, sì. È tutto vero. Tomás Nevinson, l’ultimo romanzo di Javier Marías, edito da Einaudi, è un capolavoro.

Circa 600 pagine di “Oddio, come andrà a finire? Lo farà davvero?”.

p. 363-364

Dopo il bellissimo Berta Isla – di cui vi avevo parlato nel lontano 2019 (sono già passati tre anni, send help!) – Marías torna a parlare della spia (suo malgrado) Tomás Nevinson, il marito di Berta. Un uomo inafferrabile, tenuto lontano dalla sua famiglia per anni, a causa di un misterioso impiego nei servizi segreti.

Eppure Tomás aveva fatto ritorno a Madrid, ormai quarantenne, giurando di aver lasciato il suo incarico. Eppure. Eppure…

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È la storia di una spia, sì. Ma è anche la storia di un uomo che vuole sentirsi di nuovo utile, che vuole provare a se stesso di non essere finito, di avere ancora qualche carta da giocare. Ma forse uccidere a vent’anni non è lo stesso che pensare di farlo a quaranta. Forse la fede, la lealtà cieca verso la missione da compiere, verso un ideale, una persona, un mestiere può finalmente essere messa in dubbio. Le certezze possono crollare. E come condannare un altro essere umano se non si è certi della sua colpevolezza? Ebbene, forse autoconvincendosi che si sta facendo la cosa giusta…

Quando uno si vede obbligato a fare qualcosa che non gli piace o gli ripugna, non gli rimane altra scelta che convincersi che quell’atto non sia poi così sbagliato, che non sia in fin dei conti esecrabile, e cerca di ripulirsi la coscienza con una giustificazione.

p. 508

Uno di quei romanzi in cui vorresti sottolineare tutto, ogni parola. Uno di quelli di cui vorresti saper citare interi paragrafi per quanto sono intensi e brutalmente autentici.

Un romanzo seducente, divertente e tipicamente JavierMariasiano – un termine appena coniato dalla sottoscritta – perché ha quella caratteristica folle di essere senza tempo: è soltanto e semplicemente universale.

p. 80

E così, fra sospetti, minacce, disperazione, Marías affronta il tema della Spagna dell’ETA, accostando quasi, con una destrezza superba, certe scelte compiute dai servizi segreti a quelle dei terroristi. Ci fornisce un identikit delle spie perfette, condividendo il loro mantra:

La crudeltà è contagiosa. L’odio è contagioso. La fede è contagiosa. La follia è contagiosa. La stupidità è contagiosa. Noi dobbiamo badare a non infettarci.

p. 403

… E anche i loro consigli per studiare e/o avvicinare il nemico (o il prossimo, direi):

È sempre sospetta una persona che non si concede mai la vanità né il tormento di guardarsi indietro.

p. 202

… La vanità è incommensurabile e universale, perfino negli individui più insignificanti.

p. 187

Che dire?
Fatevi un regalo: leggetelo.

A presto, amici lettori!

il serpente maiuscolo

L’effetto positivo della collera è che ti allontana dalle malinconie quotidiane, è come una parentesi di vita in un mare di guai.

p. 98

Confessione di una lettrice

Prima di raccontarvi qualcosa di più di questo giallo, devo confessarvelo: l’ho acquistato per la copertina. Lo so, non si giudica un libro dalla copertina, ce lo dicono da sempre. Ma vi prego… Guardatela. Quel dalmata è incredibile e mi ha conquistata. Sono partita un po’ prevenuta ma poi devo ammettere che mi sono sentita subito sollevata, perché “il serpente maiuscolo” è veramente uno spasso!

Di cosa stiamo parlando

1985. Francia. Una serial killer. Certo, osservandola non le daremmo due lire (forse dovrei dire due euro, perdonatemi ma sono una millennial semplice e faccio confusione). Dicevamo… Una signora sulla sessantina, un po’ in carne ma molto curata, con un bel viso che svela la donna magnifica e sensuale che era da giovane, al tempo in cui militava nella Resistenza francese. È Mathilde Perrin. Gira in auto, pedinando le sue vittime ignare, mentre sul sedile di dietro il suo dalmata, Ludo, sonnecchia placidamente. Ebbene, Mathilde non ha mai sbagliato un colpo, è precisa, metodica. Eppure qualcosa cambia improvvisamente il suo modus operandi, rendendola, di fatto, un’autentica mina vagante.

