Gennaio: The Hate You Give. Il coraggio della verità

Sì. Non è più gennaio. E sì, non ho scritto questo mese. Ma è tutto sotto controllo. Ho appena finito di leggere il romanzo che mi ha accompagnato in questo inizio 2019. E lasciatevelo dire, amici lettori: che romanzo!

Di cosa parla The Hate You Give?

Di rabbia. Di lotta. Di paura. Di identità. Di razze. Di bianchi contro neri. Di fratelli e di nemici. Parla di gang, di violenza. Parla di ingiustizia. Parla di un’America incazzata.

Parla del tempo buio che stiamo vivendo. Quello dal quale sogno di svegliarmi. Quello che non voglio lasciare in eredità al prossimo.

E Starr, la sedicenne nera, protagonista della storia di questo romanzo, e la sua intera famiglia sgangherata, abituata a vivere nel ghetto, è d’accordo con me.

Tua sorella si chiama Starr perché è stata la mia luce nel buio.

p. 339

È questo che Angie Thomas, l’autrice, vuole davvero raccontarci.

Può esserci luce nel buio.

Anche quando assisti impotente all’omicidio di due amici. Anche quando il tuo migliore amico viene assassinato ingiustamente da un poliziotto bianco.  O quando tuo padre viene costretto a mettersi faccia a terra perché è un ex detenuto. E perché è nero.

E voi sapete cosa significa THUG LIFE?

’Pac diceva che Thug Life, cioè “vita da teppista” stava per The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody, L’odio che rovesciamo sui bambini fotte tutti.

Inarco le sopracciglia. “Cosa?”

“Ascolta! The Hate U, la lettera U, Give Little Infants Fucks Everybody. T-H-U-G-L-I-F-E. Nel senso che quello che la società ci vomita addosso da piccoli le si rivolta contro quando ci incazziamo. Capisci?”

p. 22

Questo è l’ultimo insegnamento che Khalil riesce a dare a Starr, prima di essere sparato a bruciapelo da un agente senza nessun reale motivo.

Alza lo sguardo, Starr.

p. 96

Ma quant’è difficile uscire allo scoperto? Ammettere a se stessi che la morte di qualcuno, di una persona cara, la morte di cui sei il testimone oculare, non ha avuto senso. Quant’è difficile confessare di aver paura di ritorsioni sulla propria famiglia? Quant’è difficile fare la cosa giusta? E quanto può essere difficile trovare il coraggio di raccontare tutto a procuratori e poliziotti che vogliono solo giustificare un collega. Perché “tanto era solo uno spacciatore”.

Ma perché Khalil spacciava? Perché alcuni di noi (i reietti della società, quelli che ci sforziamo di non vedere agli angoli delle nostre città scintillanti, per intenderci) sono costretti a spacciare?

“Perché hanno bisogno di soldi” rispondo. “E non hanno molti altri modi di procurarseli.”

“Esatto. La mancanza di opportunità” dice papà. L’America del grande capitale non crea occupazione nei nostri quartieri, e di sicuro non ci assume volentieri. Poi, diamine, anche quando arrivi a prenderti un diploma, molte delle nostre scuole non ti danno una preparazione adeguata.”

 “(…) La droga da qualche parte arriva, e sta distruggendo la nostra comunità. (…) I Khalil vengono arrestati per spaccio, trascorrono metà della loro vita in carcere, un’altra industria da miliardi di dollari, oppure quando escono non riescono a trovare un vero lavoro e probabilmente si rimettono a spacciare. È questo l’odio che ci somministrano, piccola, un sistema studiato contro di noi. È questa la Thug Life”

pp. 161-162

p. 184

E come si fa a condannare la frustrazione dei popoli oppressi? La sete di giustizia e di libertà. Io rispetterò sempre questa rabbia. Non decidi di che colore sarà la tua pelle. Né in che parte di mondo nascerai. Puoi decidere qualcos’altro, però.

