Ottobre: Scusate il disturbo

Il tempo altro non è che un sistema di misura del decadimento della carne.

Pag. 21

Due anni. Una pandemia in mezzo.

Che strano, dissi al corriere per telefono, sembra quasi che tutte le forze invisibili del mondo ci remino contro.

Pag. 7

Sono stata assente due anni. Forse ci ho messo due anni a ritrovare i pezzi, come in un puzzle da più di 1000 tasselli (si chiamano tasselli? Forse no). Quelli che da piccola mi facevano incazzare comunque. Quelli con i pezzettini tutti dello stesso colore del cielo. Quelli che non sono mai riuscita a completare. Mai avuto molta pazienza. Mai.

Mi conoscevo e non mi conoscevo. Solo da poco l’ho capito. E forse anche Helen non sapeva di non conoscersi, e di non conoscere suo fratello adottivo.

Un bel giorno, improvvisamente, la trentaduenne coreana, protagonista di Scusate il Disturbo, riceve una telefonata da uno zio, uno di quei parenti che non ti chiamano mai. "Tuo fratello adottivo è morto. Si è suicidato".

Helen, dopo anni e anni di lontananza da casa, nel Milwaukee, decide di partire. Decide di investigare sulla morte del fratello. Com’è possibile? Qual è la motivazione dietro un gesto così inspiegabile e violento? Deve capire, deve sapere.

Un viaggio disturbante all’interno di una famiglia. Di una casa che puzza di muffa, di regole troppo severe e inutili, di perbenismo, di animali morti lasciati marcire nel legno degli armadi, di spray per uccidere i parassiti delle piante.

Detestavo le nuvole, la nebbia, certi tipi di filosofia, i bambini piccoli e la poesia. Preferivo il concreto, l’assoluto e le storie, vere o inventate.

Pag. 27

Mi sono spesso chiesta, andando avanti nella lettura, “ma dove va a finire questa maledetta indagine?”. Sono troppo abituata ormai ai ritmi serrati delle serie tv poliziesche di cui mi nutro avidamente da anni. Subito un minuscolo indizio ed ecco che BUM. Prima pista. Primo sospettato. BUM. No. non è lui l’assassino. BUM. Nuovo indizio, nuova pista. Per tenere sempre desta l’attenzione, per non darti il tempo di pensare. Ma poi mi sono fermata. Aspetta. Non è così che funziona nella realtà.

Quanto ci vuole a far sedimentare un pensiero? Quanto a decidere di aprire una porta? Quanto ad accettare che qualcuno ti sta dicendo la verità?

Questo romanzo è lento. Dilatato. A volte anche snervante, per chi come me fa i conti con l’impazienza. Ma se decidi di abbandonarti, di seguire i ragionamenti schizzati di Helen, le sue manie, la sua ricerca di attenzioni, la sua necessità di dire sempre quello che pensa, se decidi di rallentare e partecipare alla ricerca della verità su suo fratello adottivo, ti si apre un ventaglio infinito di indizi, di piste, di domande.

Quanto conosci le persone che reputi più vicine a te? Quanto conosci te stesso e le tue reazioni? Quanto pensi che gli altri ti conoscano?

Gliela farò vedere io, dissi al vento.
A tutti quelli che nella vita mi hanno ignorato, tutti quelli che hanno sottovalutato la forza della mia volontà, la mia forza vitale.

Pag. 122

Non dico di più. Io ho riso molto, mi sono commossa. Mi sono incazzata. Ho tifato per Helen. E ho voluto farmi disturbare da lei e dalla sua magnifica follia.

Pag. 122

Autore: Patty Yumi Cottrell
Editore: 66th And 2nd
Collana: Bazar

La traccia musicale nel video è Beige di Yoke Lore

Gennaio: The Hate You Give. Il coraggio della verità

Sì. Non è più gennaio. E sì, non ho scritto questo mese. Ma è tutto sotto controllo. Ho appena finito di leggere il romanzo che mi ha accompagnato in questo inizio 2019. E lasciatevelo dire, amici lettori: che romanzo!

Di cosa parla The Hate You Give?

Di rabbia. Di lotta. Di paura. Di identità. Di razze. Di bianchi contro neri. Di fratelli e di nemici. Parla di gang, di violenza. Parla di ingiustizia. Parla di un’America incazzata.

