Il senso di una fine

L’ultima immagine non l’ho propriamente vista, ma quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni.

p. 5

Ho iniziato a leggere Julian Barnes qualche anno fa, grazie al consiglio di un amico. Dopo aver letto “Livelli di vita” mi ero detta: “Ok, questo è uno che scrive davvero”. Subito dopo era seguita la solita crisi dei 30 minuti in cui ripeto ossessivamente “Perché non scrivo come lui? Oh me tapina!” (dopo 30 minuti, mi passa, tranquilli. Perché penso: ehi, io scrivo meglio! Scherzo, ovviamente 😇).

Questa volta, vi parlo de “Il Senso di una fine“, edito da Einaudi e scritto nel 2011. Sembra sia anche abbastanza autobiografico…

Prima parte

La storia parte con la vita di tre amici nel corso del loro ultimo anno di scuola. Tre ragazzi molto diversi che fanno amicizia con un nuovo compagno di classe: Adrian Finn. Saggio, misterioso, profondo, incredibilmente intelligente, Adrian si distingue subito dai coetanei, lasciando a bocca aperta anche i suoi professori.

p. 11

Tra confidenze, paure, filosofia e la promessa di una nuova vita all’Università – fatta anche della scoperta dell’universo femminile – i ragazzi entrano in connessione, pur avvertendo quel senso di euforisco smarrimento tipico di chi sta per terminare un ciclo e per aprirne un altro.

Seconda parte

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La seconda parte del romanzo è costruita come un giallo. Un bel giallo.
Tony Webster, uno dei tre amici con cui si apre il racconto, che è anche colui che racconta la storia, riceve una lettera da un avvocato: è il beneficiario di un lascito di cinquecento sterline e, in più, ha ereditato un diario del suo vecchio amico Adrian Finn.

Ecco che il passato bussa alla porta di un Tony ormai sessantenne, padre, divorziato, pensionato e lo costringe a immergersi nella memoria della sua esistenza di giovane matricola. Perché Adrian gli ha lasciato un diario? Ed ecco che tornano in mente le delusioni amorose, le rivalità, la sua prima fidanzata, Veronica. Che fine hanno fatto i vecchi amici? E Veronica? Cosa c’entra con questa storia?

E comunque, il dolore è passato. Come ho detto, ho una certa attitudine all’autoconservazione.

p. 66

Tra tempo e memoria, sembra che la vita a un certo punto ti chieda il conto e ti metta davanti a un grande specchio con una spietata luce al neon puntata davanti che evidenzia tutte le tue fattezze. In un’alternza di ricordi e confronti con la mediocrità del presente, Tony arriverà a scoprire verità che avrebbe preferito non conoscere mai. Probabilmente, grazie al Tony del passato.

All’improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.

p. 82

Posso solo dirvi che con questo romanzo Barnes ha vinto il Man Booker Prize nel 2011. E aggiungo solo che, come accennavo prima: è un signore che scrive davvero.
Estremamente consigliato.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Le ragioni del dubbio

(…) il dubbio ci serve, il dubbio è fecondo. Senza il dubbio non c’è avanzamento della conoscenza.

p. 19

E voi mi direte: abbastanza scontato. E io vi risponderei: ma lo è poi davvero?

Viviamo in un mondo in cui la velocità è il Sacro Graal. Quante volte sentiamo espressioni come: “È bravissimo e hai notato? Ha sempre la battuta pronta!”, oppure “È sempre sicuro di sé”.

Come se dubitare fosse associato, in qualche maniera, all’essere debole, fragile, insicuro.

Come giustamente sottolinea Vera Gheno nel suo “Le ragioni del dubbio”, edito da Einaudi,

Dubitare, sì, ma in maniera sana, non patologica.

p. 21

E così, in un viaggio che parte dalla magnifica Lode al dubbio di Bertelt Brecht, l’autrice ci porta a riflettere sull’arma più potente che esista: il linguaggio. E per estensione: la comunicazione. Un viaggio, ve lo dico subito, che non ha nulla a che vedere con la lezioncina che ci si potrebbe aspettare dalla lettura di un saggio di un linguista, anzi di un sociolinguista. Vera Gheno scrive in modo attuale, chiarissimo e divertente! E ricorda con estrema semplicità quanto sia interessante andare all’origine delle parole che utilizziamo nella quotidianità e scoprirne l’etimologia. Certo, tutto questo è possibile a patto che ci si ponga il dubbio, che si metta in discussione la propria conoscenza. Al contrario,

