Maggio: Oggi avrei preferito non incontrarmi

Sì, sono molto in ritardo stavolta.

Maggio è stato un mese infinito e “Oggi avrei preferito non incontrarmi”, della scrittrice Premio Nobel, Herta Müller, è stata una sfida non indifferente.

Se la notte prende da ciascuno la sua sbornia, verso il mattino dev’esserne tutta piena fino alle stelle. Sono così tanti a bere qui in città.

p. 11

Rincorrere i pensieri

Ho iniziato a leggere questo romanzo pensando che la trama fosse molto dinamica. Forse mi ero immaginata una sorta di giallo ambientato nella Romania di Nicolae Ceaușescu. Ma come spesso accade in letteratura e nella vita… Non tutto è quello che sembra. Ed è così che mi sono ritrovata impigliata nei pensieri di una donna il cui carattere non è mai completamente svelato dall’autrice.

Mi sono spesso (forse troppo spesso) persa nella risacca dei flashback repentini che costellano il romanzo. Ho faticato a stare dietro ai ricordi di infanzia della protagonista. Al suo desiderio perverso di avere rapporti sessuali col padre. Alla descrizione della ferocia della madre. Agli incontri con personaggi paradossali sul tram, per le strade di una cittadina rumena.

Mi inquietava un po’, mentre camminavo sul marciapede, che lassù in cielo ci fosse qualcosa di bello e sulla terra qui sotto nessuna legge che proibisse di guardare in alto. Quindi era concesso strappare al giorno qualcosa, prima che si immiserisse nella fabbrica.

p. 13

Poi ho iniziato a capire. A entrare nella storia. Non tanto grazie alla descrizione della giovane protagonista ma, paradossalmente, grazie allo stile fragmentato di Herta Müller.
Ammetto la mia frustrazione durante questo mese e mezzo di lettura. Mi sono lagnata per la costruzione narrativa eccessivamente contorta, per la trama quasi inesistente (una giovane donna che, per sua sfortuna, si trova a dover sostenere dei colloqui con i servizi segreti del regime) e, tutto sommato, noiosa.

Vedi alla voce “dittatura”

Poi ho capito. La forza di questo romanzo (comunque di non facile lettura, a mio avviso) è proprio il suo non essere immediato. Tutta l’angoscia della vita in un regime dittatoriale si insinua gradualmente e silenziosamente nella mente del lettore, vittima a sua volta della prigionia di una protagonista senza nome.

(…) Poi il silenzio era solcato di piaghe, i cani abbaiavano fino al treno successivo. Il mio cervello colava e si scioglieva.

p. 140

maggio 2

Senza nome probabilmente perché, per il regime, non cambia nulla se ti chiami X o Y. Non cambia nulla se sei colpevole o vittima dei capricci di un uomo che non hai voluto assecondare. Non cambia nulla se rispondi “sono stata io” o “non sono stata io”. Per il regime basta il sospetto. E sei marchiato. Ogni tua azione è misurata, giudicata. I tuoi vicini ti spiano. Prendono appunti sui tuoi spostamenti. Chi ti sta accanto viene pedinato, aggredito. E non puoi fare altro che continuare a presentarti “giovedì alle dieci in punto”. Non puoi fare altro che sopportare che il tuo aguzzino, ad ogni colloquio, nel farti il baciamano ti stritoli le dita con violenza…

(…) E negli interstizi resta spazio per la felicità.

p. 89

Penso a quello che ho

In diversi momenti ho pensato di aver sbagliato romanzo. “Non è per me, troppo lento”. Sono stata sul punto di abbandonarlo. Ma sono felice di essere andata fino in fondo. C’era qualcosa che mi diceva di continuare.

Oggi so qualcosa in più. Per anni leggiamo sui libri di scuola le parole “dittatura”, “regime”, “servizi segreti”, “tortura”. Ma cosa sappiamo poi veramente delle vite di chi è sopravvissuto a queste storture della storia? Come facciamo a sapere cosa si prova a non sapere se dopo aver varcato la soglia di una stanza lurida di una caserma, uscirai vivo? Se vedrai ancora il cielo? Che ne sappiamo di cosa significa non poter sognare di vivere in un altro Paese?  Ecco, io penso a quello che ho. E sono fortunata. Penso che solo sforzandosi di capire un ritmo diverso, uno stile linguistico diverso, un modo di raccontare diverso, possiamo davvero capire qualcosa.

È stato un viaggio faticoso ma ne è valsa la pena.

 

Alla prossima puntata, amici lettori!

 

Aprile: Il bacio più breve della storia

Accendi neon da bagno

in mezzo a un bosco fiabesco

Esistono donne il cui mistero svanisce d’un tratto

quando scoppiano a ridere.

Come se qualcuno accendesse neon da bagno

in mezzo a un bosco fiabesco.

Tu fai crescere boschi fiabeschi

in un bouquet di neon.

P. 61

E se in una notte parigina vi trovaste faccia a faccia con una creatura misteriosa e affascinante? E se l’unica cosa possibile da fare fosse baciarla?

Un bacio brevissimo. Indimenticabile.

