Elogio della lettura e della finzione

Quel genio di Mario Vargas Llosa

Spesso, non appena viene fuori il fatto che ho un blog e che il mio blog parla di letteratura, ricevo domande come “Come mai proprio sui libri?“, “Ma perché leggi così tanto?“, “Dove trovi il tempo? Non lavori?” e io sorrido.

Sorrido perché mi viene in mente una bambina di circa sei anni, seduta su un divano che la faceva sembrare ancora più piccola, che, concentrassima, stringe tra le mani un libro: Il Piccolo Principe.
Il mio primo libro 🙂

Sorrido perché penso agli ultimi giorni di scuola, quando il privilegio era avere tutta l’estate a disposizione per leggere tutto quello che volevo, per scrivere le recensioni e sottolineare tutte le frasi che mi piacevano.

Sorrido perché penso a quanto ero e a quanto sono felice quando passo ore intere in libreria e posso sfogliare, confrontare, sbirciare e annusare (sì, ho sviluppato una forma di dipendenza dall’odore della carta stampata) tutte le opere che mi incuriosiscono.

La bellezza e la necessità della lettura

Per i comuni mortali, come me, non è facile descrivere con precisione tutto questo. Per fortuna, però, i geni come Mario Vargas Llosa riescono perfettamente nell’impresa. E con “Elogio della lettura e della finzione” lo scrittore, critico e giornalista peruviano ci regala, in un breve saggio, una riflessione personalissima (ma universale, come sanno fare solo i grandi della letteratura) sulla bellezza e sulla necessità di leggere (e scrivere). La storia di un bambino che, con le sue letture e la sua curiosità, diventa un grande scrittore.

Così come scrivere, leggere è protestare contro le ingiustizie della vita. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e senza neppure saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto, fondamento della condizione umana, e che dovrebbe essere migliore.

p. 7

Veramente super mega iper stra consigliato 🙂

Alla prossima puntata, amici lettori!

La prima booktown italiana

Sono un po’ in ritardo con la mia programmazione editoriale, quindi intanto approfitto per raccontarvi una storia bellissima. Una chicca tutta italiana.

Vi parlo di Montereggio, il paese dei librai

La cosa bella del mio lavoro nel mondo della comunicazione è la possibilità di scoprire costantemente cose nuove.
Per esempio, ho scoperto che Montereggio, un borgo toscano in provincia di Massa-Carrara, non solo è il “paese dei librai” ma è anche la prima Booktown italiana: è parte, infatti, di una rete internazionale di città che vivono di letteratura, festival letterari e librerie.

Tutto deriva dalla capacità dei montereggini di diversificare le proprie attività, dedicandosi non solo all’agricoltura e al commercio ma anche ai libri.
Sin dall’Ottocento, Montereggio ha contribuito alla diffusione di tantissimi volumi grazie al lavoro dei librai ambulanti che partivano con le loro gerle colme di libri, arrivando in pianura per rifornire librerie e bancarelle delle città del Nord.

È sempre qui, tra l’altro, che nel 1953 nasce il Premio Bancarella e anche il Festival del Fumetto “Nuvole a Montereggio” che riunisce moltissimi artisti ed editori tutte le estati (quest’anno, l’appuntamento è programmato il 16 e il 17 luglio).
E oggi, tutte le strade di questo paesino, situato tra le bellissime colline della Lunigiana, sono costellate da librerie indipendenti e le vie sono intitolate ai grandi editori italiani 😍

“Paesini – la serie”

Se siete appassionati di borghi italiani, vi consiglio di dare un’occhiata al progetto editoriale di EOLO e What Italy Is – in cui si inserisce anche la bellissima storia di Montereggio – per scoprire delle realtà Made in Italy davvero incredibili!

A presto, amici lettori!

Mille lune

Per mia madre il tempo era una specie di anello o di cerchio, non una lunga linea. A camminare abbastanza, diceva, potevi trovare ancora vive le persone che avevano vissuto tanto tempo prima.

p. 28

Oggi vi racconto di Mille lune, scritto da Sebastian Barry ed edito da Einaudi.

La trama

Siamo in Tennessee, nel 1870.
Winona, che un tempo si chiamava Ojinjintka, che in lingua lakota significa rosa, è una giovanissima indiana rimasta orfana e cresciuta da due ex soldati dell’Unione: Thomas McNulty e John Cole. Nella fattoria vicino a Paris, circondata dall’amore dei suoi salvatori e di alcuni ex schiavi liberati, Winona prova a buttarsi il passato alle spalle, ma il ricordo dello sterminio della sua famiglia, del suo villaggio e della sua gente torna spesso a tormentarla.

