Dicembre: Purity di Jonathan Franzen

Questa volta sono un po’ in ritardo ma non significa che non stia leggendo come una pazza! Il progetto prosegue e sono felice di dedicare questo mese natalizio a un autore meraviglioso che ancora (colpevolmente) non conoscevo: Jonathan Franzen.

Chi è Purity?

La ragazza che dà il nome al romanzo si fa chiamare Pip. Ventenne sgangherata, oppressa da un enorme debito universitario, da una madre fuori controllo e da un padre inesistente. Alcune circostanze apparentemente misteriose le danno la possibilità di cambiare il suo destino, scoprendo la verità sulle sue radici.

A prima vista, si potrebbe pensare che Purity Tyler sia la protagonista di questa storia, eppure credo che lei sia solo il pretesto per Franzen per raccontare tante altre vite. Ventenni, quarantenni, sessantenni.

Generazioni a confronto. Passati a confronto. Paesi a confronto. 

Personalità allo specchio

No, non è neanche così. Franzen non mette semplicemente sentimenti e situazioni davanti a uno specchio. Li viviseziona, li scandaglia come si farebbe con un fondale marino. Riesce ad analizzare anche quello che sembra essere il più insignificante dei dettagli, quelli a cui non faremmo mai attenzione durante le nostre giornate. Forse è anche per questo che viene considerato uno dei più grandi scrittori d’America.

È spaventosa l’accuratezza con cui descrive il rapporto complesso tra Pip e sua madre. Grazie a un passaggio su una banale abitudine, quella della telefonata quotidiana (chi non ce l’ha?), Franzen restituisce la fotografia della dipendenza tra madre e figlia.

Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l’altra. Il problema, agli occhi di Pip- l’essenza dello svantaggio che si portava dietro; la presumibile causa della sua incapacità di riuscire in qualunque cosa -, era che lei amava sua madre. La compativa; soffriva con lei; gioiva nel sentire la sua voce; provava un’inquietante attrazione asessuata per il suo corpo; era attenta persino all’equilibrio chimico della sua bocca; desiderava che fosse più felice; detestava farla arrabbiare; la sentiva cara. Quella era l’enorme blocco di granito al centro della sua vita, la fonte della rabbia e del sarcasmo che rivolgeva non solo contro sua madre, ma anche, in maniera sempre più controproducente, contro oggetti meno appropriati. Quando Pip si arrabbiava, non ce l’aveva davvero con sua madre, ma con il blocco di granito.

p. 7-8

E ancora, il risentimento congenito di un figlio nei confronti della propria madre:

Era facile incolpare la madre. La vita era un’infelice contraddizione, desideri infiniti ma scorte limitate, la nascita come biglietto per la morte: perché non dare la colpa alla persona che ti aveva appioppato la vita? Okay, forse non era giusto. Ma tua madre poteva sempre incolpare la propria madre, che a sua volta poteva incolpare la propria, e così via fino all’Eden.

p. 121

Più si prosegue nella scoperta delle origini di Pip più ci si ritrova impigliati nelle esistenze strazianti di personaggi che ci sembra di aver conosciuto in una vita passata.

Formidabile il modo in cui è descritto il senso di colpa

Il suo senso di colpa era così grande che diventava gravitazionale, curvava il tempo e lo spazio e si collegava tramite una geometria non euclidea al senso di colpa che non aveva provato mentre distruggeva il matrimonio di Charles. Quel senso di colpa che, lungi dal non esistere, era stato invece pre-inoltrato tramite una curvatura spazio-temporale nella Manhattan 2004.