La mancanza di elasticità porta a un istintivo misoneismo, ossia odio per tutto ciò che è nuovo, inedito, visto come qualcosa che mette in crisi lo status quo. Più in generale, chi è rigido è xenofobo, che etimologicamente non vuol dire razzista ma «che ha in odio tutto ciò che è straniero, alieno».

p. 22

Ho trovato poi incredibilmente onesto il paragrafo sull’odio dei giusti, di cui vi leggo un breve stralcio:

p. 46

Mi ha fatto sorridere e riflettere su quanto su quanto spesso capiti di confrontarsi con persone che si sentono così “giuste” ma anche quanto spesso ci capiti di ritrovarci a essere proprio noi quei giusti che si sentono in diritto di odiare. D’ora in poi, ci farò caso e proverò a non esserlo mai.

Sì, perché, come scrive la Gheno, dovremmo evitare con tutte le nostre forze quell’odio che ormai è il petrolio della comunicazione: il petrodio. E per averne un’idea è sufficiente apriare la home di uno qualsiasi dei nostri social, infestati dai cosiddetti hateholder, gli stakeholder dell’odio (termine coniato da Nicola Colotti, conduttore all’Rsi).

E il viaggio prosegue, tra inviti a scansare quel fenomeno figlio della mancanza di dubbi che è il “quindismo”,

l’uso del quindi per creare collegamenti impropri

p. 40

E riferimenti alla naturale evoluzione della lingua, confermata da esperimenti che possiamo facilmente ritrovare nel genere musicale della trap (chi l’avrebbe mai detto?), fino al dibattuto uso dello “schwa”. Il tutto, passando per la mia parte preferita: il suggerimento, durante un dibattito o un confronto, a rifarsi all’arte giapponese dell’aikido, anziché concentrarci solo sull’asfaltare il “nemico”.

Traslato nella comunicazione, praticare l’aikido, significa non replicare a offesa con offesa, ma ignorarla elegantemente e, ove possibile, concentrarsi sull’essenza della polemica; spesso, agendo così, si assiste a un piccolo miracolo: l’urlatore o l’urlatrice continua per un po’ a lanciare improperi, ma in maniera sempre meno convinta, per l’insoddisfazione di fronte alla parte avversa che non raccoglie il guanto di sfida.

p. 148

Lo so, è un suggerimento molto zen, difficile da mettere in praticare, specialmente per chi, come la sottoscritta, ha un carattere tendenzialmente…Diciamo fumantino, dai. Però, ho riconosciuto le potenzialità (enormi) dell’applicazione di questo suggerimento. Il ché mi porta a citare un altro tema molto interessante trattato nel testo e cioè: il silenzio. Da molti interpretato come assenza di comunicazione. Ma pensiamoci: quanti significati ha il silenzio? Pensate solo a quanti sottointesi ci sono nelle famose “pause” degli attori, nelle sospensioni dei ballerini, nei respiri…

Molti si dicono spaventati dal silenzio, si agitano nelle situazioni in cui vi regna. Eppure, alla base del dialogo c’è l’ascolto: ma come facciamo ad ascoltare se non facciamo silenzio, se non ci prendiamo il tempo necessario per capire cosa ci sta dicendo il nostro interlocutore?

Il silenzio, insomma, crea lo spazio necessario per l’ascolto: essenziale per comprendere non solo le parole del prossimo, ma anche il prossimo, dato che in quelle parole c’è una parte del suo essere, del suo mondo valoriale e anche dei suoi desideri e delle sue aspirazioni.

p. 159

Leggere questo saggio non è soltanto divertente per chi è affascinato dal sociolinguismo. Credo sia soprattutto un manuale concreto per capire come comunicare meglio in un mondo in cui tutto è comunicazione.

Consigliatissimo.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Niente di vero

Chiudo il romanzo di Veronica Raimo, intitolato “Niente di vero“, ed edito da Einaudi e penso, nell’ordine:

  1. Moriremo di marketing
  2. Evidentemente io e Zerocalcare ridiamo per cose molto diverse
  3. I quarantenni sono tutti così? Panico

Non mi spiego come sia possibile essere così indeterminati. Indefiniti. Incapaci di esistere. Ma soprattutto…quanto c’è di vero?

p. 37

Quanto gioca appunto la componente “autosuggestione“? E quanto il:

Ma sì, dài, facciamo che sono io.

p. 148

Non vorrei che fosse tutto un cucirsi addosso un personaggio un po’ sventurato, un po’ diverso, a tutti i costi fuori dagli schemi. E giuro che non ce la faccio a subire passivamente questo inno all’inadeguatezza di una generazione, solo per assecondare il policatically correct.