Parla del tempo buio che stiamo vivendo. Quello dal quale sogno di svegliarmi. Quello che non voglio lasciare in eredità al prossimo.

E Starr, la sedicenne nera, protagonista della storia di questo romanzo, e la sua intera famiglia sgangherata, abituata a vivere nel ghetto, è d’accordo con me.

Tua sorella si chiama Starr perché è stata la mia luce nel buio.

p. 339

È questo che Angie Thomas, l’autrice, vuole davvero raccontarci.

Può esserci luce nel buio.

Anche quando assisti impotente all’omicidio di due amici. Anche quando il tuo migliore amico viene assassinato ingiustamente da un poliziotto bianco.  O quando tuo padre viene costretto a mettersi faccia a terra perché è un ex detenuto. E perché è nero.

E voi sapete cosa significa THUG LIFE?

’Pac diceva che Thug Life, cioè “vita da teppista” stava per The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody, L’odio che rovesciamo sui bambini fotte tutti.

Inarco le sopracciglia. “Cosa?”

“Ascolta! The Hate U, la lettera U, Give Little Infants Fucks Everybody. T-H-U-G-L-I-F-E. Nel senso che quello che la società ci vomita addosso da piccoli le si rivolta contro quando ci incazziamo. Capisci?”

p. 22

Questo è l’ultimo insegnamento che Khalil riesce a dare a Starr, prima di essere sparato a bruciapelo da un agente senza nessun reale motivo.

Alza lo sguardo, Starr.

p. 96

Ma quant’è difficile uscire allo scoperto? Ammettere a se stessi che la morte di qualcuno, di una persona cara, la morte di cui sei il testimone oculare, non ha avuto senso. Quant’è difficile confessare di aver paura di ritorsioni sulla propria famiglia? Quant’è difficile fare la cosa giusta? E quanto può essere difficile trovare il coraggio di raccontare tutto a procuratori e poliziotti che vogliono solo giustificare un collega. Perché “tanto era solo uno spacciatore”.

Ma perché Khalil spacciava? Perché alcuni di noi (i reietti della società, quelli che ci sforziamo di non vedere agli angoli delle nostre città scintillanti, per intenderci) sono costretti a spacciare?

“Perché hanno bisogno di soldi” rispondo. “E non hanno molti altri modi di procurarseli.”

“Esatto. La mancanza di opportunità” dice papà. L’America del grande capitale non crea occupazione nei nostri quartieri, e di sicuro non ci assume volentieri. Poi, diamine, anche quando arrivi a prenderti un diploma, molte delle nostre scuole non ti danno una preparazione adeguata.”

 “(…) La droga da qualche parte arriva, e sta distruggendo la nostra comunità. (…) I Khalil vengono arrestati per spaccio, trascorrono metà della loro vita in carcere, un’altra industria da miliardi di dollari, oppure quando escono non riescono a trovare un vero lavoro e probabilmente si rimettono a spacciare. È questo l’odio che ci somministrano, piccola, un sistema studiato contro di noi. È questa la Thug Life”

pp. 161-162

p. 184

E come si fa a condannare la frustrazione dei popoli oppressi? La sete di giustizia e di libertà. Io rispetterò sempre questa rabbia. Non decidi di che colore sarà la tua pelle. Né in che parte di mondo nascerai. Puoi decidere qualcos’altro, però.

Una voce

È proprio questo il problema. Permettiamo alle persone di dire certe cose, e loro le dicono così spesso che dopo un po’ lo trovano ammissibile e noi normale. Ma che senso ha avere una voce, se poi resti in silenzio quando non dovresti?

p. 233

Puoi decidere di usare la tua voce.

Tempo fa pensavo che la mia generazione, e io in prima persona (non voglio nascondermi), non fa abbastanza per manifestare il proprio dissenso. Eppure sono convinta che c’è, che serpeggia. Allora arrabbiamoci di più! Protestiamo di più. Facciamoci sentire. Non possiamo aspettarci che qualcuno lo faccia al posto nostro. I supereroi della nostra storia siamo noi. E se è vero che ognuno lotta come può, è anche vero che forse non è abbastanza, allo stato attuale. Voglio fare di più. Voglio parlare di più. Voglio essere più coraggiosa.