Per noi tutti i vivi avevano un grande valore. Ma il valore che i bianchi davano a noi aveva una misura diversa. Noi non eravamo niente, perciò ammazzarci era ammazzare niente. Ammazzare un indiano non era reato perché un indiano non era niente di particolare.

p. 45

Gli anni passano e, diventata adolescente, la protagonista inizia a lavorare in città per l’integerrimo avvocato Briscoe. Una volta uscita dalla porta del suo studio, però, quello che Winona sperimenta è l’essere considerata una selvaggia, priva di qualsiasi diritto. E così, subita l’ennesima violenza, sarà costretta a cercare giustizia e a ritrovare la forza e la dignità del suo popolo.

video p. 28

p. 28

La nascita degli Stati Uniti

(…) Nell’America degli occhi bianchi non succedeva mai niente di benevolo o diabolico senza che di mezzo ci fosse un pezzo di carta. (…) Tutto il mio popolo era stato sterminato seguendo fedelmente la legge, non ne dubitavo. Ma non la nostra legge, che era fatta solo di parole nel vento.

p. 80

L’autore del romanzo, Sebastian Barry, ci mette davanti agli orrori della formazione degli USA, ai crimini commessi dai bianchi in nome di una legge arbitraria e al disprezzo verso altri popoli, reputati inferiori. Ci ricorda cosa significasse essere nero, indiano o nativo americano negli anni successivi alla guerra civile. Cosa significasse essere schiavo ma anche essere un soldato obbligato a eseguire ordini spietati, senza opporre resistenza.

Gli ingredienti dell’America di oggi

L’esperimento interessante svolto da Barry è raccontare le atrocità di quei tempi (che poi sono anche questi tempi, se ci fermiamo un secondo a riflettere) dalla prospettiva di un’adolescente che non conosce benissimo neanche la lingua di chi ha ucciso i suoi fratelli. Ai fan sfegatati della grammatica e della consecutio verbale dico subito: il linguaggio è spesso volutamente sporcato dagli errori grammaticali di Winona e potrebbe inizialmente suonare un po’ strano. Bisogna superare l’iniziale spaesamento per entrare nella mente della protagonista (o di chi, oggi, vive più o meno la sua stessa situazione).

p. 78

Ho trovato poi molto tenero e originale il modo in cui viene trattato il tema dell’amore. Probabilmente perché viene affrontato da punti di vista diversi, liberi da schemi narrativi ormai vetusti. Si parla di amore tossico, di omosessualità, travestimento, di amore per la terra, per la famiglia – qualunque essa sia – e per gli amici. Nei personaggi tratteggiati dall’autore e nei momenti dedicati al rapporto tra di loro, c’è tutta l’America attuale. Con i suoi colori e le sue contraddizioni.

Lottare per la libertà

Cominciavo a sentirmi una specie di mostro di coraggio. Com’era potuto succedere? Il gelido mantello del dubbio e dello spavento mi era caduto alle spalle. E mi domandavo se si sarebbe mai rialzato da quella terra fredda per tornare ad avvolgermi.

p. 60

Quella di Winona è una storia difficile che porta a ragionare su quanto sia cruciale trovare il coraggio di essere se stessi e provare a darsi valore, anche, e soprattutto, quando tutto il resto ci dice che non contiamo nulla.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Niente di vero

Chiudo il romanzo di Veronica Raimo, intitolato “Niente di vero“, ed edito da Einaudi e penso, nell’ordine:

  1. Moriremo di marketing
  2. Evidentemente io e Zerocalcare ridiamo per cose molto diverse
  3. I quarantenni sono tutti così? Panico

Non mi spiego come sia possibile essere così indeterminati. Indefiniti. Incapaci di esistere. Ma soprattutto…quanto c’è di vero?

p. 37

Quanto gioca appunto la componente “autosuggestione“? E quanto il:

Ma sì, dài, facciamo che sono io.

p. 148

Non vorrei che fosse tutto un cucirsi addosso un personaggio un po’ sventurato, un po’ diverso, a tutti i costi fuori dagli schemi. E giuro che non ce la faccio a subire passivamente questo inno all’inadeguatezza di una generazione, solo per assecondare il policatically correct.

E non è che penso che si debba sempre essere inquadrati, incasellati, determinati e convinti di ogni micro-aspetto della nostra esistenza. Anzi. Ci sono lunghi periodi in cui mi sento una polaroid sfocata. Però, PERIODI, appunto.

Ma qui, in questo romanzo, caro personaggio-oscuro-votato-unicamente-al-dio-denaro che ha promosso il libro pensando solo al numero di copie vendute, ti assicuro che c’è ben poco da ridere. Al più, si sorride, amaramente.

E così, tra una madre macchiettisticamente ansiosa, un padre ipocondriaco che costruisce muri a ripetizione in un mini appartamento, murando viva l’intera famiglia, un fratello ego-riferito che finisce in politica e accenna a passaggi della Bibbia quando non sa cosa dire o peggio non ascolta, uomini di passaggio, un aborto e un lutto (quest’ultimo raccontato in modo molto elegante), questa storia si compone di vuoti.

La trama è semplice

La Raimo parla della sua famiglia, di alcune tappe della sua vita, crogiolandosi nel senso di disagio che afferma di aver provato costantemente. E non lo so se non riesco a empatizzare con lei perché veniamo da realtà e vissuti totalmente diversi o perché sono più piccola di lei di oltre dieci anni. Quello che so è che la reazione che ho provato leggendo certi passaggi è stato fastidio, un tremendo fastidio. Per chi quasi fa un vanto della sua condizione di disagiato cronico. Anche se, a volte, gli sfigati ci fanno un po’ sorridere, ci fanno provare tenerezza, trovo che arrendersi a questo status sia molto triste. E celebrarlo, lo è ancor di più.

