Nel testo dello scrittore recentemente scomparso si parla di un mondo di parità tra specie diverse eppure così legate tra di loro. È lì che Mr. Bones dovrà cercare il suo padrone Willy.
A poco più di un mese dalla notizia della morte di Paul Auster, torno con una recensione di una delle sue opere della fine degli anni Novanta. Si tratta del bellissimo romanzo breve intitolato Timbuctù.
Dove trovare Timbuctù
A un certo punto Willy lo descrisse come «un’oasi dello spirito». Un’altra volta disse: – Dove termina la carta geografica di questo mondo, laggiù incomincia quella di Timbuctù -. Per arrivarci, sembrava che si dovesse attraversare un’immensa distesa di sabbia e calore, un dominio del nulla eterno.
Pubblicato per la prima volta nel 1999, Timbuctù racconta la storia di due viaggi, a mio parere. Il primo è quello relativo agli ultimi giorni di Willy, poeta americano logorroico e sgangherato, ammalatosi dopo anni trascorsi in strada, e di Mr Bones, cane malconcio che lo asseconda, seguendolo nell’ultima rocambolesca avventura verso Baltimora. Il secondo viaggio, che è poi quello più affascinante e difficile, è quello di Mr Bones verso Timbuctù, quel paradiso lontano in cui cani e umani parlano la stessa lingua e sono completamente sullo stesso piano. Tuttavia, di cosa si tratti esattamente non lo sa neanche il protagonista a quattro zampe di questa storia. Il padrone, gliene ha parlato nel suo stile strampalato, tra un colpo di tosse e un altro, ma dove sia precisamente e come ci si arrivi, Mr Bones dovrà scoprirlo da solo.
Come state in questa coda di 2023? non vedete l’ora di chiudere questo capitolo e passare al prossimo? o siete tra quelli che “anno bisesto-anno funesto?”. AD OGNI MODO, IN QUESTA nuova puntata della RUBRICA “DIMMI COME STAI E TI DIRÒ COSA LEGGERE”, POTRETE SCEGLIERE TRA DUE DIVERSI STILI DI INQUIETUDINE. LET’S GO!
L’AUTRICE IRLANDESE, Claire Keegan, RACCONTA UN PEZZO DI STORIA E DI CULTURA IRLANDESE ATTRAVERSO GLI OCCHI DI Bill Furlong. UN UOMO PACATO, UN GRAN LAVORATORE CHE SI AGgira per fattorie e villaggi con il SUO camion carico di legna. LA VITA SEMBRA SCORRERE TRANQUILLA E MONOTONA, FINO A QUANDO UN INCONTRO totalmente INASPETTATO inizia a SCARDINAre OGNI CERTEZZA DEL PROTAGONISta. TRAVOLTO DA UN TURBINE DI RICORDI e da una improvvisa agitazione, BILL SI TROVERà A SCEGLIERE CHE TIPO DI PERSONA VUOLE ESSERE REALMENTE.
Se durante queste feste natalizie vi siete trovati a interrogarvi sul vostro stile di vita, sul consumismo che caratterizza la nostra società o, magari, vi è un po’ pesato il giudizio del prossimo (a me, per esempio, tanto), dedicatevi questa parentesi irlandese. Poche pagine per una storia semplice, che fa riflettere su quello che significa realmente essere uomini tra gli uomini, a prescindere da professioni di fede e status. VOTO: 7.5
Avvertimenti e chicche: Piccole cose da nulla è stato finalista al Booker Prize. Io vi consiglio di regalarlo anche ad adolescenti e preadolescenti 😉
Emmanuel Carrère racconta magistralmente la storia di Jean-Claude Romand, l’uomo che nel 1993 in francia uccise moglie, figli e genitori, dopo aver finto per una vita intera di essere un ricercatore dell’oms. si tratta purtroppo di una storia vera. una storia dolorosa e scioccante. la bravura di carrère non risiede nel semplice resoconto di questo crimine immondo quanto nel tentativo di comprenderne il senso e le cause più remote. un’indagine per scoprire l’identità dell’uomo senza identità, vittima di se stesso, della sua miseria e della sua vigliaccheria. un autentico capolavoro.