E non è che penso che si debba sempre essere inquadrati, incasellati, determinati e convinti di ogni micro-aspetto della nostra esistenza. Anzi. Ci sono lunghi periodi in cui mi sento una polaroid sfocata. Però, PERIODI, appunto.

Ma qui, in questo romanzo, caro personaggio-oscuro-votato-unicamente-al-dio-denaro che ha promosso il libro pensando solo al numero di copie vendute, ti assicuro che c’è ben poco da ridere. Al più, si sorride, amaramente.

E così, tra una madre macchiettisticamente ansiosa, un padre ipocondriaco che costruisce muri a ripetizione in un mini appartamento, murando viva l’intera famiglia, un fratello ego-riferito che finisce in politica e accenna a passaggi della Bibbia quando non sa cosa dire o peggio non ascolta, uomini di passaggio, un aborto e un lutto (quest’ultimo raccontato in modo molto elegante), questa storia si compone di vuoti.

La trama è semplice

La Raimo parla della sua famiglia, di alcune tappe della sua vita, crogiolandosi nel senso di disagio che afferma di aver provato costantemente. E non lo so se non riesco a empatizzare con lei perché veniamo da realtà e vissuti totalmente diversi o perché sono più piccola di lei di oltre dieci anni. Quello che so è che la reazione che ho provato leggendo certi passaggi è stato fastidio, un tremendo fastidio. Per chi quasi fa un vanto della sua condizione di disagiato cronico. Anche se, a volte, gli sfigati ci fanno un po’ sorridere, ci fanno provare tenerezza, trovo che arrendersi a questo status sia molto triste. E celebrarlo, lo è ancor di più.

E quindi, questa volta, sono molto indecisa se consigliarvi questo romanzo. Posso dirvi questo: leggetelo se siete curiosi, ma sappiate che è stato venduto come qualcosa che non è, e cioè un libro divertente che parla della donna di oggi. (Ma dove?)

Alla prossima puntata, amici lettori!

Tomás Nevinson

Va bene, sì. È tutto vero. Tomás Nevinson, l’ultimo romanzo di Javier Marías, edito da Einaudi, è un capolavoro.

Circa 600 pagine di “Oddio, come andrà a finire? Lo farà davvero?”.

p. 363-364

Dopo il bellissimo Berta Isla – di cui vi avevo parlato nel lontano 2019 (sono già passati tre anni, send help!) – Marías torna a parlare della spia (suo malgrado) Tomás Nevinson, il marito di Berta. Un uomo inafferrabile, tenuto lontano dalla sua famiglia per anni, a causa di un misterioso impiego nei servizi segreti.

Eppure Tomás aveva fatto ritorno a Madrid, ormai quarantenne, giurando di aver lasciato il suo incarico. Eppure. Eppure…

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È la storia di una spia, sì. Ma è anche la storia di un uomo che vuole sentirsi di nuovo utile, che vuole provare a se stesso di non essere finito, di avere ancora qualche carta da giocare. Ma forse uccidere a vent’anni non è lo stesso che pensare di farlo a quaranta. Forse la fede, la lealtà cieca verso la missione da compiere, verso un ideale, una persona, un mestiere può finalmente essere messa in dubbio. Le certezze possono crollare. E come condannare un altro essere umano se non si è certi della sua colpevolezza? Ebbene, forse autoconvincendosi che si sta facendo la cosa giusta…

Quando uno si vede obbligato a fare qualcosa che non gli piace o gli ripugna, non gli rimane altra scelta che convincersi che quell’atto non sia poi così sbagliato, che non sia in fin dei conti esecrabile, e cerca di ripulirsi la coscienza con una giustificazione.

p. 508

Uno di quei romanzi in cui vorresti sottolineare tutto, ogni parola. Uno di quelli di cui vorresti saper citare interi paragrafi per quanto sono intensi e brutalmente autentici.

Un romanzo seducente, divertente e tipicamente JavierMariasiano – un termine appena coniato dalla sottoscritta – perché ha quella caratteristica folle di essere senza tempo: è soltanto e semplicemente universale.

p. 80

E così, fra sospetti, minacce, disperazione, Marías affronta il tema della Spagna dell’ETA, accostando quasi, con una destrezza superba, certe scelte compiute dai servizi segreti a quelle dei terroristi. Ci fornisce un identikit delle spie perfette, condividendo il loro mantra:

La crudeltà è contagiosa. L’odio è contagioso. La fede è contagiosa. La follia è contagiosa. La stupidità è contagiosa. Noi dobbiamo badare a non infettarci.

p. 403

… E anche i loro consigli per studiare e/o avvicinare il nemico (o il prossimo, direi):

È sempre sospetta una persona che non si concede mai la vanità né il tormento di guardarsi indietro.

p. 202

… La vanità è incommensurabile e universale, perfino negli individui più insignificanti.

p. 187

Che dire?
Fatevi un regalo: leggetelo.