E se, una volta aperti gli occhi, la creatura sparisse nel nulla?

Così inizia la storia di Mathias Malzieu, cantante e scrittore francese.

Un cocktail romantico e surreale, con personaggi ai limiti del cartone animato. Una storia profumata di atmosfere fiabesche e incantate. Di dolci e invenzioni infantili.

Un inventore che non inventa più, deluso dall’amore e arreso alla sua solitudine. Una donna invisibile. Un incontro che stravolge esistenza e certezze.

Un ex detective, amico delle star hollywoodiane. Elvis, un pappagallo addestrato per i pedinamenti in aria che riproduce anche il suono degli orgasmi. Cioccolatini al sapore di bacio.

Le conseguenze dell’amore

Poi mi sono innamorata. Più amavo e più a lungo scomparivo. Finché mi sono innamorata alla follia, diventando invisibile senza interruzioni.

P. 40

Annullarsi nell’altro. Rinunciare a se stessi. Per amore?

Per paura di perdere la persona amata?

Sono anche questi i rischi dell’amore. E di questo è disseminato il romanzo. Dei rischi che si corrono quando ci innamoriamo e quando non siamo più innamorati.

C’è chi addirittura dimentica il cuore su un taxi e non torna a recuperalo…

P. 51

Poi la svolta. Un incontro inaspettato e insperato che cambia tutto. E ci si ritrova a inventare di nuovo. Siamo improvvisamente ispirati, coraggiosi. Talvolta sfacciati. La fantasia si rimette al lavoro e ci spinge a pensare a cose che non avremmo mai immaginato di pensare.

Un unico scopo. Provare un’altra volta le sensazioni che abbiamo provato durante l’incontro magico. Riassaporare il mistero. Ed eccoci ad arrovellarci sul perché viviamo in questo stato di attesa perenne. Il logorio della domanda “perché non riesco a togliermi dalla testa questo bacio?”. E poi, “quando lo/a rivedrò?”, “perché non mi cerca?”.

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Corsi e ricorsi agrodolci

Come si sente?”

“Baciata!”

“E i polmoni?”

“Normali.”

“Sensibili?”

“Meno del cuore”

“Perché di solito è il cuore a farla tossire?”

“Quando c’è lei, temo di sì.”

P. 69

Infine la fortuna decide di assisterci. Ritroviamo quella sensazione che abbiamo rincorso per giorni, mesi che sembrano anni. Piano piano ci affidiamo all’altro, anche se è invisibile. Anche se scopriamo che al posto del cuore gli è rimasto il foro di un proiettile. Ma cosa cambia? Insieme si costruisce una piccola routine. Quotidianamente stupiti dalla potenza inaspettata di questo Amorcerotto.

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Forse ogni tassello sta tornando al suo posto? Non è facile ma ci buttiamo a capofitto con ogni brandello della nostra insicurezza.

E quando pensiamo di aver trovato una nuova stabilità…

Il passato bussa alla porta. Insinua il dubbio. Dobbiamo incontrarlo un’altra volta. Perché a spingerci c’è quella “specie di rabbiosa gioia”.

E il nostro Amorcerotto? Starà lì a guardare? Si arrenderà? O lotterà contro il Ritorno al passato?

E noi sapremo cosa fare? Cosa sceglieremo?

Se potessi scontrarti con un vero nemico, ti sentiresti sollevato, giusto?”

“Sì! Una vera stronza mi farebbe proprio bene. Così potrei vendicarmi come un cowboy del cazzo!”

“Ma tu hai un nemico…”

“Ah, sì? E chi sarebbe?”

“Te stesso!”

“…”

“Sei il tuo peggior nemico, vecchio mio! Il più spietato, maldestro e difficile da controllare.”

P. 88

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Ora o mai più

Alla fine scegliamo, amici lettori. Si sceglie sempre. Prima o poi.

Non voglio svelarvi niente di più. Leggete questo breve romanzo come se fosse la favola della buonanotte che vi leggeva vostra mamma prima di andare a dormire. O che leggete ora ai vostri figli. Tornate ingenui, fatevi stupire. Vi sorprenderete più di una volta a sorridere alle pagine del libro. Vi affezionerete ai personaggi e vorrete sapere spasmodicamente come va a finire il racconto. Abbandonatevi.

Non avete voglia anche voi di un pizzico di magia nelle vostre giornate?

Alla prossima storia, amici lettori!

 

Marzo: Berta Isla di Javier Marías

Anche Berta, come Tomás, sembrava sapere, fin dall’inizio, a che tipo di persona apparteneva, a che tipo di ragazza e donna futura, come se mai avesse dubitato che il suo era un ruolo da protagonista, non secondario, almeno nella propria vita. Ci sono persone, invece, che si vedono già come comparse, perfino nella propria storia, come se fossero nate con la consapevolezza che, per unica che sia ciascuna vita, la loro non meriterà di essere narrata, o vi si farà cenno solamente quando si narrerà quella di un altro, più avventurosa e degna di nota. Nemmeno come intrattenimento in un lungo dopopranzo o in una serata accanto al fuoco senza sonno.

pp. 15-16

Chi è Berta Isla?