Sarò onesta: ci ho messo circa due anni per decidere di iniziare a leggere questo romanzo che mi è stato regalato e super consigliato da un caro amico (ciao, Gio!). In tanti mi avevano detto che la storia era triste e, quindi, ho fatto un po’ lo struzzo, nascondendolo in un angolo della libreria. Bisogna essere un po’ corazzati per dedicarsi a L’Avversario, è vero. Ma non tanto per lo sconforto della trama, quanto, a mio parere, per la necessità di confrontarsi con l’inspiegabilità, con la totale assenza di riferimenti logici cui ci costringono a pensare Carrère e l’assurda vicenda di Jean-Claude Romand. Siete pronti a farlo? Se sì, è sicuramente il vostro libro. VOTO: 9
Avvertimenti e chicche: Nel 2002, L’Avversario è arrivato anche sul grande schermo, grazie al film di Nicole Garia, con il bravissimo attore francesce Daniel Auteil nel ruolo di Jean-Claude Romand.
“Le ragazze” di Emma Cline è un romanzo feroce che cattura fin dalle prime righe, tra menzogne e convenzioni da scardinare, tra delitti e identità convulse.
A pochi giorni dall’uscita in Italia del suo ultimo lavoro, intitolato “L’ospite”, ho deciso di partire dalle origini del successo, leggendo l’opera prima della scrittrice californiana, Emma Cline. Così, mi sono ritrovata a leggere “Le ragazze” ed è stata una vera fortuna. Mi sono imbattuta in uno stile magnetico, originale, che resterà impresso a lungo nella mia memoria.
Adolescenza e bisogno d’amore
A distanza di anni avrei capito questo: quant’era impersonale e disorientato il nostro amore, che mandava segnali in tutto l’universo sperando di trovare qualcuno che desse accoglienza e forma ai nostri desideri.
p.44
Più ci si addentra nelle pagine spietate e disperate de “Le ragazze”, più non possiamo fare a meno di odiare Evie e di provare, al contempo, anche una grande tenerezza. La odiamo perché sembra un corpo vuoto, inerme, che cerca piuttosto di farsi riempire dalle idee di chi le sta intorno. La odiamo persino perché può ricordarci dei momenti della nostra vita che abbiamo sommerso da tempo, in cui siamo stati brutti, goffi, incapaci di esprimere il nostro punto di vista in modo determinato, convincente, momenti in cui ci siamo vergognati di non essere all’altezza, di non piacere agli altri, quando tutto ciò che avremmo voluto era appunto piacere. Eppure, non si può non provare uno spasmo di tenerezza, una comprensione profonda verso i tentativi di questa ragazzina che lotta maldestramente contro la solitudine, che elemosina quelle attenzioni che non trova nel suo nucleo familiare, che ha un bisogno incredibile di essere amata, di sentirsi accolta, di essere realmente parte di una comunità. L’ironia è che il destino la metterà nelle mani dei cosiddetti “fanatici dell’amore”.
CLEOPATRA VA IN PRIGIONE è un ritratto vivido e tagliente della periferia romana. AL CENTRO, LA STORIA DI CATERINA, EX BALLERINA DI DANZA CLASSICA, CHE SI RITROVA A FARE LA SPOGLIARELLISTA NEL LOCALE DEL FIDANZATO, AURELIO, ORA CHIUSO NEL CARCERE DI REBIBBIA. CATERINA VA A TROVARLO OGNI SETTIMANA E OGNI SANTO GIORNO RIPENSA AI PROGETTI CHE NON SONO ANDATI IN PORTO. CHI HA FATTO ARRESTARE AURELIO? COME RIUSCIRE AD ANDARE AVANTI QUANDO LA VITA TI HA GIOCATO UN BRUTTO COLPO?
L’autrice, Claudia Durastanti, è stata una bellissima scoperta. Una scrittura senza fronzoli, diretta, sincera.
Candidato al premio strega europeo 2023, “STREGA” è una fiaba gotica che colpisce per lo stile originale e misterioso, capace di connettere innate sensazioni femminili al linguaggio della natura. UNa storia di EMANCIPAZIONE CHE PASSA ATTRAVERSO LA SCOMPARSA DI UNA GIOVANE DONNA. UN VECCHIO ALBERGO ABBANDONATO TRA LE MONTAGNE. L’OMERTà, IL PATRIARCATO. UN GIALLO CARICO DI SUSPENSE E, AL TEMPO STESSO, UN INNO ALLA LIBERTà DI ESSERE SE STESSE.
