Tomás Nevinson

Va bene, sì. È tutto vero. Tomás Nevinson, l’ultimo romanzo di Javier Marías, edito da Einaudi, è un capolavoro.

Circa 600 pagine di “Oddio, come andrà a finire? Lo farà davvero?”.

p. 363-364

Dopo il bellissimo Berta Isla – di cui vi avevo parlato nel lontano 2019 (sono già passati tre anni, send help!) – Marías torna a parlare della spia (suo malgrado) Tomás Nevinson, il marito di Berta. Un uomo inafferrabile, tenuto lontano dalla sua famiglia per anni, a causa di un misterioso impiego nei servizi segreti.

Eppure Tomás aveva fatto ritorno a Madrid, ormai quarantenne, giurando di aver lasciato il suo incarico. Eppure. Eppure…

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È la storia di una spia, sì. Ma è anche la storia di un uomo che vuole sentirsi di nuovo utile, che vuole provare a se stesso di non essere finito, di avere ancora qualche carta da giocare. Ma forse uccidere a vent’anni non è lo stesso che pensare di farlo a quaranta. Forse la fede, la lealtà cieca verso la missione da compiere, verso un ideale, una persona, un mestiere può finalmente essere messa in dubbio. Le certezze possono crollare. E come condannare un altro essere umano se non si è certi della sua colpevolezza? Ebbene, forse autoconvincendosi che si sta facendo la cosa giusta…

Quando uno si vede obbligato a fare qualcosa che non gli piace o gli ripugna, non gli rimane altra scelta che convincersi che quell’atto non sia poi così sbagliato, che non sia in fin dei conti esecrabile, e cerca di ripulirsi la coscienza con una giustificazione.

p. 508

Uno di quei romanzi in cui vorresti sottolineare tutto, ogni parola. Uno di quelli di cui vorresti saper citare interi paragrafi per quanto sono intensi e brutalmente autentici.

Un romanzo seducente, divertente e tipicamente JavierMariasiano – un termine appena coniato dalla sottoscritta – perché ha quella caratteristica folle di essere senza tempo: è soltanto e semplicemente universale.

p. 80

E così, fra sospetti, minacce, disperazione, Marías affronta il tema della Spagna dell’ETA, accostando quasi, con una destrezza superba, certe scelte compiute dai servizi segreti a quelle dei terroristi. Ci fornisce un identikit delle spie perfette, condividendo il loro mantra:

La crudeltà è contagiosa. L’odio è contagioso. La fede è contagiosa. La follia è contagiosa. La stupidità è contagiosa. Noi dobbiamo badare a non infettarci.

p. 403

… E anche i loro consigli per studiare e/o avvicinare il nemico (o il prossimo, direi):

È sempre sospetta una persona che non si concede mai la vanità né il tormento di guardarsi indietro.

p. 202

… La vanità è incommensurabile e universale, perfino negli individui più insignificanti.

p. 187

Che dire?
Fatevi un regalo: leggetelo.

A presto, amici lettori!

il serpente maiuscolo

L’effetto positivo della collera è che ti allontana dalle malinconie quotidiane, è come una parentesi di vita in un mare di guai.

p. 98

Confessione di una lettrice

Prima di raccontarvi qualcosa di più di questo giallo, devo confessarvelo: l’ho acquistato per la copertina. Lo so, non si giudica un libro dalla copertina, ce lo dicono da sempre. Ma vi prego… Guardatela. Quel dalmata è incredibile e mi ha conquistata. Sono partita un po’ prevenuta ma poi devo ammettere che mi sono sentita subito sollevata, perché “il serpente maiuscolo” è veramente uno spasso!

Di cosa stiamo parlando

1985. Francia. Una serial killer. Certo, osservandola non le daremmo due lire (forse dovrei dire due euro, perdonatemi ma sono una millennial semplice e faccio confusione). Dicevamo… Una signora sulla sessantina, un po’ in carne ma molto curata, con un bel viso che svela la donna magnifica e sensuale che era da giovane, al tempo in cui militava nella Resistenza francese. È Mathilde Perrin. Gira in auto, pedinando le sue vittime ignare, mentre sul sedile di dietro il suo dalmata, Ludo, sonnecchia placidamente. Ebbene, Mathilde non ha mai sbagliato un colpo, è precisa, metodica. Eppure qualcosa cambia improvvisamente il suo modus operandi, rendendola, di fatto, un’autentica mina vagante.