p. 228

O l’essere femminista

Tom era uno strano femminista ibrido, dal comportamento irreprensibile ma concettualmente ostile. «Capisco il femminismo come questione di uguaglianza di diritti, – le aveva detto una volta. – Quello che non capisco è la teoria. Se le donne debbano essere perfettamente uguali agli uomini, oppure diverse e migliori di loro». E aveva riso come rideva delle cose che trovava sciocche, e Leila si era chiusa in un silenzio rabbioso, perché lei era un ibrido nell’altro senso: concettualmente femminista, era tuttavia una di quelle donne che stringono amicizia soprattutto con uomini, cosa che l’aveva sempre aiutata dal punto di vista professionale. Si era sentita denigrata dalla risata di Tom, e da quel giorno erano stati attenti a non discutere più di femminismo.

p. 270-71

La potenza Purity è la brutale sincerità con cui è scritto. Alcune pagine, anzi, interi capitoli sono veri e propri pugni nello stomaco. Non è facile trovare uno scrittore altrettanto spietatamente onesto.

Credo che per i più permalosi di noi, alcuni passaggi potrebbero risultare come sentenze, e forse lo sono davvero.

persone felici

matrimonioossessionecoraggio

Eppure non si riesce a staccare gli occhi dal libro.

Quindi proseguo imperterrita nella lettura, disposta a farmi schiaffeggiare dalle sentenze di Jonathan Franzen. Sarà una forma di masochismo? 

Alla prossima puntata. Posso anticiparvi che si parlerà di segreti…

 

 

 

 

 

Essere innamorati

Ho finito di leggere Gilgi, una di noi un paio di settimane fa. L’ho praticamente divorato. Poi mi sono presa una pausa da lei e dalla sua autrice. Ho capito che molto del romanzo è autobiografico. Molto si riferisce alla storia d’amore di Irmgard Keun con Joseph Roth (trovate qualcosa in uno dei post precedenti).

Ci ho pensato un po’ e ho anche capito che mi sono spaventata. Questa storia travolge. Non perché sia sensazionale, intendiamoci. Ma c’è qualcosa di violento nello stile frammentato di questo romanzo, nelle pieghe del racconto. Qualcosa che ti rimane attaccato alla pelle e che ti ritorna nella mente come un ronzio.

In diversi momenti è ironico, irriverente, specialmente per essere stato scritto negli anni Trenta. In altri, la precisione con cui sono descritte le emozioni, i dubbi di questa ventenne ribelle fanno quasi paura. La penna di Keun può essere una lama molto affilata.

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Ci si sente nudi, smascherati, disarmati.

Gilgi è decisamente una di noi. Nelle insicurezze, nelle riflessioni sull’altro sesso, nelle scelte irrazionali ma anche nell’impotenza di fronte alla dipendenza da una persona che ama. Nella paura di deludere. Il compagno ma anche se stessa e quello in cui crede.

Ho provato a immaginare una Gilgi anziana. Un incontro. Io e lei sedute una di fronte all’altra.

“Dopo tutto quello che hai vissuto con Martin, il tuo scrittore bohémien, come consideri il vostro rapporto? Ti sei mai pentita?”, le chiederei. E poi anche: “L’amore può essere dipendenza? E in che misura, secondo te?”

Dov’è il confine tra amore e ossessione? Chi lo stabilisce?

Ho pensato di salutare questo personaggio leggendo un passaggio in cui viene letteralmente scandagliata la condizione di chi è innamorato…

(…) una condizione straziante. Dovrebbe esserci una medicina per chi si trova in quello stato.

p.125

Personalmente non mi sono mai sentita straziata o svuotata. E quando alcune amiche mi raccontano di provare sentimenti simili a quelli descritti da Gilgi, non li capisco. Ci provo ma non riesco a capirli. Significa che non mi sono mai innamorata? Forse per Gilgi è così. E forse è anche per questa ragione che il romanzo mi ha spaventato… Io sono sempre stata convinta che esistono tanti modi di amare. Non so se si può dire lo stesso sul modo di innamorarsi.

Leggere Gilgi, una di noi è stata un po’ una sfida. Bisogna essere pronti a farsi molte domande. Ve la sentite?