Berta è una bella donna, una di quelle che ti restano impresse.

È la moglie di Tom Nevinson. L’uomo che ha scelto fin dall’adolescenza. L’uomo che pensa di conoscere in tutto e per tutto.

Eppure, tutta la sua vita sarà segnata dai segreti del marito.

Quanto sappiamo davvero delle persone che abbiamo accanto? Probabilmente poco. Forse soltanto quello che l’altro decide che possiamo sapere. Ma quanti di noi si rassegnano placidamente a vivere in questa condizione? Probabilmente tutti.

E Berta è una dei tutti. È una delle tante mogli (ma ci sono altrettanti mariti) che si fa andare bene i silenzi del partner, il non detto. L’ansia notturna di un uomo evidentemente turbato, trasformato da eventi improvvisi e imprevisti che gli sconvolgono l’esistenza ancora giovane. Quando è ancora tutto possibile. In divenire.

Quand’è che possiamo considerare l’altro “estraneo”?

 In fin dei conti non è mai dato sapere se si arreca danno a qualcuno finché la storia di costui non è completa, e per questo ci vuole tempo. 

p. 47

Quante volte ci hanno detto che bisogna essere un po’ misteriosi per affascinare il prossimo, guardarsi dal rivelare tutta la verità. Quante volte mi è stato rimproverato il fatto di esporre immediatamente i miei punti deboli.

«Nulla ha peso senza mistero, senza una nebbia che lo avvolga, e noi siamo avviati verso una realtà priva di tenebre, senza chiaroscuri. Tutto ciò che è conosciuto è destinato a essere inghiottito e banalizzato, a tutta velocità, e a non avere quini nessuna influenza. Ciò che è visibile, che è spettacolo di pubblico dominio, non può mai cambiare niente (…).» 

p. 53

L’attesa

E così, mentre Tom viene sempre più assorbito e condizionato dalla nuova vita da infiltrato, Berta attende. Per mesi, poi anni. Ovviamente si pone moltissime domande. Non trova risposte. Tom la tiene all’oscuro. Non può raccontare nulla di quella nuova esistenza.

Sopporta anche la consapevolezza che il compagno abbia avuto altre storie, per circostanze date dal suo lavoro oscuro e non solo.

Chi rimane al fianco del traditore, chi decide di ignorare il tradimento, avrà sempre la facoltà di mostrare la cicatrice e di recriminare, anche solo con lo sguardo, o con il passo, o con il modo di respirare. O con quello di tacere, soprattutto quando non c’è motivo di tacere e il coniuge si chiederà: «Perché non risponde, perché non dice niente, perché non alza gli occhi al cielo? Starà rivivendo quello che è successo?».

p. 215-216

Ma arriva un momento in cui, l’ansia di sapere diventa ingestibile, una miccia che ci infiamma e se non otteniamo spiegazioni due sono le strade: la cieca rassegnazione o il rifiuto categorico dello status quo, cui segue il cambiamento.

(…) e quando si aspetta per troppo tempo si finisce per coltivare un sentimento ambivalente o contraddittorio: si scopre di essere ormai abituati ad aspettare e che forse non si vuole più altro. Non si vuole che quello che quello stato si interrompa o si concluda con la telefonata tanto attesa, con l’arrivo sperato, con la ricomparsa anelata, e ancora meno si vuole il contrario, l’annuncio che nulla di questo avverrà, che la persona attesa non darà mai segni di vita né tornerà più. (…) 

p. 290

berta square

Tornare al passato

Le vite di Berta e Tom si muovono inesorabili parallelamente. Due sconosciuti che si conoscono da sempre. All’apparenza totalmente diversi, eppure continueranno sempre ad aggrapparsi all’altro. Al suo ricordo. Al pensiero di quello che poteva essere e non è stato. Al pensiero di quello che è stato e che non sarà più. Prigionieri del proprio destino.

«Quello che ci lasciamo alle spalle ci pare inoffensivo perché lo abbiamo superato con successo, perché siamo ancora vivi e non abbiamo perso tutto. Vorremmo tornare al passato perché quel passato è ormai chiuso; conosciamo il risultato e vorremmo ripeterlo».

p. 414

Confessione di bambina

Ho iniziato a leggere Javier Marías molto tempo fa. Facevo ancora il liceo. Molte cose non le capivo bene. Le intuivo e basta. Leggendolo ora, posso dire che raramente mi sono imbattuta in analisi così lucide dell’umanità. Dalla semplice descrizione di una sigaretta fumata guardando una piazza dal balcone, ai pensieri che ti vengono in mente mentre aspetti una risposta, mentre rifletti sul tradimento o sulla sua eventualità, mentre guardi una persona e dal suo abbigliamento realizzi inconsciamente che tipo è. La delicatezza con cui si sofferma su certe speranze di padre, di moglie. Di donna. Quando pensi che si stia ripetendo in alcuni passaggi vieni subito rapito da una considerazione che ti lascia stordito e che poi ti fa dire “è esattamente così.”