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Un giallo in stile Tarantino

L’autore de “il serpente maiuscolo” edito da Mondadori è il parigino Pierre Lemaitre. È lui l’ideatore di questa storia originale, a tratti un po’ splatter, ironica e piena di suspense che tiene il lettore simpaticamente con il fiato sospeso, mentre l’ispettore Vassiliev indaga sulla scia di morti che Mathilde si lascia alle spalle. Vassiliev e la sua “testa piena di serpenti”, vuole assolutamente individuare il serpente maiuscolo: il terribile sicario che colpisce con ferocia e senza una logica apparente.

L’importanza di non sottovalutare il bersaglio

Il problema, con tipi del genere, Henri, è che spesso sottovalutano il bersaglio. Una donna anziana come me, avrà pensato di mangiarsela in un boccone. È il classico errore. Avete delle idee strane sulle donne. Soprattutto su quelle anziane. Lui ormai non potrà più riflettere sulla questione, ma tu, Henri, spero che ne farai tesoro.

p. 181

Una storia intricata e ricca di colpi di scena. Personaggi strampalati e insoliti per questo genere letterario. Una protagonista indimenticabile, i cui gesti inconsulti si seguono con curiosità e divertimento. Tutti questi elementi rendono il romanzo una piacevolissima scoperta.

Il consiglio che vi do dopo questa lettura: occhio agli “insospettabili”!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Il ballo

Odio, rabbia, rancore, arrivismo, ipocrisia, vendetta, rivalità. Non credevo che in circa ottanta pagine si potessero racchiudere così tanti elementi. Dopo aver letto Il ballo” di Irène Némirovsky, edito da Adelphi, riesco a immaginare realmente cosa si intende per “risentimento”. Credo infatti che ci troviamo davanti a una perfetta descrizione di questo sentmento. E pensare che tutto nasce dall’organizzazione di un ballo nella Parigi degli anni Venti.

Madre-figlia: storia di un’antica rivalità

Non è un mistero che Irène Némirovsky abbia spesso fatto riferimento a questo tema (lo aveva già raccontato in una delle sue prime opere: “La nemica” e anche nel suo primo romanzo “David Golder“, di cui vi avevo parlato qui, spicca la mancanza d’amore tra genitore e figli). La rivalità madre-figlia, l’amore non corrisposto, il continuo e martellante giudizio a cui è sottoposta la quattordicenne Antoinette, protagonista de “Il ballo”, sono, in effetti, il fulcro del romanzo. E, come spesso accade, è proprio dall’esasperazione e dalla frustrazione che si scatena un terribile effetto a catena che porterà alla disperazione dei genitori.

La brama di essere ciò che non si è

Se qualcuno non viene, lo inviterai di nuovo la prossima volta, e poi ancora la volta dopo… Sai che ti dico? In fondo, per farsi strada bisogna solo seguire alla lettera la morale del Vangelo…
Cosa?
Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia… Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana.

p. 23

Incredibile la maestria con cui l’autrice descrive i genitori di Antoinette, i Signori Kampf. L’emblema degli arricchiti, di quelli che inseguono la “gente che conta”, che vivono nell’ansia di sbandierare tutti gli acquisti e i viaggi e gli investimenti che hanno fatto, tutti i nobili che hanno incontrato e con cui avrebbero instaurato fantomatici rapporti di solida (solidissima!) amicizia. Certo, alla fine, scappa sempre un sorriso. A proposito di umiltà cristiana…

Adolescenza: non ci sono istruzioni per l’uso

Ancora un’ora perduta, sprofondata nel nulla, che è scorsa fra le dita come acqua e che non tornerà mai più…

p. 46

Crescendo, tendiamo a dimenticare quei piccoli drammi che ci sembravano insormontabili da adolescenti. Tutte le lacrime versate per chissà quale evento a cui non ci era permesso partecipare perché “sei troppo piccolo/a”, o perché “non è opportuno”. Tutta la delusione, persino la depressione provata perché non eravamo al centro dell’attenzione di qualcuno che ci piaceva, in famiglia o fuori. O l’ansia di essere finalmente adulti “per poter fare tutto quello che voglio”. Poi vabbè, presto scopriamo che non è esattamente così, ma questa è un’altra storia.