Una voce

È proprio questo il problema. Permettiamo alle persone di dire certe cose, e loro le dicono così spesso che dopo un po’ lo trovano ammissibile e noi normale. Ma che senso ha avere una voce, se poi resti in silenzio quando non dovresti?

p. 233

Puoi decidere di usare la tua voce.

Tempo fa pensavo che la mia generazione, e io in prima persona (non voglio nascondermi), non fa abbastanza per manifestare il proprio dissenso. Eppure sono convinta che c’è, che serpeggia. Allora arrabbiamoci di più! Protestiamo di più. Facciamoci sentire. Non possiamo aspettarci che qualcuno lo faccia al posto nostro. I supereroi della nostra storia siamo noi. E se è vero che ognuno lotta come può, è anche vero che forse non è abbastanza, allo stato attuale. Voglio fare di più. Voglio parlare di più. Voglio essere più coraggiosa.

Khalil, io non dimenticherò mai.

Non mi arrenderò mai.

Non starò mai zitta.

Lo prometto.

p. 405

E voglio prometterlo anch’io.

Per cambiare le cose, bisogna lottare. E l’arma più potente è la nostra voce. Forse ora tocca a noi. Questo, per dirla con Angie Thomas, potrebbe essere

“Qualcosa per cui vivere, qualcosa per cui morire”.

 

 

  • Il brano musicale nel video è Rêverie di Debussy

Essere innamorati

Ho finito di leggere Gilgi, una di noi un paio di settimane fa. L’ho praticamente divorato. Poi mi sono presa una pausa da lei e dalla sua autrice. Ho capito che molto del romanzo è autobiografico. Molto si riferisce alla storia d’amore di Irmgard Keun con Joseph Roth (trovate qualcosa in uno dei post precedenti).

Ci ho pensato un po’ e ho anche capito che mi sono spaventata. Questa storia travolge. Non perché sia sensazionale, intendiamoci. Ma c’è qualcosa di violento nello stile frammentato di questo romanzo, nelle pieghe del racconto. Qualcosa che ti rimane attaccato alla pelle e che ti ritorna nella mente come un ronzio.

In diversi momenti è ironico, irriverente, specialmente per essere stato scritto negli anni Trenta. In altri, la precisione con cui sono descritte le emozioni, i dubbi di questa ventenne ribelle fanno quasi paura. La penna di Keun può essere una lama molto affilata.

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Ci si sente nudi, smascherati, disarmati.

Gilgi è decisamente una di noi. Nelle insicurezze, nelle riflessioni sull’altro sesso, nelle scelte irrazionali ma anche nell’impotenza di fronte alla dipendenza da una persona che ama. Nella paura di deludere. Il compagno ma anche se stessa e quello in cui crede.

Ho provato a immaginare una Gilgi anziana. Un incontro. Io e lei sedute una di fronte all’altra.

“Dopo tutto quello che hai vissuto con Martin, il tuo scrittore bohémien, come consideri il vostro rapporto? Ti sei mai pentita?”, le chiederei. E poi anche: “L’amore può essere dipendenza? E in che misura, secondo te?”

Dov’è il confine tra amore e ossessione? Chi lo stabilisce?

Ho pensato di salutare questo personaggio leggendo un passaggio in cui viene letteralmente scandagliata la condizione di chi è innamorato…

(…) una condizione straziante. Dovrebbe esserci una medicina per chi si trova in quello stato.

p.125

Personalmente non mi sono mai sentita straziata o svuotata. E quando alcune amiche mi raccontano di provare sentimenti simili a quelli descritti da Gilgi, non li capisco. Ci provo ma non riesco a capirli. Significa che non mi sono mai innamorata? Forse per Gilgi è così. E forse è anche per questa ragione che il romanzo mi ha spaventato… Io sono sempre stata convinta che esistono tanti modi di amare. Non so se si può dire lo stesso sul modo di innamorarsi.

Leggere Gilgi, una di noi è stata un po’ una sfida. Bisogna essere pronti a farsi molte domande. Ve la sentite?