Assolutamente consigliato.

Berta Isla, Einaudi, 2018.

 

 

Febbraio: Pastorale americana

Febbraio. Il regalo di un mio amico.

Philip Roth. Pastorale americana.

“Ti piacerà”.

Mi immergo…

pastorale

Apnea.

Paradiso ricordato. La caduta. Paradiso perduto.

Sono i tre capitoli di questo immenso romanzo americano. La storia di un Paese, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni Novanta.

La Storia e basta.

Le gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia, in realtà, ti si para davanti all’improvviso.

p. 95

Americani, ebrei americani. Lavoratori. Comunisti. Perbenisti. Cattolici. Reginette di bellezza. Marines. Atleti. Rivoluzionari. Ex compagni di scuola. Assassini. Traditori. Moralisti. Estremisti. Pacifisti. Ci sono tutti e si offrono tutti senza paura al lettore, in tutta la propria feroce autenticità.

Lo spunto è la biografia immaginaria di Seymour Levov, detto Lo Svedese, protagonista indimenticabile. Un uomo di successo, destinato a un futuro radioso.

La sua è la famiglia perfetta, all’apparenza. Il ritratto della felicità e della completezza americane, emblema inconfondibile e confortante del capitalismo.

Ma sollevato il velo, si intravedono le prime crepe e pagina dopo pagina scivoliamo increduli in un vortice di eventi e di sensazioni soffocanti che (per fortuna!) consideriamo distanti da noi… Ma lo sono poi davvero?

Il sogno tradito

Soltanto un ragazzo perfetto, quindi. E il suo sogno americano. Una bella casa immersa nella natura, grandi alberi che la circondano. Una bellissima moglie. Una figlia che giocherà sull’altalena…

E così come a noi, al narratore, viene da chiedersi

Cosa aveva minacciato, se una minaccia era esistita, di modificare la traiettoria dello Svedese? Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita. Anche a quelli che da piccoli hanno avuto tutto toccherà, prima o poi, la loro quota d’infelicità; se non, certe volte, una quota maggiore.

p. 24

Ebbene quello che turba la vita perfetta del protagonista è una bomba, innescata da Merry. La sedicenne figlia balbuziente. Ed ecco che improvvisamente e (forse) inspiegabilmente, Seymour è

Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. (…) Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.

p. 94

Poi la disperata ricerca delle cause

Da dove derivano quest’odio e questa violenza? Com’è possibile che due genitori così perfetti abbiano dato vita a un mostro del genere? Perché Merry ha avuto tutto dalla vita. E, ciononostante, è diventata un’adolescente rabbiosa. Pronta a uccidere pur di smascherare l’ipocrisia della società americana che condanna la guerra in Vietnam ma soltanto dai salotti delle proprie abitazioni. Pur di smascherare, in eterno, l’ipocrisia della sua stessa famiglia, mettendola di fronte alla propria falsità.

 

“Sopra il gentleman, sotto il verme”

Ma che razza di maschera portano, tutti? Io credevo che queste persone fossero dalla mia parte. Mentre dalla mia parte c’è solo la maschera, ecco! 

p. 382

Quello dello Svedese è un sogno tradito. E lui stesso è prigioniero del suo ideale di “uomo integerrimo”. Di ciò che è giusto fare, di ciò che è giusto dire. Ciò che gli altri si aspettano. E la sua mancanza di iniziativa, il suo arrovellarsi sul perché delle disgrazie che colpiscono la sua esistenza, il suo immobilismo fanno incazzare talmente tanto che ci si ritrova a mormorare a denti stretti “se lo merita”. Anche se poi ti fermi e pensi… Tu come agiresti? Sapresti fare di meglio? Sfideresti a cuor leggero l’ordine costituito, la morale comune?

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Ma chi è che tradisce il sogno? Chi il traditore e chi il tradito?

Il cervello di tutti era dunque infido come il suo? O era lui l’unico incapace di vedere cosa stava macchinando la gente? Sgattaiolavano tutti qua e là come faceva lui, dentro e fuori, cambiando cento volte al giorno, ora intelligente, ora abbastanza intelligente, ora stupido come tutti gli altri, ora il più stupido bastardo che fosse mai vissuto? Era forse la stupidità a travisarlo, figlio sempliciotto di un padre sempliciotto, o la vita era solo un grande inganno di cui tutti erano a conoscenza tranne lui?

p. 385

Ebbene, probabilmente siamo tutti bugiardi. Tutti complici e tutti colpevoli.

Ma fidatevi,  secondo me lo sarete ancora di più se non leggerete Pastorale americana.

Alla prossima puntata, amici lettori.

 

 

 

 

Gennaio: The Hate You Give. Il coraggio della verità

Sì. Non è più gennaio. E sì, non ho scritto questo mese. Ma è tutto sotto controllo. Ho appena finito di leggere il romanzo che mi ha accompagnato in questo inizio 2019. E lasciatevelo dire, amici lettori: che romanzo!

Di cosa parla The Hate You Give?