E quindi, questa volta, sono molto indecisa se consigliarvi questo romanzo. Posso dirvi questo: leggetelo se siete curiosi, ma sappiate che è stato venduto come qualcosa che non è, e cioè un libro divertente che parla della donna di oggi. (Ma dove?)

Alla prossima puntata, amici lettori!

Guida per salvarsi la vita viaggiando

Sì, lo so che non ho mai recensito una guida. Ma questa della Lonely Planet è un’altra cosa.

Alzi la mano chi, fissando il monitor in ufficio o a casa, specialmente da due anni a questa parte, non ha sognato a occhi aperti di teletrasportarsi in un luogo sconosciuto, esotico. O magari, in una località italiana mai esplorata prima.

E soprattutto, alzi la mano chi, in ufficio o a casa, specialmente da due anni a questa parte, non si è ritrovato a ragionare sul proprio stato d’animo.

Semplici e un po’ banali? Non credo

Non è un caso se, negli ultimi tempi, tanti di noi hanno cambiato ruolo, lavoro, azienda, stile di vita. Probabilmente, la pandemia ci ha costretto a fermarci e a chiederci: “Come mi sento davvero?”, “Sono soddisfatto della mia vita?”, “Voglio davvero vivere in questa città?”. Tutte domande che nella frenesia dei ritmi pre-Covid era difficile porsi, o su cui era difficile avere il tempo di riflettere.

Salvarsi la vita

È a questo punto che entra in scena la bellissima Guida della Lonely Planet, di Remo Carulli e Luigi Farrauto, edita da EDT. Bellissima da tanti punti di vista: a partire dalle oltre 100 fotografie mozzafiato, passando per i box di approfondimento e le 500 destinazioni proposte. Ma la particolarità di “Guida per salvarsi la vita viaggiando” è che sono proposte delle mete adatte per ogni stato d’animo.

25 Capitoli per 25 condizioni psicologiche

Hai il cuore spezzato? Parti.

Ecco che visitare nuove terre offre la possibilità di contemplare la sofferenza da una prospettiva diversa, di attribuirle un senso, di cogliere in sconosciuti paesaggi i presagi di opportunità che la vita proporrà, inevitabilmente, quando saremo di nuovo pronti.

p. 13

Sei stressato? Parti.

Un viaggio antistress è fatto di ritmi lenti, gesti che si avvicinano alla semplicità dell’esistenza, ricerca del contatto con la natura e con gli impulsi che la vita frenetica spesso comprime, e poi ancora di bellezza, tanta, tanta, tanta bellezza.

p. 43

Hai problemi di autostima? Parti.

Viaggiare è un’esperienza proficua non solo per l’inconfondibile sensazione di orgoglio che infonde, la stessa che da sempre inseguono esploratori e missionari, marinai e cavalieri di ventura. (…) Allontanandoci da casa ci distanziamo al contempo da fantasie grandiose e da timori di nullità.

p. 53

E ancora, ci sono mete per crisi esistenziali, fobie, per il senso di colpa, per la solitudine… Insomma, un vastissimo spettro di stati d’animo. C’è da divertirsi!

p. 4

Infine, sappiate che è anche un ottimo regalo! Come sa bene il mio amico Corrado, che saluto e ringrazio!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere – vol. 3

Torna l’appuntamento con la rubrica “Dimmi come stai e ti dirò cosa leggere”, con consigli di lettura prêt-à-porter (con tanto di voti) e recensioni “telegrafiche”.

Il best seller (sì, non bisogna essere snob): voto 7

Uomini che odiano le donne
Stieg Larsson
Marsilio

Se sei a ciaccia di un giallo da cui non vorresti staccarti mai, Larsson è l’uomo giusto per te. E quando lo avrai finito, non disperare: questo romanzo è solo il primo di una trilogia 😉

La biografia illustrata: voto 8

Quello che ci muove
Una storia di Pina Bausch

Beatrice Masini
rueBallu

Se ami la danza, e in particolare il teatro-danza, non puoi non conoscere Pina Bausch. E anche se la conosci già, questa biografia ti stupirà. Non soltanto per le meravigliose illustrazioni di Pia Valentinis, ma perché, in punta di piedi, riesce a trasportarti con leggerezza nel mondo di Pina.

Il saggio che dovremmo leggere. E poi rileggere: voto 8

Gli inganni di Pandora
Eva Cantarella
Feltrinelli

Se ti piacciono la storia antica (greca, in particolare), la filosofia, il diritto e se ti capita di chiederti dove nasce la discriminazione di genere, in questo saggio, Eva Cantarella fa un sublime lavoro di sintesi, mettendo in luce degli aspetti su cui è facile (per uomini e donne) non soffermarsi.

Alla prossima puntata, amici lettori!

Per consigli, dubbi o commenti, scrivetemi.