Elogio della lettura e della finzione

Quel genio di Mario Vargas Llosa

Spesso, non appena viene fuori il fatto che ho un blog e che il mio blog parla di letteratura, ricevo domande come “Come mai proprio sui libri?“, “Ma perché leggi così tanto?“, “Dove trovi il tempo? Non lavori?” e io sorrido.

Sorrido perché mi viene in mente una bambina di circa sei anni, seduta su un divano che la faceva sembrare ancora più piccola, che, concentrassima, stringe tra le mani un libro: Il Piccolo Principe.
Il mio primo libro 🙂

Sorrido perché penso agli ultimi giorni di scuola, quando il privilegio era avere tutta l’estate a disposizione per leggere tutto quello che volevo, per scrivere le recensioni e sottolineare tutte le frasi che mi piacevano.

Sorrido perché penso a quanto ero e a quanto sono felice quando passo ore intere in libreria e posso sfogliare, confrontare, sbirciare e annusare (sì, ho sviluppato una forma di dipendenza dall’odore della carta stampata) tutte le opere che mi incuriosiscono.

La bellezza e la necessità della lettura

Per i comuni mortali, come me, non è facile descrivere con precisione tutto questo. Per fortuna, però, i geni come Mario Vargas Llosa riescono perfettamente nell’impresa. E con “Elogio della lettura e della finzione” lo scrittore, critico e giornalista peruviano ci regala, in un breve saggio, una riflessione personalissima (ma universale, come sanno fare solo i grandi della letteratura) sulla bellezza e sulla necessità di leggere (e scrivere). La storia di un bambino che, con le sue letture e la sua curiosità, diventa un grande scrittore.

Così come scrivere, leggere è protestare contro le ingiustizie della vita. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e senza neppure saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto, fondamento della condizione umana, e che dovrebbe essere migliore.

p. 7

Veramente super mega iper stra consigliato 🙂

Alla prossima puntata, amici lettori!

Niente di vero

Chiudo il romanzo di Veronica Raimo, intitolato “Niente di vero“, ed edito da Einaudi e penso, nell’ordine:

  1. Moriremo di marketing
  2. Evidentemente io e Zerocalcare ridiamo per cose molto diverse
  3. I quarantenni sono tutti così? Panico

Non mi spiego come sia possibile essere così indeterminati. Indefiniti. Incapaci di esistere. Ma soprattutto…quanto c’è di vero?

p. 37

Quanto gioca appunto la componente “autosuggestione“? E quanto il:

Ma sì, dài, facciamo che sono io.

p. 148

Non vorrei che fosse tutto un cucirsi addosso un personaggio un po’ sventurato, un po’ diverso, a tutti i costi fuori dagli schemi. E giuro che non ce la faccio a subire passivamente questo inno all’inadeguatezza di una generazione, solo per assecondare il policatically correct.

E non è che penso che si debba sempre essere inquadrati, incasellati, determinati e convinti di ogni micro-aspetto della nostra esistenza. Anzi. Ci sono lunghi periodi in cui mi sento una polaroid sfocata. Però, PERIODI, appunto.

Ma qui, in questo romanzo, caro personaggio-oscuro-votato-unicamente-al-dio-denaro che ha promosso il libro pensando solo al numero di copie vendute, ti assicuro che c’è ben poco da ridere. Al più, si sorride, amaramente.

E così, tra una madre macchiettisticamente ansiosa, un padre ipocondriaco che costruisce muri a ripetizione in un mini appartamento, murando viva l’intera famiglia, un fratello ego-riferito che finisce in politica e accenna a passaggi della Bibbia quando non sa cosa dire o peggio non ascolta, uomini di passaggio, un aborto e un lutto (quest’ultimo raccontato in modo molto elegante), questa storia si compone di vuoti.

La trama è semplice

La Raimo parla della sua famiglia, di alcune tappe della sua vita, crogiolandosi nel senso di disagio che afferma di aver provato costantemente. E non lo so se non riesco a empatizzare con lei perché veniamo da realtà e vissuti totalmente diversi o perché sono più piccola di lei di oltre dieci anni. Quello che so è che la reazione che ho provato leggendo certi passaggi è stato fastidio, un tremendo fastidio. Per chi quasi fa un vanto della sua condizione di disagiato cronico. Anche se, a volte, gli sfigati ci fanno un po’ sorridere, ci fanno provare tenerezza, trovo che arrendersi a questo status sia molto triste. E celebrarlo, lo è ancor di più.

E quindi, questa volta, sono molto indecisa se consigliarvi questo romanzo. Posso dirvi questo: leggetelo se siete curiosi, ma sappiate che è stato venduto come qualcosa che non è, e cioè un libro divertente che parla della donna di oggi. (Ma dove?)

Alla prossima puntata, amici lettori!

Guida per salvarsi la vita viaggiando

Sì, lo so che non ho mai recensito una guida. Ma questa della Lonely Planet è un’altra cosa.

Alzi la mano chi, fissando il monitor in ufficio o a casa, specialmente da due anni a questa parte, non ha sognato a occhi aperti di teletrasportarsi in un luogo sconosciuto, esotico. O magari, in una località italiana mai esplorata prima.

E soprattutto, alzi la mano chi, in ufficio o a casa, specialmente da due anni a questa parte, non si è ritrovato a ragionare sul proprio stato d’animo.