Di rabbia. Di lotta. Di paura. Di identità. Di razze. Di bianchi contro neri. Di fratelli e di nemici. Parla di gang, di violenza. Parla di ingiustizia. Parla di un’America incazzata.

Parla del tempo buio che stiamo vivendo. Quello dal quale sogno di svegliarmi. Quello che non voglio lasciare in eredità al prossimo.

E Starr, la sedicenne nera, protagonista della storia di questo romanzo, e la sua intera famiglia sgangherata, abituata a vivere nel ghetto, è d’accordo con me.

Tua sorella si chiama Starr perché è stata la mia luce nel buio.

p. 339

È questo che Angie Thomas, l’autrice, vuole davvero raccontarci.

Può esserci luce nel buio.

Anche quando assisti impotente all’omicidio di due amici. Anche quando il tuo migliore amico viene assassinato ingiustamente da un poliziotto bianco.  O quando tuo padre viene costretto a mettersi faccia a terra perché è un ex detenuto. E perché è nero.

E voi sapete cosa significa THUG LIFE?

’Pac diceva che Thug Life, cioè “vita da teppista” stava per The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody, L’odio che rovesciamo sui bambini fotte tutti.

Inarco le sopracciglia. “Cosa?”

“Ascolta! The Hate U, la lettera U, Give Little Infants Fucks Everybody. T-H-U-G-L-I-F-E. Nel senso che quello che la società ci vomita addosso da piccoli le si rivolta contro quando ci incazziamo. Capisci?”

p. 22

Questo è l’ultimo insegnamento che Khalil riesce a dare a Starr, prima di essere sparato a bruciapelo da un agente senza nessun reale motivo.

Alza lo sguardo, Starr.

p. 96

Ma quant’è difficile uscire allo scoperto? Ammettere a se stessi che la morte di qualcuno, di una persona cara, la morte di cui sei il testimone oculare, non ha avuto senso. Quant’è difficile confessare di aver paura di ritorsioni sulla propria famiglia? Quant’è difficile fare la cosa giusta? E quanto può essere difficile trovare il coraggio di raccontare tutto a procuratori e poliziotti che vogliono solo giustificare un collega. Perché “tanto era solo uno spacciatore”.

Ma perché Khalil spacciava? Perché alcuni di noi (i reietti della società, quelli che ci sforziamo di non vedere agli angoli delle nostre città scintillanti, per intenderci) sono costretti a spacciare?

“Perché hanno bisogno di soldi” rispondo. “E non hanno molti altri modi di procurarseli.”

“Esatto. La mancanza di opportunità” dice papà. L’America del grande capitale non crea occupazione nei nostri quartieri, e di sicuro non ci assume volentieri. Poi, diamine, anche quando arrivi a prenderti un diploma, molte delle nostre scuole non ti danno una preparazione adeguata.”

 “(…) La droga da qualche parte arriva, e sta distruggendo la nostra comunità. (…) I Khalil vengono arrestati per spaccio, trascorrono metà della loro vita in carcere, un’altra industria da miliardi di dollari, oppure quando escono non riescono a trovare un vero lavoro e probabilmente si rimettono a spacciare. È questo l’odio che ci somministrano, piccola, un sistema studiato contro di noi. È questa la Thug Life”

pp. 161-162

p. 184

E come si fa a condannare la frustrazione dei popoli oppressi? La sete di giustizia e di libertà. Io rispetterò sempre questa rabbia. Non decidi di che colore sarà la tua pelle. Né in che parte di mondo nascerai. Puoi decidere qualcos’altro, però.

Una voce

È proprio questo il problema. Permettiamo alle persone di dire certe cose, e loro le dicono così spesso che dopo un po’ lo trovano ammissibile e noi normale. Ma che senso ha avere una voce, se poi resti in silenzio quando non dovresti?

p. 233

Puoi decidere di usare la tua voce.

Tempo fa pensavo che la mia generazione, e io in prima persona (non voglio nascondermi), non fa abbastanza per manifestare il proprio dissenso. Eppure sono convinta che c’è, che serpeggia. Allora arrabbiamoci di più! Protestiamo di più. Facciamoci sentire. Non possiamo aspettarci che qualcuno lo faccia al posto nostro. I supereroi della nostra storia siamo noi. E se è vero che ognuno lotta come può, è anche vero che forse non è abbastanza, allo stato attuale. Voglio fare di più. Voglio parlare di più. Voglio essere più coraggiosa.

Khalil, io non dimenticherò mai.

Non mi arrenderò mai.

Non starò mai zitta.

Lo prometto.

p. 405

E voglio prometterlo anch’io.

Per cambiare le cose, bisogna lottare. E l’arma più potente è la nostra voce. Forse ora tocca a noi. Questo, per dirla con Angie Thomas, potrebbe essere

“Qualcosa per cui vivere, qualcosa per cui morire”.

 

 

  • Il brano musicale nel video è Rêverie di Debussy

Sapete tenere un segreto?

Ultimo dell’anno. 

Purity di Jonathan Franzen mi ha accompagnato in questa fine 2018. Un anno intenso, turbolento, rivelatore. Esattamente come questo romanzo.