 

Nel video trovate:

 

 

 

 

«Il nostro legame è così debole, così casuale»

Ma porca miseria, a chi altro dovrei dare importanza se non a me stessa? Io non ci credo, per me è una maledetta balla quando qualcuno dice che pensa prima alla collettività e poi a se stesso. E poi chi sarebbe la massa? Non è un viso, non è una persona a cui si vuole bene e che quindi si vorrebbe aiutare. Stai zitto, Pit, sto parlando io! Siete così spaventosamente vanitosi, voi ragazzi, volete sempre essere speciali. Volete sempre essere degli eroi e credete che il mondo non possa fare a meno di voi. E dato che volete essere eroici, allora avete bisogno di qualcosa che faccia arrabbiare, di qualcosa contro cui poter combattere, e se non c’è ve lo inventate…

p. 55

Queste sono le parole che Gilgi rivolge al suo amico Pit. Parole scritte dall’autrice Irmgard Keun nel 1931 mentre il vento nazista soffiava sempre più forte.

Parole incredibilmente attuali.

Allo stesso tempo, queste sono le parole che la giovane protagonista del romanzo usa prima dell’anno zero. Prima di incontrare Martin, uno scrittore bohémien che sconvolgerà profondamente la sua esistenza.

La vita di Gilgi è pianificata in tutto. Ogni momento della sua giornata è impegnato in qualche attività che non le faccia mai perdere di vista l’obiettivo: realizzarsi. Andare all’estero, lavorare ed essere indipendente. Poter contare solo su se stessa.

Poi l’arrivo di Martin. Un uomo completamente diverso da lei, alla continua ricerca dei piaceri della vita.

Per Martin l’autodisciplina non è importante e neanche il lavoro o il denaro. E soprattutto, non è necessario che Gilgi lavori. Per lo scrittore, ogni tentativo della ragazza di rendersi autonoma è uno spreco di energia e rappresenta solo un ostacolo al loro legame che diventa ogni giorno più stretto.

Gilgi è rapita dalla fantasia di quest’uomo e dalla sua voglia di avventura. Ascoltare le sue storie, per lei, è come vivere delle vite che non ha mai vissuto e, soprattutto, che non credeva possibile esistessero.

La fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina: puoi giocare un po’ in strada, ma non devi girare l’angolo. Ora la brava bambina si sta allontanando un po’ troppo. Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne – quello che vede non è la realtà, non trova le parole per dirlo… è sempre così… vorrebbe tratteggiare le emozioni che prova con le sue proprie parole, render loro giustizia. Ah le mie piccole, grigie parole! È incredibile che ci sia qualcuno capace di parlare con così tanti colori!

pp. 70-71

Finisce col perdere di vista la sua più grande certezza: se stessa.

Vorrebbe vedere il futuro dritto e liscio di fronte a sé – un pezzettino di futuro insieme – e invece non vede nient’altro che un gomitolo oscuro e aggrovigliato.

p. 119

Entra nel meccanismo perverso di tacere certi suoi dubbi per timore della reazione del compagno. Per paura di deludere le sue aspettative e infine di perdere quel rapporto che, da “debole e casuale”, è diventato tutta la sua vita. In un certo senso, Gilgi è prigioniera del suo amore. Lo realizza un po’ per volta, a fatica. E più va avanti, più si affida a Martin, più perde un “pezzettino” di quella che era sempre stata.

Innamorarsi può essere l’inizio di una guerra con noi stessi che non sapevamo di dover affrontare. Una guerra alla quale è difficilissimo sfuggire.

 

 Per scoprire di più su “Gilgi, una di noi”, edito da L’orma editore, non vi resta che seguire il mio blog.

Alla prossima puntata!

 

I dipinti nel video sono dell’abstract painter Geraldina Khatchikian che ringrazio tantissimo.

