Febbraio: Pastorale americana

Febbraio. Il regalo di un mio amico.

Philip Roth. Pastorale americana.

“Ti piacerà”.

Mi immergo…

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Apnea.

Paradiso ricordato. La caduta. Paradiso perduto.

Sono i tre capitoli di questo immenso romanzo americano. La storia di un Paese, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni Novanta.

La Storia e basta.

Le gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia, in realtà, ti si para davanti all’improvviso.

p. 95

Americani, ebrei americani. Lavoratori. Comunisti. Perbenisti. Cattolici. Reginette di bellezza. Marines. Atleti. Rivoluzionari. Ex compagni di scuola. Assassini. Traditori. Moralisti. Estremisti. Pacifisti. Ci sono tutti e si offrono tutti senza paura al lettore, in tutta la propria feroce autenticità.

Lo spunto è la biografia immaginaria di Seymour Levov, detto Lo Svedese, protagonista indimenticabile. Un uomo di successo, destinato a un futuro radioso.

La sua è la famiglia perfetta, all’apparenza. Il ritratto della felicità e della completezza americane, emblema inconfondibile e confortante del capitalismo.

Ma sollevato il velo, si intravedono le prime crepe e pagina dopo pagina scivoliamo increduli in un vortice di eventi e di sensazioni soffocanti che (per fortuna!) consideriamo distanti da noi… Ma lo sono poi davvero?

Il sogno tradito

Soltanto un ragazzo perfetto, quindi. E il suo sogno americano. Una bella casa immersa nella natura, grandi alberi che la circondano. Una bellissima moglie. Una figlia che giocherà sull’altalena…

E così come a noi, al narratore, viene da chiedersi

Cosa aveva minacciato, se una minaccia era esistita, di modificare la traiettoria dello Svedese? Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita. Anche a quelli che da piccoli hanno avuto tutto toccherà, prima o poi, la loro quota d’infelicità; se non, certe volte, una quota maggiore.

p. 24

Ebbene quello che turba la vita perfetta del protagonista è una bomba, innescata da Merry. La sedicenne figlia balbuziente. Ed ecco che improvvisamente e (forse) inspiegabilmente, Seymour è

Un uomo che si ritrova in mano le carte sbagliate per la partita da giocare. (…) Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.

p. 94

Poi la disperata ricerca delle cause

Da dove derivano quest’odio e questa violenza? Com’è possibile che due genitori così perfetti abbiano dato vita a un mostro del genere? Perché Merry ha avuto tutto dalla vita. E, ciononostante, è diventata un’adolescente rabbiosa. Pronta a uccidere pur di smascherare l’ipocrisia della società americana che condanna la guerra in Vietnam ma soltanto dai salotti delle proprie abitazioni. Pur di smascherare, in eterno, l’ipocrisia della sua stessa famiglia, mettendola di fronte alla propria falsità.

 

“Sopra il gentleman, sotto il verme”

Ma che razza di maschera portano, tutti? Io credevo che queste persone fossero dalla mia parte. Mentre dalla mia parte c’è solo la maschera, ecco! 

p. 382

Quello dello Svedese è un sogno tradito. E lui stesso è prigioniero del suo ideale di “uomo integerrimo”. Di ciò che è giusto fare, di ciò che è giusto dire. Ciò che gli altri si aspettano. E la sua mancanza di iniziativa, il suo arrovellarsi sul perché delle disgrazie che colpiscono la sua esistenza, il suo immobilismo fanno incazzare talmente tanto che ci si ritrova a mormorare a denti stretti “se lo merita”. Anche se poi ti fermi e pensi… Tu come agiresti? Sapresti fare di meglio? Sfideresti a cuor leggero l’ordine costituito, la morale comune?

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Ma chi è che tradisce il sogno? Chi il traditore e chi il tradito?

Il cervello di tutti era dunque infido come il suo? O era lui l’unico incapace di vedere cosa stava macchinando la gente? Sgattaiolavano tutti qua e là come faceva lui, dentro e fuori, cambiando cento volte al giorno, ora intelligente, ora abbastanza intelligente, ora stupido come tutti gli altri, ora il più stupido bastardo che fosse mai vissuto? Era forse la stupidità a travisarlo, figlio sempliciotto di un padre sempliciotto, o la vita era solo un grande inganno di cui tutti erano a conoscenza tranne lui?

p. 385

Ebbene, probabilmente siamo tutti bugiardi. Tutti complici e tutti colpevoli.