Come vi avevo promesso, il post di oggi è dedicato ai segreti. Al loro potere e alla loro capacità di unire le persone. Strano, in effetti. Prima di leggere questo passaggio, avevo sempre pensato, in maniera infantile (forse), che i segreti dividessero le persone. Creassero delle barriere, che fossero il preludio alla rottura dei rapporti. Voi cosa ne pensate? Sapete mantenere i segreti? Sono un bene o un male, secondo voi?

Ed ecco. In quest’epoca di ossessiva condivisione digitale, in cui è sempre più difficile avere dei segreti, vi lascio alle parole dell’autore che trovate a pagina 324.

 

Franzen restituisce tante piccole verità. Verità scomode da accettare ma che non possiamo fingere di non condividere.

Non possiamo fingere di non aver mai pensato che

Il volto non visto è sempre bellissimo.

p. 273

O che

(…) sotto sotto, in fondo al cuore, forse tutti si consideravano pieni di fascino. Forse era semplicemente una caratteristica umana.

p. 334

Così come non possiamo ignorare l’invasività di Internet nelle nostre vite e gli effetti che può avere:

Il cervello ridotto dalla macchina a un circuito di feedback, la personalità privata ridotta a una generalità pubblica: a quel punto la persona poteva anche essere già morta. 

p. 547

Ma davvero tutto si riduce a questo?

Speriamo di no. Speriamo di svegliarci da questo torpore digitale.

 

Buon 2019 a tutti, amici lettori! Che sia pieno di tanta meravigliosa letteratura.

 

Nel video:

Un estratto da Danses Gothiques di Erik Satie

 

Dicembre: Purity di Jonathan Franzen

Questa volta sono un po’ in ritardo ma non significa che non stia leggendo come una pazza! Il progetto prosegue e sono felice di dedicare questo mese natalizio a un autore meraviglioso che ancora (colpevolmente) non conoscevo: Jonathan Franzen.

Chi è Purity?

La ragazza che dà il nome al romanzo si fa chiamare Pip. Ventenne sgangherata, oppressa da un enorme debito universitario, da una madre fuori controllo e da un padre inesistente. Alcune circostanze apparentemente misteriose le danno la possibilità di cambiare il suo destino, scoprendo la verità sulle sue radici.

A prima vista, si potrebbe pensare che Purity Tyler sia la protagonista di questa storia, eppure credo che lei sia solo il pretesto per Franzen per raccontare tante altre vite. Ventenni, quarantenni, sessantenni.

Generazioni a confronto. Passati a confronto. Paesi a confronto. 

Personalità allo specchio

No, non è neanche così. Franzen non mette semplicemente sentimenti e situazioni davanti a uno specchio. Li viviseziona, li scandaglia come si farebbe con un fondale marino. Riesce ad analizzare anche quello che sembra essere il più insignificante dei dettagli, quelli a cui non faremmo mai attenzione durante le nostre giornate. Forse è anche per questo che viene considerato uno dei più grandi scrittori d’America.

È spaventosa l’accuratezza con cui descrive il rapporto complesso tra Pip e sua madre. Grazie a un passaggio su una banale abitudine, quella della telefonata quotidiana (chi non ce l’ha?), Franzen restituisce la fotografia della dipendenza tra madre e figlia.

Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l’altra. Il problema, agli occhi di Pip- l’essenza dello svantaggio che si portava dietro; la presumibile causa della sua incapacità di riuscire in qualunque cosa -, era che lei amava sua madre. La compativa; soffriva con lei; gioiva nel sentire la sua voce; provava un’inquietante attrazione asessuata per il suo corpo; era attenta persino all’equilibrio chimico della sua bocca; desiderava che fosse più felice; detestava farla arrabbiare; la sentiva cara. Quella era l’enorme blocco di granito al centro della sua vita, la fonte della rabbia e del sarcasmo che rivolgeva non solo contro sua madre, ma anche, in maniera sempre più controproducente, contro oggetti meno appropriati. Quando Pip si arrabbiava, non ce l’aveva davvero con sua madre, ma con il blocco di granito.

p. 7-8

E ancora, il risentimento congenito di un figlio nei confronti della propria madre:

Era facile incolpare la madre. La vita era un’infelice contraddizione, desideri infiniti ma scorte limitate, la nascita come biglietto per la morte: perché non dare la colpa alla persona che ti aveva appioppato la vita? Okay, forse non era giusto. Ma tua madre poteva sempre incolpare la propria madre, che a sua volta poteva incolpare la propria, e così via fino all’Eden.

p. 121

Più si prosegue nella scoperta delle origini di Pip più ci si ritrova impigliati nelle esistenze strazianti di personaggi che ci sembra di aver conosciuto in una vita passata.