Khalil, io non dimenticherò mai.

Non mi arrenderò mai.

Non starò mai zitta.

Lo prometto.

p. 405

E voglio prometterlo anch’io.

Per cambiare le cose, bisogna lottare. E l’arma più potente è la nostra voce. Forse ora tocca a noi. Questo, per dirla con Angie Thomas, potrebbe essere

“Qualcosa per cui vivere, qualcosa per cui morire”.

 

 

  • Il brano musicale nel video è Rêverie di Debussy

Sapete tenere un segreto?

Ultimo dell’anno. 

Purity di Jonathan Franzen mi ha accompagnato in questa fine 2018. Un anno intenso, turbolento, rivelatore. Esattamente come questo romanzo.

Come vi avevo promesso, il post di oggi è dedicato ai segreti. Al loro potere e alla loro capacità di unire le persone. Strano, in effetti. Prima di leggere questo passaggio, avevo sempre pensato, in maniera infantile (forse), che i segreti dividessero le persone. Creassero delle barriere, che fossero il preludio alla rottura dei rapporti. Voi cosa ne pensate? Sapete mantenere i segreti? Sono un bene o un male, secondo voi?

Ed ecco. In quest’epoca di ossessiva condivisione digitale, in cui è sempre più difficile avere dei segreti, vi lascio alle parole dell’autore che trovate a pagina 324.

 

Franzen restituisce tante piccole verità. Verità scomode da accettare ma che non possiamo fingere di non condividere.

Non possiamo fingere di non aver mai pensato che

Il volto non visto è sempre bellissimo.

p. 273

O che

(…) sotto sotto, in fondo al cuore, forse tutti si consideravano pieni di fascino. Forse era semplicemente una caratteristica umana.

p. 334

Così come non possiamo ignorare l’invasività di Internet nelle nostre vite e gli effetti che può avere:

Il cervello ridotto dalla macchina a un circuito di feedback, la personalità privata ridotta a una generalità pubblica: a quel punto la persona poteva anche essere già morta. 

p. 547

Ma davvero tutto si riduce a questo?

Speriamo di no. Speriamo di svegliarci da questo torpore digitale.

 

Buon 2019 a tutti, amici lettori! Che sia pieno di tanta meravigliosa letteratura.

 

Nel video:

Un estratto da Danses Gothiques di Erik Satie

 

Dicembre: Purity di Jonathan Franzen

Questa volta sono un po’ in ritardo ma non significa che non stia leggendo come una pazza! Il progetto prosegue e sono felice di dedicare questo mese natalizio a un autore meraviglioso che ancora (colpevolmente) non conoscevo: Jonathan Franzen.

Chi è Purity?

La ragazza che dà il nome al romanzo si fa chiamare Pip. Ventenne sgangherata, oppressa da un enorme debito universitario, da una madre fuori controllo e da un padre inesistente. Alcune circostanze apparentemente misteriose le danno la possibilità di cambiare il suo destino, scoprendo la verità sulle sue radici.

A prima vista, si potrebbe pensare che Purity Tyler sia la protagonista di questa storia, eppure credo che lei sia solo il pretesto per Franzen per raccontare tante altre vite. Ventenni, quarantenni, sessantenni.

Generazioni a confronto. Passati a confronto. Paesi a confronto. 

Personalità allo specchio

No, non è neanche così. Franzen non mette semplicemente sentimenti e situazioni davanti a uno specchio. Li viviseziona, li scandaglia come si farebbe con un fondale marino. Riesce ad analizzare anche quello che sembra essere il più insignificante dei dettagli, quelli a cui non faremmo mai attenzione durante le nostre giornate. Forse è anche per questo che viene considerato uno dei più grandi scrittori d’America.

È spaventosa l’accuratezza con cui descrive il rapporto complesso tra Pip e sua madre. Grazie a un passaggio su una banale abitudine, quella della telefonata quotidiana (chi non ce l’ha?), Franzen restituisce la fotografia della dipendenza tra madre e figlia.

Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l’altra. Il problema, agli occhi di Pip- l’essenza dello svantaggio che si portava dietro; la presumibile causa della sua incapacità di riuscire in qualunque cosa -, era che lei amava sua madre. La compativa; soffriva con lei; gioiva nel sentire la sua voce; provava un’inquietante attrazione asessuata per il suo corpo; era attenta persino all’equilibrio chimico della sua bocca; desiderava che fosse più felice; detestava farla arrabbiare; la sentiva cara. Quella era l’enorme blocco di granito al centro della sua vita, la fonte della rabbia e del sarcasmo che rivolgeva non solo contro sua madre, ma anche, in maniera sempre più controproducente, contro oggetti meno appropriati. Quando Pip si arrabbiava, non ce l’aveva davvero con sua madre, ma con il blocco di granito.

p. 7-8

E ancora, il risentimento congenito di un figlio nei confronti della propria madre:

Era facile incolpare la madre. La vita era un’infelice contraddizione, desideri infiniti ma scorte limitate, la nascita come biglietto per la morte: perché non dare la colpa alla persona che ti aveva appioppato la vita? Okay, forse non era giusto. Ma tua madre poteva sempre incolpare la propria madre, che a sua volta poteva incolpare la propria, e così via fino all’Eden.

p. 121

Più si prosegue nella scoperta delle origini di Pip più ci si ritrova impigliati nelle esistenze strazianti di personaggi che ci sembra di aver conosciuto in una vita passata.

Formidabile il modo in cui è descritto il senso di colpa

Il suo senso di colpa era così grande che diventava gravitazionale, curvava il tempo e lo spazio e si collegava tramite una geometria non euclidea al senso di colpa che non aveva provato mentre distruggeva il matrimonio di Charles. Quel senso di colpa che, lungi dal non esistere, era stato invece pre-inoltrato tramite una curvatura spazio-temporale nella Manhattan 2004.

p. 228

O l’essere femminista

Tom era uno strano femminista ibrido, dal comportamento irreprensibile ma concettualmente ostile. «Capisco il femminismo come questione di uguaglianza di diritti, – le aveva detto una volta. – Quello che non capisco è la teoria. Se le donne debbano essere perfettamente uguali agli uomini, oppure diverse e migliori di loro». E aveva riso come rideva delle cose che trovava sciocche, e Leila si era chiusa in un silenzio rabbioso, perché lei era un ibrido nell’altro senso: concettualmente femminista, era tuttavia una di quelle donne che stringono amicizia soprattutto con uomini, cosa che l’aveva sempre aiutata dal punto di vista professionale. Si era sentita denigrata dalla risata di Tom, e da quel giorno erano stati attenti a non discutere più di femminismo.

p. 270-71

La potenza Purity è la brutale sincerità con cui è scritto. Alcune pagine, anzi, interi capitoli sono veri e propri pugni nello stomaco. Non è facile trovare uno scrittore altrettanto spietatamente onesto.

Credo che per i più permalosi di noi, alcuni passaggi potrebbero risultare come sentenze, e forse lo sono davvero.

persone felici

matrimonioossessionecoraggio

Eppure non si riesce a staccare gli occhi dal libro.

Quindi proseguo imperterrita nella lettura, disposta a farmi schiaffeggiare dalle sentenze di Jonathan Franzen. Sarà una forma di masochismo? 

Alla prossima puntata. Posso anticiparvi che si parlerà di segreti…

 

 

 

 

 

«Il nostro legame è così debole, così casuale»

Ma porca miseria, a chi altro dovrei dare importanza se non a me stessa? Io non ci credo, per me è una maledetta balla quando qualcuno dice che pensa prima alla collettività e poi a se stesso. E poi chi sarebbe la massa? Non è un viso, non è una persona a cui si vuole bene e che quindi si vorrebbe aiutare. Stai zitto, Pit, sto parlando io! Siete così spaventosamente vanitosi, voi ragazzi, volete sempre essere speciali. Volete sempre essere degli eroi e credete che il mondo non possa fare a meno di voi. E dato che volete essere eroici, allora avete bisogno di qualcosa che faccia arrabbiare, di qualcosa contro cui poter combattere, e se non c’è ve lo inventate…

p. 55

Queste sono le parole che Gilgi rivolge al suo amico Pit. Parole scritte dall’autrice Irmgard Keun nel 1931 mentre il vento nazista soffiava sempre più forte.

Parole incredibilmente attuali.