Ma fidatevi,  secondo me lo sarete ancora di più se non leggerete Pastorale americana.

Alla prossima puntata, amici lettori.

 

 

 

 

Gennaio: The Hate You Give. Il coraggio della verità

Sì. Non è più gennaio. E sì, non ho scritto questo mese. Ma è tutto sotto controllo. Ho appena finito di leggere il romanzo che mi ha accompagnato in questo inizio 2019. E lasciatevelo dire, amici lettori: che romanzo!

Di cosa parla The Hate You Give?

Di rabbia. Di lotta. Di paura. Di identità. Di razze. Di bianchi contro neri. Di fratelli e di nemici. Parla di gang, di violenza. Parla di ingiustizia. Parla di un’America incazzata.

Parla del tempo buio che stiamo vivendo. Quello dal quale sogno di svegliarmi. Quello che non voglio lasciare in eredità al prossimo.

E Starr, la sedicenne nera, protagonista della storia di questo romanzo, e la sua intera famiglia sgangherata, abituata a vivere nel ghetto, è d’accordo con me.

Tua sorella si chiama Starr perché è stata la mia luce nel buio.

p. 339

È questo che Angie Thomas, l’autrice, vuole davvero raccontarci.

Può esserci luce nel buio.

Anche quando assisti impotente all’omicidio di due amici. Anche quando il tuo migliore amico viene assassinato ingiustamente da un poliziotto bianco.  O quando tuo padre viene costretto a mettersi faccia a terra perché è un ex detenuto. E perché è nero.

E voi sapete cosa significa THUG LIFE?

’Pac diceva che Thug Life, cioè “vita da teppista” stava per The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody, L’odio che rovesciamo sui bambini fotte tutti.

Inarco le sopracciglia. “Cosa?”

“Ascolta! The Hate U, la lettera U, Give Little Infants Fucks Everybody. T-H-U-G-L-I-F-E. Nel senso che quello che la società ci vomita addosso da piccoli le si rivolta contro quando ci incazziamo. Capisci?”

p. 22

Questo è l’ultimo insegnamento che Khalil riesce a dare a Starr, prima di essere sparato a bruciapelo da un agente senza nessun reale motivo.

Alza lo sguardo, Starr.

p. 96

Ma quant’è difficile uscire allo scoperto? Ammettere a se stessi che la morte di qualcuno, di una persona cara, la morte di cui sei il testimone oculare, non ha avuto senso. Quant’è difficile confessare di aver paura di ritorsioni sulla propria famiglia? Quant’è difficile fare la cosa giusta? E quanto può essere difficile trovare il coraggio di raccontare tutto a procuratori e poliziotti che vogliono solo giustificare un collega. Perché “tanto era solo uno spacciatore”.

Ma perché Khalil spacciava? Perché alcuni di noi (i reietti della società, quelli che ci sforziamo di non vedere agli angoli delle nostre città scintillanti, per intenderci) sono costretti a spacciare?

“Perché hanno bisogno di soldi” rispondo. “E non hanno molti altri modi di procurarseli.”

“Esatto. La mancanza di opportunità” dice papà. L’America del grande capitale non crea occupazione nei nostri quartieri, e di sicuro non ci assume volentieri. Poi, diamine, anche quando arrivi a prenderti un diploma, molte delle nostre scuole non ti danno una preparazione adeguata.”

 “(…) La droga da qualche parte arriva, e sta distruggendo la nostra comunità. (…) I Khalil vengono arrestati per spaccio, trascorrono metà della loro vita in carcere, un’altra industria da miliardi di dollari, oppure quando escono non riescono a trovare un vero lavoro e probabilmente si rimettono a spacciare. È questo l’odio che ci somministrano, piccola, un sistema studiato contro di noi. È questa la Thug Life”

pp. 161-162

p. 184

E come si fa a condannare la frustrazione dei popoli oppressi? La sete di giustizia e di libertà. Io rispetterò sempre questa rabbia. Non decidi di che colore sarà la tua pelle. Né in che parte di mondo nascerai. Puoi decidere qualcos’altro, però.