Andate a vedere i suoi lavori sulle pagine Facebook e Instagram: GeraldinaKhatchikian.art

g.Khatchikian.art

 

 

 

Novembre: Gilgi, una di noi di Irmgard Keun

Chissà perché scegliamo di leggere alcuni romanzi e non altri. Certe storie e non altre. Quando selezioniamo un libro sono tanti i fattori che intervengono. Sì, ammettiamolo: a volte, anche la copertina gioca un ruolo (non c’è bisogno di fare i timidi).

gilgi

Quando ho letto la trama di “Gilgi, una di noi” stavo per rimetterlo al suo posto sullo scaffale della libreria.

L’ennesima storia d’amore no, vi prego!

Poi ho dato uno sguardo alla biografia dell’autrice…

Chi è Irmgard Keun?

Nata a Berlino nel 1905, si trasferisce presto a Colonia dove diventa una dattilografa. Per un breve periodo lavora come attrice ma decide quasi subito di dedicarsi alla scrittura. Gilgi, eine von uns è il suo primo romanzo e viene pubblicato nel 1931 ottenendo un grande successo. Nel 1933, insieme al suo secondo lavoro (La ragazza di seta artificiale), Gilgi finisce per essere censurato dal regime nazista e Irmgard viene anche arrestata. Da questo momento in poi, quella dell’autrice tedesca sarà una vita in fuga, prima in Belgio e poi nei Paesi Bassi. Conosce lo scrittore Joseph Roth e se ne innamora. Torna a nascondersi in Germania, protetta dalla falsa notizia del suo suicidio. Qualcosa si è spezzato in Irmgard. I suoi lavori non suscitano più interesse. Subisce diversi ricoveri psichiatrici. È un’alcolizzata, ormai. Continua a scrivere durante gli anni Settanta ma viene ignorata da pubblico e critica. Muore nel 1982.

Da qualche anno, però, è in atto una riscoperta dell’opera di questa scrittrice originale e fuori dagli schemi. E “Gilgi, una di noi” è letteralmente risorto dalle sue ceneri. E allora mi sono detta: voglio assolutamente conoscerla e scoprire perché ha dato così fastidio ai nazisti.

 

 

 

Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?

E così, tra una sinfonia di Bach e l’altra, tra un corso di linguistica e uno di letteratura sul romanzo dell’Ottocento e la città in Russia, Inghilterra e Francia, alla nostra Selin capita di innamorarsi. Di Ivan, un ragazzo ungherese che studia matematica e si sta specializzando in teoria della probabilità.

Due mondi incredibilmente diversi. Forse opposti. Comunicare è così faticoso e affascinante allo stesso tempo.  Voglio dire, Selin per rilassarsi ripete come una sorta di mantra la domanda “Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi?”. Lui è concentrato sulla sua carriera accademica e sta per laurearsi.

Ivan disse che voleva diventare un matematico. Io dissi che volevo diventare una scrittrice.

-Cosa vuoi scrivere? Drammi storici, saggi, poesie?

-No, romanzi.

-Interessante, -disse Ivan. -Secondo me, tu puoi scrivere un bel romanzo.

-Grazie, -risposi. -Secondo me, tu puoi diventare un bravo matematico.

-Davvero? Come lo sai?

-Non lo so. Sono educata.

-Aha, ho capito.

p. 101

Questo è un esempio di uno dei loro pochissimi dialoghi. Il loro rapporto, in realtà, si sviluppa quasi interamente via e-mail. Possono passare giorni prima che Selin ottenga una risposta da Ivan. A volte, addirittura, dimentica anche di avergli scritto.

Ma per qualche oscuro motivo continuano a scriversi e a rincorrersi. Tra fraintendimenti e appuntamenti mancati. Tra nottate passate su una panchina e conversazioni nel dormitorio dell’università. Selin scopre che Ivan ha una fidanzata. È proprio lui a presentargliela. Eppure lei decide di passare gran parte delle sue vacanze estive in Ungheria, in piccoli paesini sperduti, a insegnare inglese ai ragazzi. Solo perché Ivan è ungherese e passerà qualche settimana a casa.

Alcuni di noi direbbero che è una decisione da idioti. Ma chi è che non si è ritrovato in una situazione paradossale, surreale o semplicemente idiota per stare con una persona di cui ci si è invaghiti?