Pubblicato nella collana “le Fuggitive” della splendida casa editrice NNE.
Spesso, non appena viene fuori il fatto che ho un blog e che il mio blog parla di letteratura, ricevo domande come “Come mai proprio sui libri?“, “Ma perché leggi così tanto?“, “Dove trovi il tempo? Non lavori?” e io sorrido.
Sorrido perché mi viene in mente una bambina di circa sei anni, seduta su un divano che la faceva sembrare ancora più piccola, che, concentrassima, stringe tra le mani un libro: Il Piccolo Principe. Il mio primo libro 🙂
Sorrido perché penso agli ultimi giorni di scuola, quando il privilegio era avere tutta l’estate a disposizione per leggere tutto quello che volevo, per scrivere le recensioni e sottolineare tutte le frasi che mi piacevano.
Sorrido perché penso a quanto ero e a quanto sono felice quando passo ore intere in libreria e posso sfogliare, confrontare, sbirciare e annusare (sì, ho sviluppato una forma di dipendenza dall’odore della carta stampata) tutte le opere che mi incuriosiscono.
La bellezza e la necessità della lettura
Per i comuni mortali, come me, non è facile descrivere con precisione tutto questo. Per fortuna, però, i geni come Mario Vargas Llosa riescono perfettamente nell’impresa. E con “Elogio della lettura e della finzione” lo scrittore, critico e giornalista peruviano ci regala, in un breve saggio, una riflessione personalissima (ma universale, come sanno fare solo i grandi della letteratura) sulla bellezza e sulla necessità di leggere (e scrivere). La storia di un bambino che, con le sue letture e la sua curiosità, diventa un grande scrittore.
Così come scrivere, leggere è protestare contro le ingiustizie della vita. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di dirlo, e senza neppure saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto, fondamento della condizione umana, e che dovrebbe essere migliore.
Ho sognato di svegliarmi un giorno e di non poter più decidere per me. Per il mio corpo. Per il mio futuro.
Richard Brautigan, straordinario scrittore
Una donna senza fortuna, Pesca alla trota, American Dust sono solo alcune delle opere di Richard Brautigan, scrittore e poeta americano, vissuto inizialmente ai margini della Beat Generation e riscoperto recentemente anche in Italia grazie alla casa editrice Minimum Fax. Nato nel 1935 a Tacoma, nello stato di Washington, e morto suicida nel 1984 a Bolinas, in California, Brautigan ha saputo spiazzare i suoi lettori con l’inconfondibile stile asciutto, frammentato e poetico. L’aborto è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1971.
La necessità di legalizzare l’aborto del Dottor O. L’autore, vicino ai quaranta, mi è parso dottoresco e molto nervoso. (…) «È tutto quello che posso fare» ha detto. «Vuole metterlo lei su uno scaffale?» «No. Se ne occupi lei. Io non posso fare altro, per me. È una vergogna, perdio».
p. 24
“Per fortuna che adesso è tutto diverso”. È questo che avrei voluto pensare leggendo L’aborto. Ma, preso atto delle recenti scoperte di Politico sulle intenzioni della Corte Suprema americana, delle difficoltà sperimentate dalle donne ucraine stuprate dai soldati russi e dei dati impietosi sulla situazione delle strutture ospedaliere italiane, converrete con me che non siamo poi così distanti da quando negli Stati Uniti le donne erano costrette a recarsi in Messico per poter interrompere una gravidanza indesiderata.
Per mia madre il tempo era una specie di anello o di cerchio, non una lunga linea. A camminare abbastanza, diceva, potevi trovare ancora vive le persone che avevano vissuto tanto tempo prima.
Siamo in Tennessee, nel 1870. Winona, che un tempo si chiamava Ojinjintka, che in lingua lakota significa rosa, è una giovanissima indiana rimasta orfana e cresciuta da due ex soldati dell’Unione: Thomas McNulty e John Cole. Nella fattoria vicino a Paris, circondata dall’amore dei suoi salvatori e di alcuni ex schiavi liberati, Winona prova a buttarsi il passato alle spalle, ma il ricordo dello sterminio della sua famiglia, del suo villaggio e della sua gente torna spesso a tormentarla.