A presto, amici lettori!

Il ballo

Odio, rabbia, rancore, arrivismo, ipocrisia, vendetta, rivalità. Non credevo che in circa ottanta pagine si potessero racchiudere così tanti elementi. Dopo aver letto Il ballo” di Irène Némirovsky, edito da Adelphi, riesco a immaginare realmente cosa si intende per “risentimento”. Credo infatti che ci troviamo davanti a una perfetta descrizione di questo sentmento. E pensare che tutto nasce dall’organizzazione di un ballo nella Parigi degli anni Venti.

Madre-figlia: storia di un’antica rivalità

Non è un mistero che Irène Némirovsky abbia spesso fatto riferimento a questo tema (lo aveva già raccontato in una delle sue prime opere: “La nemica” e anche nel suo primo romanzo “David Golder“, di cui vi avevo parlato qui, spicca la mancanza d’amore tra genitore e figli). La rivalità madre-figlia, l’amore non corrisposto, il continuo e martellante giudizio a cui è sottoposta la quattordicenne Antoinette, protagonista de “Il ballo”, sono, in effetti, il fulcro del romanzo. E, come spesso accade, è proprio dall’esasperazione e dalla frustrazione che si scatena un terribile effetto a catena che porterà alla disperazione dei genitori.

La brama di essere ciò che non si è

Se qualcuno non viene, lo inviterai di nuovo la prossima volta, e poi ancora la volta dopo… Sai che ti dico? In fondo, per farsi strada bisogna solo seguire alla lettera la morale del Vangelo…
Cosa?
Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia… Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana.

p. 23

Incredibile la maestria con cui l’autrice descrive i genitori di Antoinette, i Signori Kampf. L’emblema degli arricchiti, di quelli che inseguono la “gente che conta”, che vivono nell’ansia di sbandierare tutti gli acquisti e i viaggi e gli investimenti che hanno fatto, tutti i nobili che hanno incontrato e con cui avrebbero instaurato fantomatici rapporti di solida (solidissima!) amicizia. Certo, alla fine, scappa sempre un sorriso. A proposito di umiltà cristiana…

Adolescenza: non ci sono istruzioni per l’uso

Ancora un’ora perduta, sprofondata nel nulla, che è scorsa fra le dita come acqua e che non tornerà mai più…

p. 46

Crescendo, tendiamo a dimenticare quei piccoli drammi che ci sembravano insormontabili da adolescenti. Tutte le lacrime versate per chissà quale evento a cui non ci era permesso partecipare perché “sei troppo piccolo/a”, o perché “non è opportuno”. Tutta la delusione, persino la depressione provata perché non eravamo al centro dell’attenzione di qualcuno che ci piaceva, in famiglia o fuori. O l’ansia di essere finalmente adulti “per poter fare tutto quello che voglio”. Poi vabbè, presto scopriamo che non è esattamente così, ma questa è un’altra storia.

Eppure, anche avvicinandoci in età adulta a questo piccolo classico di Irène Némirovsky, è difficile non solidarizzare con Antoinette, e lo è persino condannare del tutto il suo scatto d’ira, la sua vendetta non premeditata. La seguiamo con occhio complice, quasi benevolo, come a dire “ti capisco”.

p. 81

Aggiungo, infine, che le ultime pagine del romanzo sono di una crudeltà così perfetta da far rabbrividire. Voltando l’ultima pagina mi sono sorpresa a commentare: “Atroce!”.

Lettura incredibilmente interessante. Super consigliato!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Fatti il letto

Oops, questo è imbarazzante!

Avete presente questo messaggio che appare ogni tanto mentre si naviga in rete? Ecco, per me, trovare “Fatti il letto” sulla mia scrivania è stato proprio da “Oops, questo è imbarazzante!”.

Ma da dove spunta questo libro?