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Un giallo in stile Tarantino

L’autore de “il serpente maiuscolo” edito da Mondadori è il parigino Pierre Lemaitre. È lui l’ideatore di questa storia originale, a tratti un po’ splatter, ironica e piena di suspense che tiene il lettore simpaticamente con il fiato sospeso, mentre l’ispettore Vassiliev indaga sulla scia di morti che Mathilde si lascia alle spalle. Vassiliev e la sua “testa piena di serpenti”, vuole assolutamente individuare il serpente maiuscolo: il terribile sicario che colpisce con ferocia e senza una logica apparente.

L’importanza di non sottovalutare il bersaglio

Il problema, con tipi del genere, Henri, è che spesso sottovalutano il bersaglio. Una donna anziana come me, avrà pensato di mangiarsela in un boccone. È il classico errore. Avete delle idee strane sulle donne. Soprattutto su quelle anziane. Lui ormai non potrà più riflettere sulla questione, ma tu, Henri, spero che ne farai tesoro.

p. 181

Una storia intricata e ricca di colpi di scena. Personaggi strampalati e insoliti per questo genere letterario. Una protagonista indimenticabile, i cui gesti inconsulti si seguono con curiosità e divertimento. Tutti questi elementi rendono il romanzo una piacevolissima scoperta.

Il consiglio che vi do dopo questa lettura: occhio agli “insospettabili”!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Il ballo

Odio, rabbia, rancore, arrivismo, ipocrisia, vendetta, rivalità. Non credevo che in circa ottanta pagine si potessero racchiudere così tanti elementi. Dopo aver letto Il ballo” di Irène Némirovsky, edito da Adelphi, riesco a immaginare realmente cosa si intende per “risentimento”. Credo infatti che ci troviamo davanti a una perfetta descrizione di questo sentmento. E pensare che tutto nasce dall’organizzazione di un ballo nella Parigi degli anni Venti.

Madre-figlia: storia di un’antica rivalità

Non è un mistero che Irène Némirovsky abbia spesso fatto riferimento a questo tema (lo aveva già raccontato in una delle sue prime opere: “La nemica” e anche nel suo primo romanzo “David Golder“, di cui vi avevo parlato qui, spicca la mancanza d’amore tra genitore e figli). La rivalità madre-figlia, l’amore non corrisposto, il continuo e martellante giudizio a cui è sottoposta la quattordicenne Antoinette, protagonista de “Il ballo”, sono, in effetti, il fulcro del romanzo. E, come spesso accade, è proprio dall’esasperazione e dalla frustrazione che si scatena un terribile effetto a catena che porterà alla disperazione dei genitori.

La brama di essere ciò che non si è

Se qualcuno non viene, lo inviterai di nuovo la prossima volta, e poi ancora la volta dopo… Sai che ti dico? In fondo, per farsi strada bisogna solo seguire alla lettera la morale del Vangelo…
Cosa?
Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia… Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana.

p. 23

Incredibile la maestria con cui l’autrice descrive i genitori di Antoinette, i Signori Kampf. L’emblema degli arricchiti, di quelli che inseguono la “gente che conta”, che vivono nell’ansia di sbandierare tutti gli acquisti e i viaggi e gli investimenti che hanno fatto, tutti i nobili che hanno incontrato e con cui avrebbero instaurato fantomatici rapporti di solida (solidissima!) amicizia. Certo, alla fine, scappa sempre un sorriso. A proposito di umiltà cristiana…

Adolescenza: non ci sono istruzioni per l’uso

Ancora un’ora perduta, sprofondata nel nulla, che è scorsa fra le dita come acqua e che non tornerà mai più…

p. 46

Crescendo, tendiamo a dimenticare quei piccoli drammi che ci sembravano insormontabili da adolescenti. Tutte le lacrime versate per chissà quale evento a cui non ci era permesso partecipare perché “sei troppo piccolo/a”, o perché “non è opportuno”. Tutta la delusione, persino la depressione provata perché non eravamo al centro dell’attenzione di qualcuno che ci piaceva, in famiglia o fuori. O l’ansia di essere finalmente adulti “per poter fare tutto quello che voglio”. Poi vabbè, presto scopriamo che non è esattamente così, ma questa è un’altra storia.