Eppure, anche avvicinandoci in età adulta a questo piccolo classico di Irène Némirovsky, è difficile non solidarizzare con Antoinette, e lo è persino condannare del tutto il suo scatto d’ira, la sua vendetta non premeditata. La seguiamo con occhio complice, quasi benevolo, come a dire “ti capisco”.

p. 81

Aggiungo, infine, che le ultime pagine del romanzo sono di una crudeltà così perfetta da far rabbrividire. Voltando l’ultima pagina mi sono sorpresa a commentare: “Atroce!”.

Lettura incredibilmente interessante. Super consigliato!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Storie di gente felice

Forse dietro l’angolo esistono mille possibilità ancora intentate. Forse siamo solo noi che siamo stanchi, che ci siamo abituati a rassegnarci e a chiamare verità la rassegnazione e realtà tutto ciò che ci è di ostacolo, e a definire irreale tutto ciò che speriamo.

p. 21

La felicità è tutta uguale?

Ammetto che quando ho iniziato a leggere “Storie di gente felice” di Lars Gustafsson, edito da Iperborea (casa editrice che amo) avevo in mente tutto un altro genere di storie. Anzi, in realtà, avevo in mente tutto un altro genere di felicità.

E mi sono chiesta: com’è fatta la felicità? È uguale per tutti? Di che colore è? Ha una forma particolare? E, andando avanti nella lettura, immergendomi nel ritmo lento, nelle atmosfere sognanti dei dieci racconti di Gustafsson, ho capito che ho sempre avuto in mente un certo tipo di felicità. Quella dei film americani, quella del finale perfetto e del “e vissero per sempre felici e contenti“. Questo ha causato un iniziale corto circuito che mi ha portato a sentenziare: “Ma questi personaggi, anzi, queste storie non sono per niente felici!”

«Non è importante che tutto debba essere importante»

p. 97

Poi ho capito. La chiave per comprendere questi racconti è accettare l’esistenza di una felicità diversa. Che ha un altro tempo. Persino un altro spazio.

Una ferrovia del tutto priva di rischi, senza sorprese e pericoli, per così dire del tutto esente da sfide e incontri, non sarebbe diventata alla lunga monotona e noiosa?

p. 44

Crescere con un’idea univoca di cosa debba essere importante, felice, bello o giusto limita enormente le nostre vite e soprattutto le nostre possibilità. Ed è proprio abbracciando la vastità del campo del possibile che riusciamo a capire “Storie di gente felice”. I suoi tratti filosofici, poetici, meditativi e di colpo reali, crudelmente autentici.

L’essere umano era qualcosa di simile ai riflessi del sole su un’acqua in rapido movimento? Qualcosa che diventa visibile sotto un certo angolo, e invisibile sotto un altro?

p. 76

Vedi alla voce: illuminazione

Mentre pensi di rimanere intrappolato dalla bellezza delle descrizioni della natura, ecco che si inserisce un momento incredibilmente intimo di “epifania” che sorprende il lettore e gli stessi personaggi dei racconti. Ognuno riesce improvvisamente a scorgere una nuova prospettiva da cui osservare il proprio cammino, aprendo un varco nella propria realtà e cogliendo l’occasione di intuire il possibile. Di intuire la felicità.

E così, si alternano le vite di un ricercatore inviato in Cina che risolve un problema ingegneristico meditando sui pensieri di Mao, quella di un fisico che durante una notte insonne scopre sull’elenco telefonico che forse la sua prima fidanzata data per morta da tempo è viva e vegeta, e ancora, due innamorati che si incontrano dopo anni in un bar di Atene, un bambino che cresce in manicomio, una donna ammalata. Compaiono addirittura Pascal e Nietzsche, in una ricerca spasmodica di un senso, di un equilibrio tra realtà e immaginazione.

p. 195-196

Alla prossima puntata, amici lettori!

Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere – vol. 3

Torna l’appuntamento con la rubrica “Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere”, con consigli di lettura prêt-à-porter (con tanto di voti) e recensioni “telegrafiche”.

Il best seller (sì, non bisogna essere snob): voto 7

Uomini che odiano le donne
Stieg Larsson
Marsilio

Se sei a ciaccia di un giallo da cui non vorresti staccarti mai, Larsson è l’uomo giusto per te. E quando lo avrai finito, non disperare: questo romanzo è solo il primo di una trilogia 😉

La biografia illustrata: voto 8

Quello che ci muove
Una storia di Pina Bausch

Beatrice Masini
rueBallu

Se ami la danza, e in particolare il teatro-danza, non puoi non conoscere Pina Bausch. E anche se la conosci già, questa biografia ti stupirà. Non soltanto per le meravigliose illustrazioni di Pia Valentinis, ma perché, in punta di piedi, riesce a trasportarti con leggerezza nel mondo di Pina.

Il saggio che dovremmo leggere. E poi rileggere: voto 8

Gli inganni di Pandora
Eva Cantarella
Feltrinelli

Se ti piacciono la storia antica (greca, in particolare), la filosofia, il diritto e se ti capita di chiederti dove nasce la discriminazione di genere, in questo saggio, Eva Cantarella fa un sublime lavoro di sintesi, mettendo in luce degli aspetti su cui è facile (per uomini e donne) non soffermarsi.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Per consigli, dubbi o commenti, scrivetemi.

Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere – vol. 2

Torna la rubrica “Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere”, con consigli di lettura prêt-à-porter (con tanto di voti) e recensioni “telegrafiche”.

Il Giallo d’autore: voto 9

La fine è nota
Geoffrey Holiday Hall 
Sellerio

Se ami il mistero (a cominciare dalla vita dell’autore del romanzo) e sei in vena di suspence e intrighi, questa storia ti catturerà.

Il romanzo sulle esistenze asimmetriche: voto 8

Asimmetria
Lisa Halliday 
Feltrinelli

Se sei uno di quelli che spesso si domanda “chissà cosa starà facendo Tizio dall’altra parte del mondo?”. Se ti incuriosisce cambiare prospettiva e provare a metterti nei panni di un altro…Fermati: è il tuo romanzo.

Il romanzo psicologico: voto 8

L’ora di Agathe
Anne Catherine Bomann
Iperborea

Se sei seriamente intenzionato a credere che non è vero che a un certo punto della vita “i giochi sono fatti”, Agathe e il suo anziano psicanalista ti piaceranno molto. (Plus: questa casa editrice è una della mie preferite, seguitela anche su Instagram).

Il pugno nello stomaco: voto 10

Vergogna
J. M. Coetzee
Einaudi

Solo se sei molto coraggioso. Se pensi di essere abbastanza forte da incassare un bel pugno nello stomaco, tieniti pronto a sorridere, incazzarti e a commuoverti nel giro di poche pagine. Capolavoro.

Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere

Nel periodo in cui sono stata assente sul blog non ho smesso di leggere, amici lettori. Così, mentre finisco il prossimo romanzo che recensirò, ho pensato di lasciarvi qualche suggerimento prêt-à-porter (con tanto di voti) per affrontare questo inverno al sapore di lockdown. Voilà!

Romanzo generazionale: voto 8

Se ti senti terribilmente trentenne, smarrito e hai bisogno di sapere che non sei solo.

Gli Adulteranti

Joe Dunthorne
Einaudi

Ispirazione, poesia, illuminazione: voto 9

Se vuoi trovare spazio e pace dentro di te.

Il silenzio è cosa viva


Chandra Livia Candiani
Einaudi

Romanzo spietato e brillante sul dio denaro: voto 7

Se in questo momento detesti chiunque sulla faccia della Terra e vuoi mandare il buonismo a farsi benedire.

David Golder

Irène Némirovsky
Gli Adelphi

Sensualità e glamour nel New Jersey degli anni Cinquanta: voto 7

Se ti senti un po’ voyeur…

Luna di miele
a Cape May

Chip Cheek
Einaudi

Alla prossima puntata.