Per noi tutti i vivi avevano un grande valore. Ma il valore che i bianchi davano a noi aveva una misura diversa. Noi non eravamo niente, perciò ammazzarci era ammazzare niente. Ammazzare un indiano non era reato perché un indiano non era niente di particolare.
p. 45
Gli anni passano e, diventata adolescente, la protagonista inizia a lavorare in città per l’integerrimo avvocato Briscoe. Una volta uscita dalla porta del suo studio, però, quello che Winona sperimenta è l’essere considerata una selvaggia, priva di qualsiasi diritto. E così, subita l’ennesima violenza, sarà costretta a cercare giustizia e a ritrovare la forza e la dignità del suo popolo.
video p. 28
p. 28
La nascita degli Stati Uniti
(…) Nell’America degli occhi bianchi non succedeva mai niente di benevolo o diabolico senza che di mezzo ci fosse un pezzo di carta. (…) Tutto il mio popolo era stato sterminato seguendo fedelmente la legge, non ne dubitavo. Ma non la nostra legge, che era fatta solo di parole nel vento.
p. 80
L’autore del romanzo, Sebastian Barry, ci mette davanti agli orrori della formazione degli USA, ai crimini commessi dai bianchi in nome di una legge arbitraria e al disprezzo verso altri popoli, reputati inferiori. Ci ricorda cosa significasse essere nero, indiano o nativo americano negli anni successivi alla guerra civile. Cosa significasse essere schiavo ma anche essere un soldato obbligato a eseguire ordini spietati, senza opporre resistenza.
Gli ingredienti dell’America di oggi
L’esperimento interessante svolto da Barry è raccontare le atrocità di quei tempi (che poi sono anche questi tempi, se ci fermiamo un secondo a riflettere) dalla prospettiva di un’adolescente che non conosce benissimo neanche la lingua di chi ha ucciso i suoi fratelli. Ai fan sfegatati della grammatica e della consecutio verbale dico subito: il linguaggio è spesso volutamente sporcato dagli errori grammaticali di Winona e potrebbe inizialmente suonare un po’ strano. Bisogna superare l’iniziale spaesamento per entrare nella mente della protagonista (o di chi, oggi, vive più o meno la sua stessa situazione).
p. 78
Ho trovato poi molto tenero e originale il modo in cui viene trattato il tema dell’amore. Probabilmente perché viene affrontato da punti di vista diversi, liberi da schemi narrativi ormai vetusti. Si parla di amore tossico, di omosessualità, travestimento, di amore per la terra, per la famiglia – qualunque essa sia – e per gli amici. Nei personaggi tratteggiati dall’autore e nei momenti dedicati al rapporto tra di loro, c’è tutta l’America attuale. Con i suoi colori e le sue contraddizioni.
Lottare per la libertà
Cominciavo a sentirmi una specie di mostro di coraggio. Com’era potuto succedere? Il gelido mantello del dubbio e dello spavento mi era caduto alle spalle. E mi domandavo se si sarebbe mai rialzato da quella terra fredda per tornare ad avvolgermi.
p. 60
Quella di Winona è una storia difficile che porta a ragionare su quanto sia cruciale trovare il coraggio di essere se stessi e provare a darsi valore, anche, e soprattutto, quando tutto il resto ci dice che non contiamo nulla.
Evidentemente io e Zerocalcare ridiamo per cose molto diverse
I quarantenni sono tutti così?Panico
Non mi spiego come sia possibile essere così indeterminati. Indefiniti. Incapaci di esistere. Ma soprattutto…quanto c’è di vero?
p. 37
Quanto gioca appunto la componente “autosuggestione“? E quanto il:
Ma sì, dài, facciamo che sono io.
p. 148
Non vorrei che fosse tutto un cucirsi addosso un personaggio un po’ sventurato, un po’ diverso, a tutti i costi fuori dagli schemi. E giuro che non ce la faccio a subire passivamente questo inno all’inadeguatezza di una generazione, solo per assecondare il policatically correct.
E non è che penso che si debba sempre essere inquadrati, incasellati, determinati e convinti di ogni micro-aspetto della nostra esistenza. Anzi. Ci sono lunghi periodi in cui mi sento una polaroid sfocata. Però, PERIODI, appunto.
Ma qui, in questo romanzo, caro personaggio-oscuro-votato-unicamente-al-dio-denaro che ha promosso il libro pensando solo al numero di copie vendute, ti assicuro che c’è ben poco da ridere. Al più, si sorride, amaramente.