Una voce

È proprio questo il problema. Permettiamo alle persone di dire certe cose, e loro le dicono così spesso che dopo un po’ lo trovano ammissibile e noi normale. Ma che senso ha avere una voce, se poi resti in silenzio quando non dovresti?

p. 233

Puoi decidere di usare la tua voce.

Tempo fa pensavo che la mia generazione, e io in prima persona (non voglio nascondermi), non fa abbastanza per manifestare il proprio dissenso. Eppure sono convinta che c’è, che serpeggia. Allora arrabbiamoci di più! Protestiamo di più. Facciamoci sentire. Non possiamo aspettarci che qualcuno lo faccia al posto nostro. I supereroi della nostra storia siamo noi. E se è vero che ognuno lotta come può, è anche vero che forse non è abbastanza, allo stato attuale. Voglio fare di più. Voglio parlare di più. Voglio essere più coraggiosa.

Khalil, io non dimenticherò mai.

Non mi arrenderò mai.

Non starò mai zitta.

Lo prometto.

p. 405

E voglio prometterlo anch’io.

Per cambiare le cose, bisogna lottare. E l’arma più potente è la nostra voce. Forse ora tocca a noi. Questo, per dirla con Angie Thomas, potrebbe essere

“Qualcosa per cui vivere, qualcosa per cui morire”.

 

 

  • Il brano musicale nel video è Rêverie di Debussy

Sapete tenere un segreto?

Ultimo dell’anno. 

Purity di Jonathan Franzen mi ha accompagnato in questa fine 2018. Un anno intenso, turbolento, rivelatore. Esattamente come questo romanzo.

Come vi avevo promesso, il post di oggi è dedicato ai segreti. Al loro potere e alla loro capacità di unire le persone. Strano, in effetti. Prima di leggere questo passaggio, avevo sempre pensato, in maniera infantile (forse), che i segreti dividessero le persone. Creassero delle barriere, che fossero il preludio alla rottura dei rapporti. Voi cosa ne pensate? Sapete mantenere i segreti? Sono un bene o un male, secondo voi?

Ed ecco. In quest’epoca di ossessiva condivisione digitale, in cui è sempre più difficile avere dei segreti, vi lascio alle parole dell’autore che trovate a pagina 324.

 

Franzen restituisce tante piccole verità. Verità scomode da accettare ma che non possiamo fingere di non condividere.

Non possiamo fingere di non aver mai pensato che

Il volto non visto è sempre bellissimo.

p. 273

O che

(…) sotto sotto, in fondo al cuore, forse tutti si consideravano pieni di fascino. Forse era semplicemente una caratteristica umana.

p. 334

Così come non possiamo ignorare l’invasività di Internet nelle nostre vite e gli effetti che può avere:

Il cervello ridotto dalla macchina a un circuito di feedback, la personalità privata ridotta a una generalità pubblica: a quel punto la persona poteva anche essere già morta. 

p. 547

Ma davvero tutto si riduce a questo?

Speriamo di no. Speriamo di svegliarci da questo torpore digitale.

 

Buon 2019 a tutti, amici lettori! Che sia pieno di tanta meravigliosa letteratura.

 

Nel video:

Un estratto da Danses Gothiques di Erik Satie

 

Dicembre: Purity di Jonathan Franzen

Questa volta sono un po’ in ritardo ma non significa che non stia leggendo come una pazza! Il progetto prosegue e sono felice di dedicare questo mese natalizio a un autore meraviglioso che ancora (colpevolmente) non conoscevo: Jonathan Franzen.

Chi è Purity?

La ragazza che dà il nome al romanzo si fa chiamare Pip. Ventenne sgangherata, oppressa da un enorme debito universitario, da una madre fuori controllo e da un padre inesistente. Alcune circostanze apparentemente misteriose le danno la possibilità di cambiare il suo destino, scoprendo la verità sulle sue radici.

A prima vista, si potrebbe pensare che Purity Tyler sia la protagonista di questa storia, eppure credo che lei sia solo il pretesto per Franzen per raccontare tante altre vite. Ventenni, quarantenni, sessantenni.