Eppure, anche avvicinandoci in età adulta a questo piccolo classico di Irène Némirovsky, è difficile non solidarizzare con Antoinette, e lo è persino condannare del tutto il suo scatto d’ira, la sua vendetta non premeditata. La seguiamo con occhio complice, quasi benevolo, come a dire “ti capisco”.

p. 81

Aggiungo, infine, che le ultime pagine del romanzo sono di una crudeltà così perfetta da far rabbrividire. Voltando l’ultima pagina mi sono sorpresa a commentare: “Atroce!”.

Lettura incredibilmente interessante. Super consigliato!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Storie di gente felice

Forse dietro l’angolo esistono mille possibilità ancora intentate. Forse siamo solo noi che siamo stanchi, che ci siamo abituati a rassegnarci e a chiamare verità la rassegnazione e realtà tutto ciò che ci è di ostacolo, e a definire irreale tutto ciò che speriamo.

p. 21

La felicità è tutta uguale?

Ammetto che quando ho iniziato a leggere “Storie di gente felice” di Lars Gustafsson, edito da Iperborea (casa editrice che amo) avevo in mente tutto un altro genere di storie. Anzi, in realtà, avevo in mente tutto un altro genere di felicità.

E mi sono chiesta: com’è fatta la felicità? È uguale per tutti? Di che colore è? Ha una forma particolare? E, andando avanti nella lettura, immergendomi nel ritmo lento, nelle atmosfere sognanti dei dieci racconti di Gustafsson, ho capito che ho sempre avuto in mente un certo tipo di felicità. Quella dei film americani, quella del finale perfetto e del “e vissero per sempre felici e contenti“. Questo ha causato un iniziale corto circuito che mi ha portato a sentenziare: “Ma questi personaggi, anzi, queste storie non sono per niente felici!”

«Non è importante che tutto debba essere importante»

p. 97

Poi ho capito. La chiave per comprendere questi racconti è accettare l’esistenza di una felicità diversa. Che ha un altro tempo. Persino un altro spazio.

Una ferrovia del tutto priva di rischi, senza sorprese e pericoli, per così dire del tutto esente da sfide e incontri, non sarebbe diventata alla lunga monotona e noiosa?

p. 44

Crescere con un’idea univoca di cosa debba essere importante, felice, bello o giusto limita enormente le nostre vite e soprattutto le nostre possibilità. Ed è proprio abbracciando la vastità del campo del possibile che riusciamo a capire “Storie di gente felice”. I suoi tratti filosofici, poetici, meditativi e di colpo reali, crudelmente autentici.

L’essere umano era qualcosa di simile ai riflessi del sole su un’acqua in rapido movimento? Qualcosa che diventa visibile sotto un certo angolo, e invisibile sotto un altro?

p. 76

Vedi alla voce: illuminazione

Mentre pensi di rimanere intrappolato dalla bellezza delle descrizioni della natura, ecco che si inserisce un momento incredibilmente intimo di “epifania” che sorprende il lettore e gli stessi personaggi dei racconti. Ognuno riesce improvvisamente a scorgere una nuova prospettiva da cui osservare il proprio cammino, aprendo un varco nella propria realtà e cogliendo l’occasione di intuire il possibile. Di intuire la felicità.

E così, si alternano le vite di un ricercatore inviato in Cina che risolve un problema ingegneristico meditando sui pensieri di Mao, quella di un fisico che durante una notte insonne scopre sull’elenco telefonico che forse la sua prima fidanzata data per morta da tempo è viva e vegeta, e ancora, due innamorati che si incontrano dopo anni in un bar di Atene, un bambino che cresce in manicomio, una donna ammalata. Compaiono addirittura Pascal e Nietzsche, in una ricerca spasmodica di un senso, di un equilibrio tra realtà e immaginazione.

p. 195-196

Alla prossima puntata, amici lettori!