 

Nel video trovate:

 

 

 

 

«Il nostro legame è così debole, così casuale»

Ma porca miseria, a chi altro dovrei dare importanza se non a me stessa? Io non ci credo, per me è una maledetta balla quando qualcuno dice che pensa prima alla collettività e poi a se stesso. E poi chi sarebbe la massa? Non è un viso, non è una persona a cui si vuole bene e che quindi si vorrebbe aiutare. Stai zitto, Pit, sto parlando io! Siete così spaventosamente vanitosi, voi ragazzi, volete sempre essere speciali. Volete sempre essere degli eroi e credete che il mondo non possa fare a meno di voi. E dato che volete essere eroici, allora avete bisogno di qualcosa che faccia arrabbiare, di qualcosa contro cui poter combattere, e se non c’è ve lo inventate…

p. 55

Queste sono le parole che Gilgi rivolge al suo amico Pit. Parole scritte dall’autrice Irmgard Keun nel 1931 mentre il vento nazista soffiava sempre più forte.

Parole incredibilmente attuali.

Allo stesso tempo, queste sono le parole che la giovane protagonista del romanzo usa prima dell’anno zero. Prima di incontrare Martin, uno scrittore bohémien che sconvolgerà profondamente la sua esistenza.

La vita di Gilgi è pianificata in tutto. Ogni momento della sua giornata è impegnato in qualche attività che non le faccia mai perdere di vista l’obiettivo: realizzarsi. Andare all’estero, lavorare ed essere indipendente. Poter contare solo su se stessa.

Poi l’arrivo di Martin. Un uomo completamente diverso da lei, alla continua ricerca dei piaceri della vita.

Per Martin l’autodisciplina non è importante e neanche il lavoro o il denaro. E soprattutto, non è necessario che Gilgi lavori. Per lo scrittore, ogni tentativo della ragazza di rendersi autonoma è uno spreco di energia e rappresenta solo un ostacolo al loro legame che diventa ogni giorno più stretto.

Gilgi è rapita dalla fantasia di quest’uomo e dalla sua voglia di avventura. Ascoltare le sue storie, per lei, è come vivere delle vite che non ha mai vissuto e, soprattutto, che non credeva possibile esistessero.

La fantasia di Gilgi è sempre stata una brava bambina: puoi giocare un po’ in strada, ma non devi girare l’angolo. Ora la brava bambina si sta allontanando un po’ troppo. Martin racconta, e Gilgi vede mari, deserti, campagne – quello che vede non è la realtà, non trova le parole per dirlo… è sempre così… vorrebbe tratteggiare le emozioni che prova con le sue proprie parole, render loro giustizia. Ah le mie piccole, grigie parole! È incredibile che ci sia qualcuno capace di parlare con così tanti colori!

pp. 70-71

Finisce col perdere di vista la sua più grande certezza: se stessa.

Vorrebbe vedere il futuro dritto e liscio di fronte a sé – un pezzettino di futuro insieme – e invece non vede nient’altro che un gomitolo oscuro e aggrovigliato.

p. 119

Entra nel meccanismo perverso di tacere certi suoi dubbi per timore della reazione del compagno. Per paura di deludere le sue aspettative e infine di perdere quel rapporto che, da “debole e casuale”, è diventato tutta la sua vita. In un certo senso, Gilgi è prigioniera del suo amore. Lo realizza un po’ per volta, a fatica. E più va avanti, più si affida a Martin, più perde un “pezzettino” di quella che era sempre stata.

Innamorarsi può essere l’inizio di una guerra con noi stessi che non sapevamo di dover affrontare. Una guerra alla quale è difficilissimo sfuggire.

 

 Per scoprire di più su “Gilgi, una di noi”, edito da L’orma editore, non vi resta che seguire il mio blog.

Alla prossima puntata!

 

I dipinti nel video sono dell’abstract painter Geraldina Khatchikian che ringrazio tantissimo.

Andate a vedere i suoi lavori sulle pagine Facebook e Instagram: GeraldinaKhatchikian.art

g.Khatchikian.art