Formidabile il modo in cui è descritto il senso di colpa

Il suo senso di colpa era così grande che diventava gravitazionale, curvava il tempo e lo spazio e si collegava tramite una geometria non euclidea al senso di colpa che non aveva provato mentre distruggeva il matrimonio di Charles. Quel senso di colpa che, lungi dal non esistere, era stato invece pre-inoltrato tramite una curvatura spazio-temporale nella Manhattan 2004.

p. 228

O l’essere femminista

Tom era uno strano femminista ibrido, dal comportamento irreprensibile ma concettualmente ostile. «Capisco il femminismo come questione di uguaglianza di diritti, – le aveva detto una volta. – Quello che non capisco è la teoria. Se le donne debbano essere perfettamente uguali agli uomini, oppure diverse e migliori di loro». E aveva riso come rideva delle cose che trovava sciocche, e Leila si era chiusa in un silenzio rabbioso, perché lei era un ibrido nell’altro senso: concettualmente femminista, era tuttavia una di quelle donne che stringono amicizia soprattutto con uomini, cosa che l’aveva sempre aiutata dal punto di vista professionale. Si era sentita denigrata dalla risata di Tom, e da quel giorno erano stati attenti a non discutere più di femminismo.

p. 270-71

La potenza Purity è la brutale sincerità con cui è scritto. Alcune pagine, anzi, interi capitoli sono veri e propri pugni nello stomaco. Non è facile trovare uno scrittore altrettanto spietatamente onesto.

Credo che per i più permalosi di noi, alcuni passaggi potrebbero risultare come sentenze, e forse lo sono davvero.

persone felici

matrimonioossessionecoraggio

Eppure non si riesce a staccare gli occhi dal libro.

Quindi proseguo imperterrita nella lettura, disposta a farmi schiaffeggiare dalle sentenze di Jonathan Franzen. Sarà una forma di masochismo? 

Alla prossima puntata. Posso anticiparvi che si parlerà di segreti…

 

 

 

 

 

Essere innamorati

Ho finito di leggere Gilgi, una di noi un paio di settimane fa. L’ho praticamente divorato. Poi mi sono presa una pausa da lei e dalla sua autrice. Ho capito che molto del romanzo è autobiografico. Molto si riferisce alla storia d’amore di Irmgard Keun con Joseph Roth (trovate qualcosa in uno dei post precedenti).

Ci ho pensato un po’ e ho anche capito che mi sono spaventata. Questa storia travolge. Non perché sia sensazionale, intendiamoci. Ma c’è qualcosa di violento nello stile frammentato di questo romanzo, nelle pieghe del racconto. Qualcosa che ti rimane attaccato alla pelle e che ti ritorna nella mente come un ronzio.

In diversi momenti è ironico, irriverente, specialmente per essere stato scritto negli anni Trenta. In altri, la precisione con cui sono descritte le emozioni, i dubbi di questa ventenne ribelle fanno quasi paura. La penna di Keun può essere una lama molto affilata.

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Ci si sente nudi, smascherati, disarmati.

Gilgi è decisamente una di noi. Nelle insicurezze, nelle riflessioni sull’altro sesso, nelle scelte irrazionali ma anche nell’impotenza di fronte alla dipendenza da una persona che ama. Nella paura di deludere. Il compagno ma anche se stessa e quello in cui crede.

Ho provato a immaginare una Gilgi anziana. Un incontro. Io e lei sedute una di fronte all’altra.

“Dopo tutto quello che hai vissuto con Martin, il tuo scrittore bohémien, come consideri il vostro rapporto? Ti sei mai pentita?”, le chiederei. E poi anche: “L’amore può essere dipendenza? E in che misura, secondo te?”

Dov’è il confine tra amore e ossessione? Chi lo stabilisce?

Ho pensato di salutare questo personaggio leggendo un passaggio in cui viene letteralmente scandagliata la condizione di chi è innamorato…

(…) una condizione straziante. Dovrebbe esserci una medicina per chi si trova in quello stato.

p.125

Personalmente non mi sono mai sentita straziata o svuotata. E quando alcune amiche mi raccontano di provare sentimenti simili a quelli descritti da Gilgi, non li capisco. Ci provo ma non riesco a capirli. Significa che non mi sono mai innamorata? Forse per Gilgi è così. E forse è anche per questa ragione che il romanzo mi ha spaventato… Io sono sempre stata convinta che esistono tanti modi di amare. Non so se si può dire lo stesso sul modo di innamorarsi.

Leggere Gilgi, una di noi è stata un po’ una sfida. Bisogna essere pronti a farsi molte domande. Ve la sentite?

 

Nel video trovate:

 

 

 

 

«Il nostro legame è così debole, così casuale»

Ma porca miseria, a chi altro dovrei dare importanza se non a me stessa? Io non ci credo, per me è una maledetta balla quando qualcuno dice che pensa prima alla collettività e poi a se stesso. E poi chi sarebbe la massa? Non è un viso, non è una persona a cui si vuole bene e che quindi si vorrebbe aiutare. Stai zitto, Pit, sto parlando io! Siete così spaventosamente vanitosi, voi ragazzi, volete sempre essere speciali. Volete sempre essere degli eroi e credete che il mondo non possa fare a meno di voi. E dato che volete essere eroici, allora avete bisogno di qualcosa che faccia arrabbiare, di qualcosa contro cui poter combattere, e se non c’è ve lo inventate…

p. 55

Queste sono le parole che Gilgi rivolge al suo amico Pit. Parole scritte dall’autrice Irmgard Keun nel 1931 mentre il vento nazista soffiava sempre più forte.