E così, tra una madre macchiettisticamente ansiosa, un padre ipocondriaco che costruisce muri a ripetizione in un mini appartamento, murando viva l’intera famiglia, un fratello ego-riferito che finisce in politica e accenna a passaggi della Bibbia quando non sa cosa dire o peggio non ascolta, uomini di passaggio, un aborto e un lutto (quest’ultimo raccontato in modo molto elegante), questa storia si compone di vuoti.
La trama è semplice
La Raimo parla della sua famiglia, di alcune tappe della sua vita, crogiolandosi nel senso di disagio che afferma di aver provato costantemente. E non lo so se non riesco a empatizzare con lei perché veniamo da realtà e vissuti totalmente diversi o perché sono più piccola di lei di oltre dieci anni. Quello che so è che la reazione che ho provato leggendo certi passaggi è stato fastidio, un tremendo fastidio. Per chi quasi fa un vanto della sua condizione di disagiato cronico. Anche se, a volte, gli sfigati ci fanno un po’ sorridere, ci fanno provare tenerezza, trovo che arrendersi a questo status sia molto triste. E celebrarlo, lo è ancor di più.
E quindi, questa volta, sono molto indecisa se consigliarvi questo romanzo. Posso dirvi questo: leggetelo se siete curiosi, ma sappiate che è stato venduto come qualcosa che non è, e cioè un libro divertente che parla della donna di oggi. (Ma dove?)
Va bene, sì. È tutto vero. Tomás Nevinson, l’ultimo romanzo di Javier Marías, edito da Einaudi, è un capolavoro.
Circa 600 pagine di “Oddio, come andrà a finire? Lo farà davvero?”.
p. 363-364
Dopo il bellissimo Berta Isla– di cui vi avevo parlato nel lontano 2019 (sono già passati tre anni, send help!) – Marías torna a parlare dellaspia (suo malgrado) Tomás Nevinson, il marito di Berta. Un uomo inafferrabile, tenuto lontano dalla sua famiglia per anni, a causa di un misterioso impiego nei servizi segreti.
Eppure Tomás aveva fatto ritorno a Madrid, ormai quarantenne, giurando di aver lasciato il suo incarico. Eppure. Eppure…
È la storia di una spia, sì. Ma è anche la storia di un uomo che vuole sentirsi di nuovo utile, che vuole provare a se stesso di non essere finito, di avere ancora qualche carta da giocare. Ma forse uccidere a vent’anni non è lo stesso che pensare di farlo a quaranta. Forse la fede, la lealtà cieca verso la missione da compiere, verso un ideale, una persona, un mestiere può finalmente essere messa in dubbio. Le certezze possono crollare. E come condannare un altro essere umano se non si è certi della sua colpevolezza? Ebbene, forse autoconvincendosi che si sta facendo la cosa giusta…
Quando uno si vede obbligato a fare qualcosa che non gli piace o gli ripugna, non gli rimane altra scelta che convincersi che quell’atto non sia poi così sbagliato, che non sia in fin dei conti esecrabile, e cerca di ripulirsi la coscienza con una giustificazione.
p. 508
Uno di quei romanzi in cui vorresti sottolineare tutto, ogni parola. Uno di quelli di cui vorresti saper citare interi paragrafi per quanto sono intensi e brutalmente autentici.
Un romanzo seducente, divertente e tipicamente JavierMariasiano – un termine appena coniato dalla sottoscritta – perché ha quella caratteristica folle di essere senza tempo: è soltanto e semplicemente universale.
p. 80
E così, fra sospetti, minacce, disperazione, Marías affronta il tema della Spagna dell’ETA, accostando quasi, con una destrezza superba, certe scelte compiute dai servizi segreti a quelle dei terroristi. Ci fornisce un identikit delle spie perfette, condividendo il loro mantra:
La crudeltà è contagiosa. L’odio è contagioso. La fede è contagiosa. La follia è contagiosa. La stupidità è contagiosa. Noi dobbiamo badare a non infettarci.
p. 403
… E anche i loro consigli per studiare e/o avvicinare il nemico (o il prossimo, direi):
È sempre sospetta una persona che non si concede mai la vanità né il tormento di guardarsi indietro.
p. 202
… La vanità è incommensurabile e universale, perfino negli individui più insignificanti.