Selin non conosce quasi per niente Ivan ma sente di doverlo seguire. Forse ha bisogno di sentirsi idiota e fuori luogo. Si aggrappa a quei piccoli segnali di interessamento che lui ogni tanto decide di inviarle. E probabilmente anche a lui piace Selin. Forse non così tanto però. Non così profondamente. Ogni frase che lui le scrive o le dice è così ambigua che fino alla fine non sapremo (e Selin non saprà) cosa stia pensando davvero questo ragazzo.

Suona terribilmente familiare eh? Perché le persone non dicono chiaramente cosa vogliono? Perché è così difficile essere sinceri? Forse perché

(…) la civiltà è basata sulle bugie.

p. 354

Chi può saperlo? In ogni caso, pare non ci sia scampo. In alcuni momenti, comprendere le intenzioni di chi ci sta davanti sembra un’impresa praticamente impossibile. Incomunicabilità? Insicurezza? Fretta?

Forse alcune persone incrociano il nostro cammino per far venire fuori l’idiota che è in noi. L’importante è realizzarlo, a un certo punto. O è bene che qualcuno ci metta davanti la brutale verità. Come fa Svetlana, la migliore amica di Selin…

In ogni caso, vorrei ringraziare Elif Batuman, autrice newyorchese di origini turche, per aver dato vita al personaggio indimenticabile di Selin. Grazie a lei nessuno di noi, matricola o meno, si sentirà solo nella sua idiozia.

Che poi come sarebbe la vita senza gli idioti?

I mean, think about it.

 

 

Ottobre: L’IDIOTA di Elif Batuman

Sono tornata!

Nonostante la mia assenza il progetto prosegue. Il libro con cui ho scelto di iniziare quest’avventura è “L’Idiota” di Elif Batuman.

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A chi non capita di domandarsi durante il giorno: “Sono un vero idiota?”, oppure: “Mi sto comportando da idiota?”.

D’accordo. Forse capita anche di chiedersi se una persona a cui pensiamo o con cui abbiamo a che fare sia un completo idiota…

Ad ogni modo, questa è la storia di Selin. Una diciottenne al suo primo anno di università. E non un’università qualunque. Lei frequenta Harvard! È una ragazza molto intelligente, intuitiva, abituata ad avere tutto sotto controllo. Scoprirà presto che non siamo tutti così lineari come i personaggi dei numerosissimi libri che legge e dovrà fare i conti con quella strana cosa che chiamiamo “amore”. Di che si tratta? Perché è così banale e complicato allo stesso tempo? Cosa c’entrano la matematica e la lingua ungherese?

Non ci resta che seguire i pensieri e le azioni di questa insolita matricola e scoprire insieme a lei tutte le volte in cui ci siamo sentiti idioti per qualche ragione!

Presto qualche notizia sulla giovane autrice di questo romanzo di formazione assolutamente imperdibile e molto altro ancora.

Un laboratorio creativo di letteratura, arte e passione

Here we go!

Tempo fa, in un periodo di stand-by e incertezza, ho lanciato una sfida a me stessa.
Volevo essere l’autrice di un blog che parlasse sì di letteratura, ma che lo facesse in modo un po’ diverso, più creativo e che potesse, in qualche modo, dare risposte a chi è in cerca di ispirazione.

Mi ero data come obiettivo quello di parlare di un libro al mese. Oggi ho capito che non mi voglio accontentare e che, imprevisti permettendo, proverò a fare di più!

Nuove proposte, classici…Mi lascerò ispirare, trasportare da quello che mi attrae.

Un laboratorio creativo.
Le parole saranno solo il pretesto per scoprire qualcosa che ancora non so.
Di me. Del mondo. Della vita.

Letteratura, arte e passione. Le uniche armi che valga la pena avere con sé.

Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su sé stessi: la mia prima patria sono stati i libri.

Marguerite Yourcenar