Parole incredibilmente attuali.

Allo stesso tempo, queste sono le parole che la giovane protagonista del romanzo usa prima dell’anno zero. Prima di incontrare Martin, uno scrittore bohémien che sconvolgerà profondamente la sua esistenza.

La vita di Gilgi è pianificata in tutto. Ogni momento della sua giornata è impegnato in qualche attività che non le faccia mai perdere di vista l’obiettivo: realizzarsi. Andare all’estero, lavorare ed essere indipendente. Poter contare solo su se stessa.

Poi l’arrivo di Martin. Un uomo completamente diverso da lei, alla continua ricerca dei piaceri della vita.

Per Martin l’autodisciplina non è importante e neanche il lavoro o il denaro. E soprattutto, non è necessario che Gilgi lavori. Per lo scrittore, ogni tentativo della ragazza di rendersi autonoma è uno spreco di energia e rappresenta solo un ostacolo al loro legame che diventa ogni giorno più stretto.

Gilgi è rapita dalla fantasia di quest’uomo e dalla sua voglia di avventura. Ascoltare le sue storie, per lei, è come vivere delle vite che non ha mai vissuto e, soprattutto, che non credeva possibile esistessero.

La fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina: puoi giocare un po’ in strada, ma non devi girare l’angolo. Ora la brava bambina si sta allontanando un po’ troppo. Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne – quello che vede non è la realtà, non trova le parole per dirlo… è sempre così… vorrebbe tratteggiare le emozioni che prova con le sue proprie parole, render loro giustizia. Ah le mie piccole, grigie parole! È incredibile che ci sia qualcuno capace di parlare con così tanti colori!

pp. 70-71

Finisce col perdere di vista la sua più grande certezza: se stessa.

Vorrebbe vedere il futuro dritto e liscio di fronte a sé – un pezzettino di futuro insieme – e invece non vede nient’altro che un gomitolo oscuro e aggrovigliato.

p. 119

Entra nel meccanismo perverso di tacere certi suoi dubbi per timore della reazione del compagno. Per paura di deludere le sue aspettative e infine di perdere quel rapporto che, da “debole e casuale”, è diventato tutta la sua vita. In un certo senso, Gilgi è prigioniera del suo amore. Lo realizza un po’ per volta, a fatica. E più va avanti, più si affida a Martin, più perde un “pezzettino” di quella che era sempre stata.

Innamorarsi può essere l’inizio di una guerra con noi stessi che non sapevamo di dover affrontare. Una guerra alla quale è difficilissimo sfuggire.

 

 Per scoprire di più su “Gilgi, una di noi”, edito da L’orma editore, non vi resta che seguire il mio blog.

Alla prossima puntata!

 

I dipinti nel video sono dell’abstract painter Geraldina Khatchikian che ringrazio tantissimo.

Andate a vedere i suoi lavori sulle pagine Facebook e Instagram: GeraldinaKhatchikian.art

g.Khatchikian.art

 

 

 

Novembre: Gilgi, una di noi di Irmgard Keun

Chissà perché scegliamo di leggere alcuni romanzi e non altri. Certe storie e non altre. Quando selezioniamo un libro sono tanti i fattori che intervengono. Sì, ammettiamolo: a volte, anche la copertina gioca un ruolo (non c’è bisogno di fare i timidi).

gilgi

Quando ho letto la trama di “Gilgi, una di noi” stavo per rimetterlo al suo posto sullo scaffale della libreria.

L’ennesima storia d’amore no, vi prego!

Poi ho dato uno sguardo alla biografia dell’autrice…

Chi è Irmgard Keun?

Nata a Berlino nel 1905, si trasferisce presto a Colonia dove diventa una dattilografa. Per un breve periodo lavora come attrice ma decide quasi subito di dedicarsi alla scrittura. Gilgi, eine von uns è il suo primo romanzo e viene pubblicato nel 1931 ottenendo un grande successo. Nel 1933, insieme al suo secondo lavoro (La ragazza di seta artificiale), Gilgi finisce per essere censurato dal regime nazista e Irmgard viene anche arrestata. Da questo momento in poi, quella dell’autrice tedesca sarà una vita in fuga, prima in Belgio e poi nei Paesi Bassi. Conosce lo scrittore Joseph Roth e se ne innamora. Torna a nascondersi in Germania, protetta dalla falsa notizia del suo suicidio. Qualcosa si è spezzato in Irmgard. I suoi lavori non suscitano più interesse. Subisce diversi ricoveri psichiatrici. È un’alcolizzata, ormai. Continua a scrivere durante gli anni Settanta ma viene ignorata da pubblico e critica. Muore nel 1982.

Da qualche anno, però, è in atto una riscoperta dell’opera di questa scrittrice originale e fuori dagli schemi. E “Gilgi, una di noi” è letteralmente risorto dalle sue ceneri. E allora mi sono detta: voglio assolutamente conoscerla e scoprire perché ha dato così fastidio ai nazisti.