La lettura è il viaggio di chi non può prendere un treno. Francis De Croisset

Marzo: Berta Isla di Javier Marías

Anche Berta, come Tomás, sembrava sapere, fin dall’inizio, a che tipo di persona apparteneva, a che tipo di ragazza e donna futura, come se mai avesse dubitato che il suo era un ruolo da protagonista, non secondario, almeno nella propria vita. Ci sono persone, invece, che si vedono già come comparse, perfino nella propria storia, come se fossero nate con la consapevolezza che, per unica che sia ciascuna vita, la loro non meriterà di essere narrata, o vi si farà cenno solamente quando si narrerà quella di un altro, più avventurosa e degna di nota. Nemmeno come intrattenimento in un lungo dopopranzo o in una serata accanto al fuoco senza sonno.

pp. 15-16

Chi è Berta Isla?

Berta è una bella donna, una di quelle che ti restano impresse.

È la moglie di Tom Nevinson. L’uomo che ha scelto fin dall’adolescenza. L’uomo che pensa di conoscere in tutto e per tutto.

Eppure, tutta la sua vita sarà segnata dai segreti del marito.

Quanto sappiamo davvero delle persone che abbiamo accanto? Probabilmente poco. Forse soltanto quello che l’altro decide che possiamo sapere. Ma quanti di noi si rassegnano placidamente a vivere in questa condizione? Probabilmente tutti.

E Berta è una dei tutti. È una delle tante mogli (ma ci sono altrettanti mariti) che si fa andare bene i silenzi del partner, il non detto. L’ansia notturna di un uomo evidentemente turbato, trasformato da eventi improvvisi e imprevisti che gli sconvolgono l’esistenza ancora giovane. Quando è ancora tutto possibile. In divenire.

Quand’è che possiamo considerare l’altro “estraneo”?

 In fin dei conti non è mai dato sapere se si arreca danno a qualcuno finché la storia di costui non è completa, e per questo ci vuole tempo. 

p. 47

Quante volte ci hanno detto che bisogna essere un po’ misteriosi per affascinare il prossimo, guardarsi dal rivelare tutta la verità. Quante volte mi è stato rimproverato il fatto di esporre immediatamente i miei punti deboli.

«Nulla ha peso senza mistero, senza una nebbia che lo avvolga, e noi siamo avviati verso una realtà priva di tenebre, senza chiaroscuri. Tutto ciò che è conosciuto è destinato a essere inghiottito e banalizzato, a tutta velocità, e a non avere quini nessuna influenza. Ciò che è visibile, che è spettacolo di pubblico dominio, non può mai cambiare niente (…).» 

p. 53

L’attesa

E così, mentre Tom viene sempre più assorbito e condizionato dalla nuova vita da infiltrato, Berta attende. Per mesi, poi anni. Ovviamente si pone moltissime domande. Non trova risposte. Tom la tiene all’oscuro. Non può raccontare nulla di quella nuova esistenza.

Sopporta anche la consapevolezza che il compagno abbia avuto altre storie, per circostanze date dal suo lavoro oscuro e non solo.

Chi rimane al fianco del traditore, chi decide di ignorare il tradimento, avrà sempre la facoltà di mostrare la cicatrice e di recriminare, anche solo con lo sguardo, o con il passo, o con il modo di respirare. O con quello di tacere, soprattutto quando non c’è motivo di tacere e il coniuge si chiederà: «Perché non risponde, perché non dice niente, perché non alza gli occhi al cielo? Starà rivivendo quello che è successo?».

p. 215-216

Ma arriva un momento in cui, l’ansia di sapere diventa ingestibile, una miccia che ci infiamma e se non otteniamo spiegazioni due sono le strade: la cieca rassegnazione o il rifiuto categorico dello status quo, cui segue il cambiamento.