Semplici e un po’ banali? Non credo

Non è un caso se, negli ultimi tempi, tanti di noi hanno cambiato ruolo, lavoro, azienda, stile di vita. Probabilmente, la pandemia ci ha costretto a fermarci e a chiederci: “Come mi sento davvero?”, “Sono soddisfatto della mia vita?”, “Voglio davvero vivere in questa città?”. Tutte domande che nella frenesia dei ritmi pre-Covid era difficile porsi, o su cui era difficile avere il tempo di riflettere.

Salvarsi la vita

È a questo punto che entra in scena la bellissima Guida della Lonely Planet, di Remo Carulli e Luigi Farrauto, edita da EDT. Bellissima da tanti punti di vista: a partire dalle oltre 100 fotografie mozzafiato, passando per i box di approfondimento e le 500 destinazioni proposte. Ma la particolarità di “Guida per salvarsi la vita viaggiando” è che sono proposte delle mete adatte per ogni stato d’animo.

25 Capitoli per 25 condizioni psicologiche

Hai il cuore spezzato? Parti.

Ecco che visitare nuove terre offre la possibilità di contemplare la sofferenza da una prospettiva diversa, di attribuirle un senso, di cogliere in sconosciuti paesaggi i presagi di opportunità che la vita proporrà, inevitabilmente, quando saremo di nuovo pronti.

p. 13

Sei stressato? Parti.

Un viaggio antistress è fatto di ritmi lenti, gesti che si avvicinano alla semplicità dell’esistenza, ricerca del contatto con la natura e con gli impulsi che la vita frenetica spesso comprime, e poi ancora di bellezza, tanta, tanta, tanta bellezza.

p. 43

Hai problemi di autostima? Parti.

Viaggiare è un’esperienza proficua non solo per l’inconfondibile sensazione di orgoglio che infonde, la stessa che da sempre inseguono esploratori e missionari, marinai e cavalieri di ventura. (…) Allontanandoci da casa ci distanziamo al contempo da fantasie grandiose e da timori di nullità.

p. 53

E ancora, ci sono mete per crisi esistenziali, fobie, per il senso di colpa, per la solitudine… Insomma, un vastissimo spettro di stati d’animo. C’è da divertirsi!

p. 4

Infine, sappiate che è anche un ottimo regalo! Come sa bene il mio amico Corrado, che saluto e ringrazio!

Alla prossima puntata, amici lettori!

Le intermittenze della morte

p. 139

“Cosa leggi?”
“Le intermittenze della morte”
“Le tue solite letture pesanti”
“Non è per niente pesante! Fa anche ridere!”
Silenzio.

Che pensereste se un bel giorno, di punto in bianco e senza nessun motivo apparente, la gente smettesse di morire? Sareste felici?

Chissà se José Saramago, Premio Nobel per la letteratura nel 1998 e autore che ogni lettore dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, è partito da queste domande per iniziare la stesura di questo romanzo sorprendente.

Se non vi siete mai imbattuti nello stile di Saramago, qualche piccola avvertenza, amici lettori: dimenticate la punteggiatura, in particolare nella forma del punto. Vedete, potrete leggere pagine intere di questo scrittore portoghese, unico nel suo genere, senza trovare il punto. Non solo, dimenticate le virgolette nel discorso diretto e dimenticate anche la regola (patrimonio dell’umanità) della frase semplice “soggetto-verbo-complemento oggetto”.
Ebbene sì, Saramago è il trionfo, anzi no, è la vendetta delle subordinate, in cui all’inizio vi sembrerà di perdervi, come in un labirinto. Ma non preoccupatevi perché basterà prendere il ritmo e sarete un tutt’uno con il pensiero dell’autore.

A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo.

p. 101

La trama è molto semplice: in un Paese X, la morte (badate bene, morte scritto minuscolo, non sbagliatevi) decide che dalla mezzanotte del 31 dicembre, nessuno morirà più. Sconcerto ed entusiasmo si mescolano insieme in un cocktail esplosivo in cui Governo, Chiesa, Assicurazioni, Onoranze Funebri, Ospedali, Case di Riposo, Famiglie, Criminalità dovranno, per forza di cose, cercare un nuovo equilibrio.

Purtroppo, quando si avanza alla cieca nei pantanosi terreni della realpolitk, quando il pragmatismo s’impossessa della bacchetta e dirige il concerto senza badare a cosa c’è scritto nello spartito, è più che sicuro che la logica imperativa del degrado finisca per dimostrare che, in definitiva, c’era ancora qualche gradino da scendere.

p. 52

E ancora, qualcosa che suona incredibilmente familiare (specie in questi giorni):

Non capisco che cosa le dice il cervello a quella gente, disse, il paese sprofonda nella più terribile crisi della sua storia e loro lì a parlare del cambiamento del regime, Io non mi preoccuperei, signore, quello che stanno facendo è approfittare della situazione per diffondere quelle che definiscono le loro proposte di governo, in fondo non sono altro che dei poveri pescatori di acque torbide, (…).

p. 79

Giunti a questo punto, penserete “Sì ma poi non succede nient’altro?”.
Succede dell’altro, amici.

Se, dopo una tregua di circa sette mesi, la morte (sempre in minuscolo) decidesse di tornare a compiere il suo dovere, in una diversa modalità, diciamo più attenta alle esigenze dell’uomo, avvisandolo prima dell’evento luttuoso imminente, a mezzo lettera, cosa pensereste? Sareste felici?
Ma c’è ancora dell’altro: se a un certo punto, una di queste lettere tornasse indietro al mittente? La morte che farebbe?

È impossibile, disse la morte alla falce silenziosa, nessuno al mondo o fuori dal mondo ha mai avuto più potere di me, io sono la morte, il resto è nulla.

p. 135

Amici lettori, secondo me, dovreste andare a fondo in questa faccenda.