Lo osservo bene e noto che l’autore è UN AMMIRAGLIO. Il pensiero sorge immediato e spontaneo: “Ma chi è quel fesso che non sa che io e le forze dell’ordine siamo come Beep Beep e il Coyote? Come Titti e il Gatto Silvestro?”.
Un po’ seccata dal ritrovamento, passo in rassegna la mia famiglia… “Me l’ha regalato qualcuno di voi?”. Mio padre (ex anarchico) mi guarda addirittura indignato, ma questa è un’altra storia…

Quando sto per rassegnarmi al fatto che non scoprirò mai l’origine del romanzo (che poi è un breve saggio), arriva l’illuminazione: l’ho comprato io stessa qualche Natale fa per regalarlo a un amico. Peccato che poi debba aver cambiato idea. “No, non gli piacerebbe”, avrò pensato all’epoca. E da vera snob, l’ho abbandonato in camera e addirittura dimenticato.

Lo guardo un’altra volta e mi dico: “Provaci, al massimo lo abbandoni”.

Parola di ammiraglio

Se la mattina vi fate il letto, avrete portato a termine il primo compito della giornata.

Questa frase è tratta da un discorso che William McRaven, ammiraglio americano e autore di Fatti il Letto (edizioni Piemme), ha tenuto ai laureandi dell’università del Texas nel 2014, durante la cerimonia di consegna dei diplomi.

Penso che ciascuno di quei ragazzi si sia chiesto perché mai il primo consiglio di un ammiraglio a quattro stelle della marina americana fosse quello di rifarsi il letto la mattina. O almeno io me lo sarei chiesto.

…Questo vi darà una sensazione di orgoglio e vi incoraggerà a concluderne un altro, e poi un altro ancora. Farsi il letto, inoltre, rimarca la consapevolezza che nella vita le piccole cose contano. Se non sapete fare bene le piccole cose, non ne farete mai di grandi.

Ok, ammiraglio. Adesso mi hai incuriosita.

Ebbene, McRaven condivide con i laureandi i dieci insegnamenti che ha acquisito durante il suo (durissimo, ragazzi) addestramento da NAVY SEAL. Ammetto che, leggendoli, ho capito che anche i militari hanno da insegnare.

Ispirare coraggio e spingersi oltre

Tutti noi ci ritroveremo immersi nel fango fino al collo, prima o poi. Quello è il momento di cantare a voce alta, di fare un gran sorriso, di tirare su quelli che ci circondano e dar loro la speranza che domani sarà un giorno migliore.

p. 104

Penserete: “Facile a dirsi”. Eppure, questo insegnamento deriva dall’aver vissuto in prima persona una nottata gelida immerso nel fango e dall’aver deciso di non mollare, di resistere alla fatica, al freddo, grazie alla voce sgraziata di un commilitone che aveva avuto il potere di infondere coraggio in tutto il team, cantando una canzone, banalmente.

Non c’è bisogno di essere un NAVY SEAL, comunque. Se ci pensate bene, anche nelle nostre vite c’è quella persona capace di infondere coraggio e speranza, anche con una battuta, anche con un occhiolino. E se non l’avete, state tranquilli… Magari siete proprio voi!

Se passate le giornate a commiserarvi, a lamentarvi per come siete stati trattati, a maledire il destino, dando la colpa a qualcun altro o a qualcos’altro, allora la vita sarà lunga e difficile. Ma se vi rifiutate di rinunciare ai vostri sogni e affrontate le avversità a testa alta… Allora la vita sarà ciò che voi ne fate… E potrete renderla eccezionale.

p. 113

Questo passaggio mi ha molto colpito perché ho passato diversi anni a stretto contatto con una persona convinta di avere addosso tutte le sciagure del mondo e, soprattutto, smaniosa di raccontarle. È molto sottovalutato quanto sia nocivo circondarsi di persone di questa risma. Sottopone a uno stress incredibile. Fidatevi. Ma la citazione mi ha colpito soprattutto perché mi ha fatto capire che anche non arrendersi alla negatività del prossimo è una forma di resistenza e di coraggio. E la possiamo esercitare ogni giorno. Possiamo renderci eccezionali in ogni momento, scegliendo di andare avanti e di non mollare, di trovare la versione migliore di noi stessi.

È vero, sono tempi difficili e l’ammiraglio pronunciava queste bellissime parole quando ancora non c’era il Covid a inchiodarci a casa e a rubarci due anni delle nostre vite, ma il principio di fondo, quello di non mollare mai, per me è valido. Anzi, forse è valido oggi più che mai.

Vi voglio salutare con un passaggio del celebre discorso di McRaven che, dopo aver ottenuto oltre cento milioni di visualizzazioni in rete, è diventato un bestseller pubblicato in 24 lingue.

p. 134

La versione integrale la trovate cliccando qui.