(…) e quando si aspetta per troppo tempo si finisce per coltivare un sentimento ambivalente o contraddittorio: si scopre di essere ormai abituati ad aspettare e che forse non si vuole più altro. Non si vuole che quello che quello stato si interrompa o si concluda con la telefonata tanto attesa, con l’arrivo sperato, con la ricomparsa anelata, e ancora meno si vuole il contrario, l’annuncio che nulla di questo avverrà, che la persona attesa non darà mai segni di vita né tornerà più. (…) 

p. 290

berta square

Tornare al passato

Le vite di Berta e Tom si muovono inesorabili parallelamente. Due sconosciuti che si conoscono da sempre. All’apparenza totalmente diversi, eppure continueranno sempre ad aggrapparsi all’altro. Al suo ricordo. Al pensiero di quello che poteva essere e non è stato. Al pensiero di quello che è stato e che non sarà più. Prigionieri del proprio destino.

«Quello che ci lasciamo alle spalle ci pare inoffensivo perché lo abbiamo superato con successo, perché siamo ancora vivi e non abbiamo perso tutto. Vorremmo tornare al passato perché quel passato è ormai chiuso; conosciamo il risultato e vorremmo ripeterlo».

p. 414

Confessione di bambina

Ho iniziato a leggere Javier Marías molto tempo fa. Facevo ancora il liceo. Molte cose non le capivo bene. Le intuivo e basta. Leggendolo ora, posso dire che raramente mi sono imbattuta in analisi così lucide dell’umanità. Dalla semplice descrizione di una sigaretta fumata guardando una piazza dal balcone, ai pensieri che ti vengono in mente mentre aspetti una risposta, mentre rifletti sul tradimento o sulla sua eventualità, mentre guardi una persona e dal suo abbigliamento realizzi inconsciamente che tipo è. La delicatezza con cui si sofferma su certe speranze di padre, di moglie. Di donna. Quando pensi che si stia ripetendo in alcuni passaggi vieni subito rapito da una considerazione che ti lascia stordito e che poi ti fa dire “è esattamente così.”

Assolutamente consigliato.

Berta Isla, Einaudi, 2018.

 

 

Essere innamorati

Ho finito di leggere Gilgi, una di noi un paio di settimane fa. L’ho praticamente divorato. Poi mi sono presa una pausa da lei e dalla sua autrice. Ho capito che molto del romanzo è autobiografico. Molto si riferisce alla storia d’amore di Irmgard Keun con Joseph Roth (trovate qualcosa in uno dei post precedenti).

Ci ho pensato un po’ e ho anche capito che mi sono spaventata. Questa storia travolge. Non perché sia sensazionale, intendiamoci. Ma c’è qualcosa di violento nello stile frammentato di questo romanzo, nelle pieghe del racconto. Qualcosa che ti rimane attaccato alla pelle e che ti ritorna nella mente come un ronzio.

In diversi momenti è ironico, irriverente, specialmente per essere stato scritto negli anni Trenta. In altri, la precisione con cui sono descritte le emozioni, i dubbi di questa ventenne ribelle fanno quasi paura. La penna di Keun può essere una lama molto affilata.

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Ci si sente nudi, smascherati, disarmati.

Gilgi è decisamente una di noi. Nelle insicurezze, nelle riflessioni sull’altro sesso, nelle scelte irrazionali ma anche nell’impotenza di fronte alla dipendenza da una persona che ama. Nella paura di deludere. Il compagno ma anche se stessa e quello in cui crede.

Ho provato a immaginare una Gilgi anziana. Un incontro. Io e lei sedute una di fronte all’altra.

“Dopo tutto quello che hai vissuto con Martin, il tuo scrittore bohémien, come consideri il vostro rapporto? Ti sei mai pentita?”, le chiederei. E poi anche: “L’amore può essere dipendenza? E in che misura, secondo te?”

Dov’è il confine tra amore e ossessione? Chi lo stabilisce?

Ho pensato di salutare questo personaggio leggendo un passaggio in cui viene letteralmente scandagliata la condizione di chi è innamorato…

(…) una condizione straziante. Dovrebbe esserci una medicina per chi si trova in quello stato.

p.125

Personalmente non mi sono mai sentita straziata o svuotata. E quando alcune amiche mi raccontano di provare sentimenti simili a quelli descritti da Gilgi, non li capisco. Ci provo ma non riesco a capirli. Significa che non mi sono mai innamorata? Forse per Gilgi è così. E forse è anche per questa ragione che il romanzo mi ha spaventato… Io sono sempre stata convinta che esistono tanti modi di amare. Non so se si può dire lo stesso sul modo di innamorarsi.