Allo stesso tempo, queste sono le parole che la giovane protagonista del romanzo usa prima dell’anno zero. Prima di incontrare Martin, uno scrittore bohémien che sconvolgerà profondamente la sua esistenza.

La vita di Gilgi è pianificata in tutto. Ogni momento della sua giornata è impegnato in qualche attività che non le faccia mai perdere di vista l’obiettivo: realizzarsi. Andare all’estero, lavorare ed essere indipendente. Poter contare solo su se stessa.

Poi l’arrivo di Martin. Un uomo completamente diverso da lei, alla continua ricerca dei piaceri della vita.

Per Martin l’autodisciplina non è importante e neanche il lavoro o il denaro. E soprattutto, non è necessario che Gilgi lavori. Per lo scrittore, ogni tentativo della ragazza di rendersi autonoma è uno spreco di energia e rappresenta solo un ostacolo al loro legame che diventa ogni giorno più stretto.

Gilgi è rapita dalla fantasia di quest’uomo e dalla sua voglia di avventura. Ascoltare le sue storie, per lei, è come vivere delle vite che non ha mai vissuto e, soprattutto, che non credeva possibile esistessero.

La fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina: puoi giocare un po’ in strada, ma non devi girare l’angolo. Ora la brava bambina si sta allontanando un po’ troppo. Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne – quello che vede non è la realtà, non trova le parole per dirlo… è sempre così… vorrebbe tratteggiare le emozioni che prova con le sue proprie parole, render loro giustizia. Ah le mie piccole, grigie parole! È incredibile che ci sia qualcuno capace di parlare con così tanti colori!

pp. 70-71

Finisce col perdere di vista la sua più grande certezza: se stessa.

Vorrebbe vedere il futuro dritto e liscio di fronte a sé – un pezzettino di futuro insieme – e invece non vede nient’altro che un gomitolo oscuro e aggrovigliato.

p. 119

Entra nel meccanismo perverso di tacere certi suoi dubbi per timore della reazione del compagno. Per paura di deludere le sue aspettative e infine di perdere quel rapporto che, da “debole e casuale”, è diventato tutta la sua vita. In un certo senso, Gilgi è prigioniera del suo amore. Lo realizza un po’ per volta, a fatica. E più va avanti, più si affida a Martin, più perde un “pezzettino” di quella che era sempre stata.

Innamorarsi può essere l’inizio di una guerra con noi stessi che non sapevamo di dover affrontare. Una guerra alla quale è difficilissimo sfuggire.

 

 Per scoprire di più su “Gilgi, una di noi”, edito da L’orma editore, non vi resta che seguire il mio blog.

Alla prossima puntata!

 

I dipinti nel video sono dell’abstract painter Geraldina Khatchikian che ringrazio tantissimo.

Andate a vedere i suoi lavori sulle pagine Facebook e Instagram: GeraldinaKhatchikian.art

g.Khatchikian.art

 

 

 

Novembre: Gilgi, una di noi di Irmgard Keun

Chissà perché scegliamo di leggere alcuni romanzi e non altri. Certe storie e non altre. Quando selezioniamo un libro sono tanti i fattori che intervengono. Sì, ammettiamolo: a volte, anche la copertina gioca un ruolo (non c’è bisogno di fare i timidi).

gilgi

Quando ho letto la trama di “Gilgi, una di noi” stavo per rimetterlo al suo posto sullo scaffale della libreria.

L’ennesima storia d’amore no, vi prego!

Poi ho dato uno sguardo alla biografia dell’autrice…

Chi è Irmgard Keun?

Nata a Berlino nel 1905, si trasferisce presto a Colonia dove diventa una dattilografa. Per un breve periodo lavora come attrice ma decide quasi subito di dedicarsi alla scrittura. Gilgi, eine von uns è il suo primo romanzo e viene pubblicato nel 1931 ottenendo un grande successo. Nel 1933, insieme al suo secondo lavoro (La ragazza di seta artificiale), Gilgi finisce per essere censurato dal regime nazista e Irmgard viene anche arrestata. Da questo momento in poi, quella dell’autrice tedesca sarà una vita in fuga, prima in Belgio e poi nei Paesi Bassi. Conosce lo scrittore Joseph Roth e se ne innamora. Torna a nascondersi in Germania, protetta dalla falsa notizia del suo suicidio. Qualcosa si è spezzato in Irmgard. I suoi lavori non suscitano più interesse. Subisce diversi ricoveri psichiatrici. È un’alcolizzata, ormai. Continua a scrivere durante gli anni Settanta ma viene ignorata da pubblico e critica. Muore nel 1982.