P.S. Dopotutto, ripensandoci…Al mio amico sarebbe piaciuto.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Madonna col cappotto di pelliccia

“Raif Bey, cerchi di capirmi! Io sto per intraprendere una strada che lei ha percorso fino alla fine. Voglio imparare a capire le persone e, soprattutto, voglio sapere quello che la gente le ha fatto…”, dissi.

p. 55

All’inizio non avevo afferrato il significato di questa frase. A quale “percorso” fa riferimento la voce narrante di “Madonna col cappotto di pelliccia“, di Sabahattin Ali, edito da Fazi Editore?
Mi era però familiare quella voglia di conoscere le persone, di provare a capirle. Forse perché spesso mi capita di “intuire” soltanto, di sfiorare certe persone e di non riuscire a comprenderle davvero. E quindi sono andata avanti, dicendomi “più avanti capirò”. (Ammetto che riferendomi alle persone, è più facile che mi ritrovi a mormorare: “Non capirò mai” 😂).

Il potere della casualità

C’è chi crede che tutto accada per una ragione. Di conseguenza, se incrociamo qualcuno sul nostro cammino, c’è un perché.

Non so in cosa credesse l’autore, ma il suo romanzo parla di incontri casuali che cambiano l’esistenza, sconvolgendola del tutto.

Gli incontri sono due: quello tra il narratore e Raif Bey e quello tra Raif e Maria Puder. Due storie collegate: quella di un’amicizia e quella di un grande amore.

p. 45

Anni Trenta, Turchia, Ankara. Un ragazzo un po’ demotivato si imbatte in Raif Effendi, restando subito colpito dalla sua apparente mediocrità. Tutti considerano Raif come uno scansafatiche, è maltrattato sia al lavoro che in famiglia. Per qualche strano motivo, però, i due entrano in confidenza. Cosa si nasconde dietro lo sguardo assente e l’indifferenza di quest’uomo vessato da tutti? Sarà un taccuino a svelare la verità: dieci anni prima, Raif Effendi lasciava la provincia turca per imparare un mestiere a Berlino. Ed è proprio in un museo berlinese che si era innamorato del dipinto di una donna con indosso un cappotto di pelliccia. Era talmente affascinato dal quadro che tornava a contemplarlo tutti i giorni, fino a quando una notte aveva riconosciuto la misteriosa donna del dipinto. Si chiamava Maria ed era un’artista.

This is not (only) a love novel

Starete pensando “Oh, no. La solita storia d’amore”. Non è proprio così.
Innanzitutto, questo romanzo parla della solitudine che tanti di noi, specialmente in alcune fasi della propria esistenza, provano anche in mezzo alla folla. Della solitudine che ci ritroviamo a sperimentare in città grandi e nuove e di quell’irrequietezza che sperimentiamo quando non abbiamo chiari davanti a noi degli obiettivi. Ma parla anche di culture diverse (Turchia e Germania tra le due guerre mondiali), di pregiudizio e della paura folle di restare delusi, intrappolati nell’altro, “di sottomettersi”, come direbbe Maria Puder. E soprattutto, racconta della rassegnazione davanti alle incomprensibili trame del destino.

p. 208

Una straordinaria storia ordinaria

Una trama semplice ma coinvolgente (ti tiene incollato!), uno stile pulito, fluido, senza fronzoli, in grado di indagare la passione e i sentimenti, alternando sapientemente profondità e leggerezza. Capace di raccontare la “normalità” dei personaggi e la “straordinarietà” dei loro destini. Un’atmosfera sospesa, quasi magica, quasi onirica.

Il romanzo osteggiato dalle dittature

Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 1942, poi è scomparso, censurato dalle autorità turche.

Nel 2016, dopo il colpo di stato fallito, il regime di Erdoğan ha perseguitato duramente giornalisti, intellettuali, scrittori, attivisti e soppresso ogni mezzo di informazione che osasse contrastarlo. Eppure, solo un romanzo dissidente continua a essere venduto: Madonna col cappotto di pelliccia. Simbolo della resistenza dei giovani turchi, ispirati probabilmente dalla libertà del racconto di Sabahattin Ali, dal viaggio in Europa, dalla storia d’amore fuori dagli schemi, dall’emancipazione di Maria Puder, e probabilmente dall’idea che si possa, in qualche modo, scegliere il proprio stile di vita, scegliere chi amare.

Ci sono poche notizie sulla biografia dell’autore, Sabahattin Ali. Quello che si sa per certo è che, per un periodo, soggiornò a Berlino e che poi fece ritorno in Turchia.

Se potessi parlarci oggi, gli chiederei come prima cosa se ha davvero conosciuto la Madonna col cappotto di pelliccia, se ha realmente vissuto quell’amore straordinario.