Madonna col cappotto di pelliccia

“Raif Bey, cerchi di capirmi! Io sto per intraprendere una strada che lei ha percorso fino alla fine. Voglio imparare a capire le persone e, soprattutto, voglio sapere quello che la gente le ha fatto…”, dissi.

p. 55

All’inizio non avevo afferrato il significato di questa frase. A quale “percorso” fa riferimento la voce narrante di “Madonna col cappotto di pelliccia“, di Sabahattin Ali, edito da Fazi Editore?
Mi era però familiare quella voglia di conoscere le persone, di provare a capirle. Forse perché spesso mi capita di “intuire” soltanto, di sfiorare certe persone e di non riuscire a comprenderle davvero. E quindi sono andata avanti, dicendomi “più avanti capirò”. (Ammetto che riferendomi alle persone, è più facile che mi ritrovi a mormorare: “Non capirò mai” 😂).

Il potere della casualità

C’è chi crede che tutto accada per una ragione. Di conseguenza, se incrociamo qualcuno sul nostro cammino, c’è un perché.

Non so in cosa credesse l’autore, ma il suo romanzo parla di incontri casuali che cambiano l’esistenza, sconvolgendola del tutto.

Gli incontri sono due: quello tra il narratore e Raif Bey e quello tra Raif e Maria Puder. Due storie collegate: quella di un’amicizia e quella di un grande amore.

p. 45

Anni Trenta, Turchia, Ankara. Un ragazzo un po’ demotivato si imbatte in Raif Effendi, restando subito colpito dalla sua apparente mediocrità. Tutti considerano Raif come uno scansafatiche, è maltrattato sia al lavoro che in famiglia. Per qualche strano motivo, però, i due entrano in confidenza. Cosa si nasconde dietro lo sguardo assente e l’indifferenza di quest’uomo vessato da tutti? Sarà un taccuino a svelare la verità: dieci anni prima, Raif Effendi lasciava la provincia turca per imparare un mestiere a Berlino. Ed è proprio in un museo berlinese che si era innamorato del dipinto di una donna con indosso un cappotto di pelliccia. Era talmente affascinato dal quadro che tornava a contemplarlo tutti i giorni, fino a quando una notte aveva riconosciuto la misteriosa donna del dipinto. Si chiamava Maria ed era un’artista.

This is not (only) a love novel

Starete pensando “Oh, no. La solita storia d’amore”. Non è proprio così.
Innanzitutto, questo romanzo parla della solitudine che tanti di noi, specialmente in alcune fasi della propria esistenza, provano anche in mezzo alla folla. Della solitudine che ci ritroviamo a sperimentare in città grandi e nuove e di quell’irrequietezza che sperimentiamo quando non abbiamo chiari davanti a noi degli obiettivi. Ma parla anche di culture diverse (Turchia e Germania tra le due guerre mondiali), di pregiudizio e della paura folle di restare delusi, intrappolati nell’altro, “di sottomettersi”, come direbbe Maria Puder. E soprattutto, racconta della rassegnazione davanti alle incomprensibili trame del destino.

p. 208

Una straordinaria storia ordinaria

Una trama semplice ma coinvolgente (ti tiene incollato!), uno stile pulito, fluido, senza fronzoli, in grado di indagare la passione e i sentimenti, alternando sapientemente profondità e leggerezza. Capace di raccontare la “normalità” dei personaggi e la “straordinarietà” dei loro destini. Un’atmosfera sospesa, quasi magica, quasi onirica.

Il romanzo osteggiato dalle dittature

Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1942, poi è scomparso, censurato dalle autorità turche.

Nel 2016, dopo il colpo di stato fallito, il regime di Erdoğan ha perseguitato duramente giornalisti, intellettuali, scrittori, attivisti e soppresso ogni mezzo di informazione che osasse contrastarlo. Eppure, solo un romanzo dissidente continua a essere venduto: Madonna col cappotto di pelliccia. Simbolo della resistenza dei giovani turchi, ispirati probabilmente dalla libertà del racconto di Sabahattin Ali, dal viaggio in Europa, dalla storia d’amore fuori dagli schemi, dall’emancipazione di Maria Puder, e probabilmente dall’idea che si possa, in qualche modo, scegliere il proprio stile di vita, scegliere chi amare.

Ci sono poche notizie sulla biografia dell’autore, Sabahattin Ali. Quello che si sa per certo è che, per un periodo, soggiornò a Berlino e che poi fece ritorno in Turchia.

Se potessi parlarci oggi, gli chiederei come prima cosa se ha davvero conosciuto la Madonna col cappotto di pelliccia, se ha realmente vissuto quell’amore straordinario.

Mi piace pensare che sia una storia autobiografica.

Alla prossima puntata, amici lettori!