Generazioni a confronto. Passati a confronto. Paesi a confronto. 

Personalità allo specchio

No, non è neanche così. Franzen non mette semplicemente sentimenti e situazioni davanti a uno specchio. Li viviseziona, li scandaglia come si farebbe con un fondale marino. Riesce ad analizzare anche quello che sembra essere il più insignificante dei dettagli, quelli a cui non faremmo mai attenzione durante le nostre giornate. Forse è anche per questo che viene considerato uno dei più grandi scrittori d’America.

È spaventosa l’accuratezza con cui descrive il rapporto complesso tra Pip e sua madre. Grazie a un passaggio su una banale abitudine, quella della telefonata quotidiana (chi non ce l’ha?), Franzen restituisce la fotografia della dipendenza tra madre e figlia.

Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l’altra. Il problema, agli occhi di Pip- l’essenza dello svantaggio che si portava dietro; la presumibile causa della sua incapacità di riuscire in qualunque cosa -, era che lei amava sua madre. La compativa; soffriva con lei; gioiva nel sentire la sua voce; provava un’inquietante attrazione asessuata per il suo corpo; era attenta persino all’equilibrio chimico della sua bocca; desiderava che fosse più felice; detestava farla arrabbiare; la sentiva cara. Quella era l’enorme blocco di granito al centro della sua vita, la fonte della rabbia e del sarcasmo che rivolgeva non solo contro sua madre, ma anche, in maniera sempre più controproducente, contro oggetti meno appropriati. Quando Pip si arrabbiava, non ce l’aveva davvero con sua madre, ma con il blocco di granito.

p. 7-8

E ancora, il risentimento congenito di un figlio nei confronti della propria madre:

Era facile incolpare la madre. La vita era un’infelice contraddizione, desideri infiniti ma scorte limitate, la nascita come biglietto per la morte: perché non dare la colpa alla persona che ti aveva appioppato la vita? Okay, forse non era giusto. Ma tua madre poteva sempre incolpare la propria madre, che a sua volta poteva incolpare la propria, e così via fino all’Eden.

p. 121

Più si prosegue nella scoperta delle origini di Pip più ci si ritrova impigliati nelle esistenze strazianti di personaggi che ci sembra di aver conosciuto in una vita passata.

Formidabile il modo in cui è descritto il senso di colpa

Il suo senso di colpa era così grande che diventava gravitazionale, curvava il tempo e lo spazio e si collegava tramite una geometria non euclidea al senso di colpa che non aveva provato mentre distruggeva il matrimonio di Charles. Quel senso di colpa che, lungi dal non esistere, era stato invece pre-inoltrato tramite una curvatura spazio-temporale nella Manhattan 2004.

p. 228

O l’essere femminista

Tom era uno strano femminista ibrido, dal comportamento irreprensibile ma concettualmente ostile. «Capisco il femminismo come questione di uguaglianza di diritti, – le aveva detto una volta. – Quello che non capisco è la teoria. Se le donne debbano essere perfettamente uguali agli uomini, oppure diverse e migliori di loro». E aveva riso come rideva delle cose che trovava sciocche, e Leila si era chiusa in un silenzio rabbioso, perché lei era un ibrido nell’altro senso: concettualmente femminista, era tuttavia una di quelle donne che stringono amicizia soprattutto con uomini, cosa che l’aveva sempre aiutata dal punto di vista professionale. Si era sentita denigrata dalla risata di Tom, e da quel giorno erano stati attenti a non discutere più di femminismo.

p. 270-71

La potenza Purity è la brutale sincerità con cui è scritto. Alcune pagine, anzi, interi capitoli sono veri e propri pugni nello stomaco. Non è facile trovare uno scrittore altrettanto spietatamente onesto.

Credo che per i più permalosi di noi, alcuni passaggi potrebbero risultare come sentenze, e forse lo sono davvero.

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Eppure non si riesce a staccare gli occhi dal libro.

Quindi proseguo imperterrita nella lettura, disposta a farmi schiaffeggiare dalle sentenze di Jonathan Franzen. Sarà una forma di masochismo? 

Alla prossima puntata. Posso anticiparvi che si parlerà di segreti…