Mi piace pensare che sia una storia autobiografica.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Gennaio 2022: Allegro ma non troppo

È il quarto giorno del 2022. Come ce la stiamo cavando?

Siamo rientrati a tutti gli effetti nella nostra routine fatta di lavoro, ritmi serrati e scadenze da rispettare? Se è così e, come nel mio caso, una parte di voi non riesce proprio ad accettarlo, vi consiglio una chicca.

Due brevissimi e divertentissimi saggi dell’economista Carlo M. Cipolla, editi da Il Mulino, che non solo vi faranno evadere, ma vi faranno probabilmente ridere al pensiero di alcune (molte?) circostanze che capitano durante le nostre giornate.

“La vita è così seria, molto spesso tragica, qualche volta comica”.

p. 5

Mi permetto un ulteriore consiglio: non perdetevi neanche una parola dell’introduzione (non fate i furbi, so che spesso la saltate e puntate dritto al primo capitolo!), nella quale l’autore si sofferma in modo elegante ed efficace sulla distinzione tra “umorismo” e “ironia”.

“Chiaramente l’umorismo è la capacità intelligente e sottile di rilevare e rappresentare l’aspetto comico della realtà. Ma è anche molto di più. Anzitutto, come scrissero Devoto e Oli, l’umorismo non deve implicare una posizione ostile bensì una profonda e spesso indulgente simpatia umana”.

p. 6

Quando si fa dell’ironia si ride degli altri.

p. 7

Il primo saggio, intitolato “Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo”, è un’allegra parodia della storia economica e sociale del Medioevo, per l’appunto, riscritta in funzione dell’importanza della famosa spezia, nota come afrodisiaco e in grado di condizionare il destino di intere popolazioni. Dal tempo degli antichi romani fino al Rinascimento, passando per la Guerra dei Cent’anni (che in realtà furono 116! Lo ricordavate?).

“In tutte le forme di migrazione umana, vi sono forze di attrazione e di spinta. Il pepe fu certamente la forza di attrazione; il vino fu la forza di spinta”.

p. 20

Il secondo saggio è probabilmente quello più conosciuto e spesso citato (debitamente o indebitamente) sulla stampa e s’intitola “Le leggi fondamentali della stupidità umana”.

Sento già crescere la vostra curiosità. Sentite qui:

Non voglio aggiungere troppo, rischiando di rovinarvi il piacere di questa esilarante e istruttiva lettura. Vi dico soltanto che esistono ben cinque leggi fondamentali sulla stupidità umana (chissà che qualcuno non ne scopra di nuove nel corso dell’anno. Nel caso segnalatemele, potremmo produrre qualcosa di bello!) e sono le seguenti:

1. Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione

2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona

3. Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita

4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore

5. La persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che esista.

Per tutti i dettagli del caso, non vi resta che leggere!

Se siete appassionati di saggi un po’ “anarchici”, vi consiglio quello con cui avevo iniziato il 2021. Lo trovate qui.

Ma prima di salutarci, ditemi la verità… Leggendo le cinque leggi, avete per caso pensato a qualcuno di vostra conoscenza? Si scherza

Alla prossima puntata, amici lettori!

E buon anno!

Dicembre 2021: Finché tutto resta nascosto in un cassetto

Lo sradicamento degli esseri umani è una frustrazione che in un modo o nell’altro offusca la chiarezza dell’anima.

Pablo Neruda

È con questa citazione che si apre “Finché tutto resta nascosto in un cassetto”, il romanzo d’esordio di Olivia Ruiz, edito da Garzanti.

Siamo in Francia e la protagonista di questa storia si appresta ad aprire il misterioso comò della nonna Rita. Un mobile ingombrante, pieno di cassetti di colori diversi ma soprattutto chiusi a chiave.

Cosa ci può essere di più affascinante di un cassetto che non possiamo aprire?

Siamo in Francia, dicevo. Eppure questa storia parla di Spagna. Di una Spagna ferita dall’ascesa del Franchismo, dalla guerra civile. Parla di militanti e di chi decide di regalare una nuova vita a chi non può ancora lottare per la libertà. Parla di varcare confini, di essere innocenti e colpevoli allo stesso tempo. Parla di chi insegue una vita migliore ma viene bollato come “straniero indesiderato”.

Parla della vergogna di essere quel che si è, tanto da provare a essere qualcun altro. Parla del rifiuto, di riscatto e di amore. Che tutti questi ingredienti compongono la storia delle nostre famiglie.