Leggere Gilgi, una di noi è stata un po’ una sfida. Bisogna essere pronti a farsi molte domande. Ve la sentite?

 

Nel video trovate:

 

 

 

 

«Il nostro legame è così debole, così casuale»

Ma porca miseria, a chi altro dovrei dare importanza se non a me stessa? Io non ci credo, per me è una maledetta balla quando qualcuno dice che pensa prima alla collettività e poi a se stesso. E poi chi sarebbe la massa? Non è un viso, non è una persona a cui si vuole bene e che quindi si vorrebbe aiutare. Stai zitto, Pit, sto parlando io! Siete così spaventosamente vanitosi, voi ragazzi, volete sempre essere speciali. Volete sempre essere degli eroi e credete che il mondo non possa fare a meno di voi. E dato che volete essere eroici, allora avete bisogno di qualcosa che faccia arrabbiare, di qualcosa contro cui poter combattere, e se non c’è ve lo inventate…

p. 55

Queste sono le parole che Gilgi rivolge al suo amico Pit. Parole scritte dall’autrice Irmgard Keun nel 1931 mentre il vento nazista soffiava sempre più forte.

Parole incredibilmente attuali.

Allo stesso tempo, queste sono le parole che la giovane protagonista del romanzo usa prima dell’anno zero. Prima di incontrare Martin, uno scrittore bohémien che sconvolgerà profondamente la sua esistenza.

La vita di Gilgi è pianificata in tutto. Ogni momento della sua giornata è impegnato in qualche attività che non le faccia mai perdere di vista l’obiettivo: realizzarsi. Andare all’estero, lavorare ed essere indipendente. Poter contare solo su se stessa.

Poi l’arrivo di Martin. Un uomo completamente diverso da lei, alla continua ricerca dei piaceri della vita.

Per Martin l’autodisciplina non è importante e neanche il lavoro o il denaro. E soprattutto, non è necessario che Gilgi lavori. Per lo scrittore, ogni tentativo della ragazza di rendersi autonoma è uno spreco di energia e rappresenta solo un ostacolo al loro legame che diventa ogni giorno più stretto.

Gilgi è rapita dalla fantasia di quest’uomo e dalla sua voglia di avventura. Ascoltare le sue storie, per lei, è come vivere delle vite che non ha mai vissuto e, soprattutto, che non credeva possibile esistessero.

La fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina: puoi giocare un po’ in strada, ma non devi girare l’angolo. Ora la brava bambina si sta allontanando un po’ troppo. Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne – quello che vede non è la realtà, non trova le parole per dirlo… è sempre così… vorrebbe tratteggiare le emozioni che prova con le sue proprie parole, render loro giustizia. Ah le mie piccole, grigie parole! È incredibile che ci sia qualcuno capace di parlare con così tanti colori!

pp. 70-71

Finisce col perdere di vista la sua più grande certezza: se stessa.

Vorrebbe vedere il futuro dritto e liscio di fronte a sé – un pezzettino di futuro insieme – e invece non vede nient’altro che un gomitolo oscuro e aggrovigliato.

p. 119

Entra nel meccanismo perverso di tacere certi suoi dubbi per timore della reazione del compagno. Per paura di deludere le sue aspettative e infine di perdere quel rapporto che, da “debole e casuale”, è diventato tutta la sua vita. In un certo senso, Gilgi è prigioniera del suo amore. Lo realizza un po’ per volta, a fatica. E più va avanti, più si affida a Martin, più perde un “pezzettino” di quella che era sempre stata.

Innamorarsi può essere l’inizio di una guerra con noi stessi che non sapevamo di dover affrontare. Una guerra alla quale è difficilissimo sfuggire.

 

 Per scoprire di più su “Gilgi, una di noi”, edito da L’orma editore, non vi resta che seguire il mio blog.

Alla prossima puntata!

 

I dipinti nel video sono dell’abstract painter Geraldina Khatchikian che ringrazio tantissimo.

Andate a vedere i suoi lavori sulle pagine Facebook e Instagram: GeraldinaKhatchikian.art

g.Khatchikian.art