Da qualche anno, però, è in atto una riscoperta dell’opera di questa scrittrice originale e fuori dagli schemi. E “Gilgi, una di noi” è letteralmente risorto dalle sue ceneri. E allora mi sono detta: voglio assolutamente conoscerla e scoprire perché ha dato così fastidio ai nazisti.

 

 

 

Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?

E così, tra una sinfonia di Bach e l’altra, tra un corso di linguistica e uno di letteratura sul romanzo dell’Ottocento e la città in Russia, Inghilterra e Francia, alla nostra Selin capita di innamorarsi. Di Ivan, un ragazzo ungherese che studia matematica e si sta specializzando in teoria della probabilità.

Due mondi incredibilmente diversi. Forse opposti. Comunicare è così faticoso e affascinante allo stesso tempo.  Voglio dire, Selin per rilassarsi ripete come una sorta di mantra la domanda “Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?”. Lui è concentrato sulla sua carriera accademica e sta per laurearsi.

Ivan disse che voleva diventare un matematico. Io dissi che volevo diventare una scrittrice.

-Cosa vuoi scrivere? Drammi storici, saggi, poesie?

-No, romanzi.

-Interessante, -disse Ivan. -Secondo me, tu puoi scrivere un bel romanzo.

-Grazie, -risposi. -Secondo me, tu puoi diventare un bravo matematico.

-Davvero? Come lo sai?

-Non lo so. Sono educata.

-Aha, ho capito.

p. 101

Questo è un esempio di uno dei loro pochissimi dialoghi. Il loro rapporto, in realtà, si sviluppa quasi interamente via e-mail. Possono passare giorni prima che Selin ottenga una risposta da Ivan. A volte, addirittura, dimentica anche di avergli scritto.

Ma per qualche oscuro motivo continuano a scriversi e a rincorrersi. Tra fraintendimenti e appuntamenti mancati. Tra nottate passate su una panchina e conversazioni nel dormitorio dell’università. Selin scopre che Ivan ha una fidanzata. È proprio lui a presentargliela. Eppure lei decide di passare gran parte delle sue vacanze estive in Ungheria, in piccoli paesini sperduti, a insegnare inglese ai ragazzi. Solo perché Ivan è ungherese e passerà qualche settimana a casa.

Alcuni di noi direbbero che è una decisione da idioti. Ma chi è che non si è ritrovato in una situazione paradossale, surreale o semplicemente idiota per stare con una persona di cui ci si è invaghiti?

Selin non conosce quasi per niente Ivan ma sente di doverlo seguire. Forse ha bisogno di sentirsi idiota e fuori luogo. Si aggrappa a quei piccoli segnali di interessamento che lui ogni tanto decide di inviarle. E probabilmente anche a lui piace Selin. Forse non così tanto però. Non così profondamente. Ogni frase che lui le scrive o le dice è così ambigua che fino alla fine non sapremo (e Selin non saprà) cosa stia pensando davvero questo ragazzo.

Suona terribilmente familiare eh? Perché le persone non dicono chiaramente cosa vogliono? Perché è così difficile essere sinceri? Forse perché

(…) la civiltà è basata sulle bugie.

p. 354

Chi può saperlo? In ogni caso, pare non ci sia scampo. In alcuni momenti, comprendere le intenzioni di chi ci sta davanti sembra un’impresa praticamente impossibile. Incomunicabilità? Insicurezza? Fretta?

Forse alcune persone incrociano il nostro cammino per far venire fuori l’idiota che è in noi. L’importante è realizzarlo, a un certo punto. O è bene che qualcuno ci metta davanti la brutale verità. Come fa Svetlana, la migliore amica di Selin…

In ogni caso, vorrei ringraziare Elif Batuman, autrice newyorchese di origini turche, per aver dato vita al personaggio indimenticabile di Selin. Grazie a lei nessuno di noi, matricola o meno, si sentirà solo nella sua idiozia.

Che poi come sarebbe la vita senza gli idioti?

I mean, think about it.