Ti affido la mia medaglietta del battesimo, cariño, è stata la mia unica compagna di viaggio «di valore».

p. 17

Chi ha avuto la fortuna di conoscere o di crescere con i nonni, avrà magari sentito una frase del genere e poi, subito dopo, avrà ascoltato il racconto di un viaggio. Di una vita…

È così facile partire quando si ignora che forse sarà per sempre.

p. 22

E così, nel racconto di Rita, l’«Abuela» protagonista del romanzo, vengono finalmente a galla tutti i segreti grandi e piccoli di tre generazioni che, a cavallo tra Spagna e Francia, si sono accumulati e che qualcuno ha tenuto nascosti in un cassetto.

C’è chi sceglie di raccogliere l’eredità, di custodire il segreto, c’è chi invece lo rifugge per paura di non saperlo mantenere o, peggio, di conoscere la verità.

Cosa scegliereste tra il rassicurante non detto e il rumore della verità?

Per scoprire le scelte di Rita e della sua famiglia non vi resta che immergervi nella lettura. Probabilmente sarà facile riconoscere nelle pieghe del loro destino, qualcosa delle vostre famiglie, dei vostri piccoli e grandi segreti.

p. 162

Alla prossima puntata, amici lettori!

Le intermittenze della morte

p. 139

“Cosa leggi?”
“Le intermittenze della morte”
“Le tue solite letture pesanti”
“Non è per niente pesante! Fa anche ridere!”
Silenzio.

Che pensereste se un bel giorno, di punto in bianco e senza nessun motivo apparente, la gente smettesse di morire? Sareste felici?

Chissà se José Saramago, Premio Nobel per la letteratura nel 1998 e autore che ogni lettore dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, è partito da queste domande per iniziare la stesura di questo romanzo sorprendente.

Se non vi siete mai imbattuti nello stile di Saramago, qualche piccola avvertenza, amici lettori: dimenticate la punteggiatura, in particolare nella forma del punto. Vedete, potrete leggere pagine intere di questo scrittore portoghese, unico nel suo genere, senza trovare il punto. Non solo, dimenticate le virgolette nel discorso diretto e dimenticate anche la regola (patrimonio dell’umanità) della frase semplice “soggetto-verbo-complemento oggetto”.
Ebbene sì, Saramago è il trionfo, anzi no, è la vendetta delle subordinate, in cui all’inizio vi sembrerà di perdervi, come in un labirinto. Ma non preoccupatevi perché basterà prendere il ritmo e sarete un tutt’uno con il pensiero dell’autore.

A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo.

p. 101

La trama è molto semplice: in un Paese X, la morte (badate bene, morte scritto minuscolo, non sbagliatevi) decide che dalla mezzanotte del 31 dicembre, nessuno morirà più. Sconcerto ed entusiasmo si mescolano insieme in un cocktail esplosivo in cui Governo, Chiesa, Assicurazioni, Onoranze Funebri, Ospedali, Case di Riposo, Famiglie, Criminalità dovranno, per forza di cose, cercare un nuovo equilibrio.

Purtroppo, quando si avanza alla cieca nei pantanosi terreni della realpolitk, quando il pragmatismo s’impossessa della bacchetta e dirige il concerto senza badare a cosa c’è scritto nello spartito, è più che sicuro che la logica imperativa del degrado finisca per dimostrare che, in definitiva, c’era ancora qualche gradino da scendere.

p. 52

E ancora, qualcosa che suona incredibilmente familiare (specie in questi giorni):

Non capisco che cosa le dice il cervello a quella gente, disse, il paese sprofonda nella più terribile crisi della sua storia e loro lì a parlare del cambiamento del regime, Io non mi preoccuperei, signore, quello che stanno facendo è approfittare della situazione per diffondere quelle che definiscono le loro proposte di governo, in fondo non sono altro che dei poveri pescatori di acque torbide, (…).

p. 79

Giunti a questo punto, penserete “Sì ma poi non succede nient’altro?”.
Succede dell’altro, amici.

Se, dopo una tregua di circa sette mesi, la morte (sempre in minuscolo) decidesse di tornare a compiere il suo dovere, in una diversa modalità, diciamo più attenta alle esigenze dell’uomo, avvisandolo prima dell’evento luttuoso imminente, a mezzo lettera, cosa pensereste? Sareste felici?
Ma c’è ancora dell’altro: se a un certo punto, una di queste lettere tornasse indietro al mittente? La morte che farebbe?

È impossibile, disse la morte alla falce silenziosa, nessuno al mondo o fuori dal mondo ha mai avuto più potere di me, io sono la morte, il resto è nulla.

p. 135

Amici lettori, secondo me, dovreste andare a fondo in questa faccenda.