Marzo: Berta Isla di Javier Marías

Anche Berta, come Tomás, sembrava sapere, fin dall’inizio, a che tipo di persona apparteneva, a che tipo di ragazza e donna futura, come se mai avesse dubitato che il suo era un ruolo da protagonista, non secondario, almeno nella propria vita. Ci sono persone, invece, che si vedono già come comparse, perfino nella propria storia, come se fossero nate con la consapevolezza che, per unica che sia ciascuna vita, la loro non meriterà di essere narrata, o vi si farà cenno solamente quando si narrerà quella di un altro, più avventurosa e degna di nota. Nemmeno come intrattenimento in un lungo dopopranzo o in una serata accanto al fuoco senza sonno.

pp. 15-16

Chi è Berta Isla?

Berta è una bella donna, una di quelle che ti restano impresse.

È la moglie di Tom Nevinson. L’uomo che ha scelto fin dall’adolescenza. L’uomo che pensa di conoscere in tutto e per tutto.

Eppure, tutta la sua vita sarà segnata dai segreti del marito.

Quanto sappiamo davvero delle persone che abbiamo accanto? Probabilmente poco. Forse soltanto quello che l’altro decide che possiamo sapere. Ma quanti di noi si rassegnano placidamente a vivere in questa condizione? Probabilmente tutti.

E Berta è una dei tutti. È una delle tante mogli (ma ci sono altrettanti mariti) che si fa andare bene i silenzi del partner, il non detto. L’ansia notturna di un uomo evidentemente turbato, trasformato da eventi improvvisi e imprevisti che gli sconvolgono l’esistenza ancora giovane. Quando è ancora tutto possibile. In divenire.

Quand’è che possiamo considerare l’altro “estraneo”?

 In fin dei conti non è mai dato sapere se si arreca danno a qualcuno finché la storia di costui non è completa, e per questo ci vuole tempo. 

p. 47

Quante volte ci hanno detto che bisogna essere un po’ misteriosi per affascinare il prossimo, guardarsi dal rivelare tutta la verità. Quante volte mi è stato rimproverato il fatto di esporre immediatamente i miei punti deboli.

«Nulla ha peso senza mistero, senza una nebbia che lo avvolga, e noi siamo avviati verso una realtà priva di tenebre, senza chiaroscuri. Tutto ciò che è conosciuto è destinato a essere inghiottito e banalizzato, a tutta velocità, e a non avere quini nessuna influenza. Ciò che è visibile, che è spettacolo di pubblico dominio, non può mai cambiare niente (…).» 

p. 53

L’attesa

E così, mentre Tom viene sempre più assorbito e condizionato dalla nuova vita da infiltrato, Berta attende. Per mesi, poi anni. Ovviamente si pone moltissime domande. Non trova risposte. Tom la tiene all’oscuro. Non può raccontare nulla di quella nuova esistenza.

Sopporta anche la consapevolezza che il compagno abbia avuto altre storie, per circostanze date dal suo lavoro oscuro e non solo.

Chi rimane al fianco del traditore, chi decide di ignorare il tradimento, avrà sempre la facoltà di mostrare la cicatrice e di recriminare, anche solo con lo sguardo, o con il passo, o con il modo di respirare. O con quello di tacere, soprattutto quando non c’è motivo di tacere e il coniuge si chiederà: «Perché non risponde, perché non dice niente, perché non alza gli occhi al cielo? Starà rivivendo quello che è successo?».

p. 215-216

Ma arriva un momento in cui, l’ansia di sapere diventa ingestibile, una miccia che ci infiamma e se non otteniamo spiegazioni due sono le strade: la cieca rassegnazione o il rifiuto categorico dello status quo, cui segue il cambiamento.

(…) e quando si aspetta per troppo tempo si finisce per coltivare un sentimento ambivalente o contraddittorio: si scopre di essere ormai abituati ad aspettare e che forse non si vuole più altro. Non si vuole che quello che quello stato si interrompa o si concluda con la telefonata tanto attesa, con l’arrivo sperato, con la ricomparsa anelata, e ancora meno si vuole il contrario, l’annuncio che nulla di questo avverrà, che la persona attesa non darà mai segni di vita né tornerà più. (…) 

p. 290

berta square

Tornare al passato

Le vite di Berta e Tom si muovono inesorabili parallelamente. Due sconosciuti che si conoscono da sempre. All’apparenza totalmente diversi, eppure continueranno sempre ad aggrapparsi all’altro. Al suo ricordo. Al pensiero di quello che poteva essere e non è stato. Al pensiero di quello che è stato e che non sarà più. Prigionieri del proprio destino.

«Quello che ci lasciamo alle spalle ci pare inoffensivo perché lo abbiamo superato con successo, perché siamo ancora vivi e non abbiamo perso tutto. Vorremmo tornare al passato perché quel passato è ormai chiuso; conosciamo il risultato e vorremmo ripeterlo».

p. 414

Confessione di bambina

Ho iniziato a leggere Javier Marías molto tempo fa. Facevo ancora il liceo. Molte cose non le capivo bene. Le intuivo e basta. Leggendolo ora, posso dire che raramente mi sono imbattuta in analisi così lucide dell’umanità. Dalla semplice descrizione di una sigaretta fumata guardando una piazza dal balcone, ai pensieri che ti vengono in mente mentre aspetti una risposta, mentre rifletti sul tradimento o sulla sua eventualità, mentre guardi una persona e dal suo abbigliamento realizzi inconsciamente che tipo è. La delicatezza con cui si sofferma su certe speranze di padre, di moglie. Di donna. Quando pensi che si stia ripetendo in alcuni passaggi vieni subito rapito da una considerazione che ti lascia stordito e che poi ti fa dire “è esattamente così.”

Assolutamente consigliato.

Berta Isla, Einaudi, 2018.

 

 

Sapete tenere un segreto?

Ultimo dell’anno. 

Purity di Jonathan Franzen mi ha accompagnato in questa fine 2018. Un anno intenso, turbolento, rivelatore. Esattamente come questo romanzo.

Come vi avevo promesso, il post di oggi è dedicato ai segreti. Al loro potere e alla loro capacità di unire le persone. Strano, in effetti. Prima di leggere questo passaggio, avevo sempre pensato, in maniera infantile (forse), che i segreti dividessero le persone. Creassero delle barriere, che fossero il preludio alla rottura dei rapporti. Voi cosa ne pensate? Sapete mantenere i segreti? Sono un bene o un male, secondo voi?

Ed ecco. In quest’epoca di ossessiva condivisione digitale, in cui è sempre più difficile avere dei segreti, vi lascio alle parole dell’autore che trovate a pagina 324.

 

Franzen restituisce tante piccole verità. Verità scomode da accettare ma che non possiamo fingere di non condividere.

Non possiamo fingere di non aver mai pensato che

Il volto non visto è sempre bellissimo.

p. 273

O che

(…) sotto sotto, in fondo al cuore, forse tutti si consideravano pieni di fascino. Forse era semplicemente una caratteristica umana.

p. 334

Così come non possiamo ignorare l’invasività di Internet nelle nostre vite e gli effetti che può avere:

Il cervello ridotto dalla macchina a un circuito di feedback, la personalità privata ridotta a una generalità pubblica: a quel punto la persona poteva anche essere già morta. 

p. 547

Ma davvero tutto si riduce a questo?

Speriamo di no. Speriamo di svegliarci da questo torpore digitale.

 

Buon 2019 a tutti, amici lettori! Che sia pieno di tanta meravigliosa letteratura.

 

Nel video:

Un estratto da Danses Gothiques di Erik Satie